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selezioni di poesia italiana contemporanea
 
 
 
 
           
       

badù

 
19 settembre 2009

LINGUA-CONFINE







da Suono


un po' più chiaro estraendo estraneo
di fuori e in fondo forme forse
di rifrazioni composizioni

provocando, e un femminile agile
sintesi informali tempo o tempo



Francesco Denini, da "Anterem" n. 54, p. 46















I punti sodi della questione


snodi l'usato e tassi
ad ogni colpo di coda
nei casi obliqui
e un po' gelatinosi
per incassare sequenziali
dello spettro anale

la tua poesia è ormai
sbollita dici
tra un allargamento
di un fonema duro
e un'espansione
esplicita


Giacomo Bergamini, da "Anterem" n. 49, p.21















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3 dicembre 2008

INDOLCERE








Qui. Quando dico qui
è nel qui.
Dove passarono sei zitelle
con sei rami secchi

la terra non era nei vasai
ma fu l'innamoramento.




Dale Zaccaria, da "Non per l'amore a dire", Manni ed., 2006













La platea lamentosa detesta i muti congedi


Il buio è una lavagna
fu per questo o per timore che l’artista partì che era già notte e dentro al buio lasciò Sophie la bambinaia che noncurante non capì, ma si offese molto e volò nella casa e nella bocca del padre e seduti l’una di fronte all’altro, senza appoggiare mai i gomiti sulla tavola, lavorarono il danno come fosse stato argilla che asciugò e diventò scultura rifinita da una policromia nervosa che disposero in bella mostra in un angolo del salotto, proprio sotto al pendolo e che la luce e il tempo a poco a poco scolorì.

La percezione è una teoria
primitiva e nobile come Suzanne che cuce dipinta e sfumata d’ombra e d’azzurro, calma e senza pudore come fosse normale esser nuda e cucire seduta nel letto sfatto da chissà quali peccati mortali e essenziali che ha accolto e abbracciato umida fra le gambe e nel cuore, docile e senza malizia, rossa e viva ciliegia matura, arrendevole e pronta a godere di quel poco di vita in permuta, leale come chi non ha nulla da vendere ma tutto da perdere.

La follia è gialla
come un girasole appassito in un vaso di vetro, come il suo pittore con l’orecchio reciso e i suoi quadri invasi dal vento, come un ordigno nascosto troppo sensibile agli urti, troppo sensibile e basta alla vita che arriva a onde giganti e inonda e sprofonda ogni distacco e vantaggio e commiato dal mondo e ogni volta è passione, sconcerto, smania e tormento, ogni volta è un ritorno, è un correre incontro a braccia serrate sul petto prevedendo lo scontro.

Il nome è una premonizione
e per la ragazza che suona l’oboe lo è il diciassette ma per Vincent fu la prima volta che vide il mare, fu quella la chiave, la luce stanata nel suo continuo fluire e ondeggiare, la luce truffata dalle visioni e invenzioni di ognuno, sfruttata in scenari caliginosi, spalmata sul legno in colori pastosi, per Gauguin invece fu l’isola profumata la soluzione, il sorriso largo e calmo che si apriva sul mondo indulgente e bonario, docili dolci di cioccolato le donne nude e sopravvissute candide a rincuorare le voglie, sorgente d’acqua spontanea che scorre disseta si offre e non toglie.

L’amor di sé è incolore
o al massimo è una monocromia esasperata di troppe tinte divenute una sola e grottesca, croce e mela e veleno e Dio e Angelo caduto e croce e mela e veleno e Dio e cosi via fino a incrociare la buona o la cattiva sorte perché poi di questo si tratta e quindi vita o morte per coincidenza o disegno e così il vortice giallo inghiotte il talento e il genio e rimane solo una lapide, l’idea originale, l’affare o un parlar sterile da intellettuale.

L’arte è un ponte
costellato di fiori, di mango e di spine, è un fratello che sa e che per questo ti tiene per mano,
è la crepa nel guscio dell’uovo, è scoprire le cose di nuovo e vederle diverse, è una piccola fiamma nel suo piccolo e instabile cerchio di luce per sempre, è cercare ogni volta la chiave che apre o blocca qualsiasi porta, nessun dorma se è di cielo il soffitto, oppure addormentati dolceamore se il cielo è nel sogno.


Lara Arvasi, da "Collezione di piccoli rancori", collana samiszdat 2009
















La casa di Via Azzurra


Lo vedi, esistono davvero i pettirossi
non ti aveva fregato la maestra
che ti parlava in terza elementare.
E gli alberi mettono foglie a primavera
e fiori nascono così, da un giorno all'altro.
E' proprio vero: gli uccelli hanno un nido
e ci tornano alla fine della corsa.
Ci son voluti vent'anni e un po' d'amore
perché vedessi dal vivo la lezione.
E a tuo figlio quanti anni ci vorranno
per dare un senso alla primavera
che mai vedrà dalla casa di via Azzurra
(casa da servi, con l'entrata sul retro
senza posto neppur per una culla)?

Silvia Albertazzi, aprile 1976, da "Le voci della luna", luglio 2008















la canzone di Herta

I piedi di Herta hanno il verso dell’erba zitta di novembre,
camminano separati, rivolti all’urgenza di andare e tornare.
Pestano cauti in scarpe di umile retta e il veloce passo
porta a casa il suo corpo solo e la spesa,
alla povera Helga, a un ostinato padre.
E lei sorride e il suo sorriso
non spalanca mai la bocca, stringe gli occhi
fa sentire note di una voce che di dentro tace.

Herta dai mille chilometri e un solo sentiero,
angelo contento dai pochi pensieri, non ha le ali
ma si muove senza pari, posa in terra gioia e dispiacere
in misura uguale e leggero peso,
ché in paese s’affretta e non sosta se non per il pane
eppure lo fora, trapassa, lo buca e perfora,
attraversa il suo cuore
e nessuno s’accorge e nessuno la vede.

Roberta Dapunt, da Absolute Poetry 
(Einaudi, 2008)












Eccomi roteante corpo
in roteanti macchine che pèrdono
l’oriente e il suo sorgimento
eccomi in balìa de le forze
che nella mente stringono
l’eterno all’immanenza
ne fissano le parole
ed è violenza
parché le stelle si pulsano
di eterno andare
che xe un venirme incontro
de fotoni traversantemi
e nutrentemi
i me scompone
da farmi rinnegare i testi sacri
come forma finita
e li accolgo
come inizi
iniziazioni a la luce
al testo santo del cosmo

Elio Talon, da "Sideralia", Le Voci della Luna ed., 2006


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5 giugno 2008

una genuina alterità sorella, scardinante



a dl

Dio,sei ridotta a certi ambienti,
ridotta a lei,invocarla-
non sospiri per l’erba la rugiada,
non ti commuovono madri,cieli,
non ti emoziona la trama di una nuvola-
ma l’anima ti vuole amica,
tu così fredda,sempre un po’distante
tu che diffondi strane voci,
per colpa tua l’anima schiva
quell’importuno,il sole-
almeno lascia in pace la ramaglia secca,
lasciala in strada.

Gabriella Garofalo, da Viadellebelledonne








DOVE SI ODONO GLI UCCELLI IO NON ABITO

La Giano degli architetti, la santa patrona dei

silenzi, dei quadri da rigattiere e polvere

da sparo. La moglie

su fondo dorato, la Cimabue, percorre tutta la

vita con fianchi da trono. Una

lamiera ci lega di fulmine pensieroso; io che

sono stato già lei, e mi faccio

prigioni poi scappo da una

sedia a un’altra dove sta con me un secolo

di sirene. Così gravido dell’

idea in cubi robusti come crescono chiese.

E

Scendendo per cataratte, gettato in volo nell’

acqua con le nubi, cammino pensando

all’idea della Giano, chiodo fisso, o dell’erba, e dove

cresce vi abito solo.


Cristina Annino, da Gemello carnivoro, Quaderni del circolo degli artisti, 2001








2.
lilli

gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre
pensò la fanciulla
il sorriso e le cerca
ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro
le restò il cortile
io ero già in chiasso di chiusura
i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento
oltrepassarla con un po’ di sabbia
e bello il cuore la gonfiata d’acqua
non dà sorgente di sorta

allora
piano il libro che viene
nacquero in tasca
i vecchi parlano

prima
ma cosa vai nello stile
non è un occhio di bastone né la musica
esultando

finestre infine
o quando aria per descrivere al mignolo
se per lui il poeta sono sfebbrate
la mente in cui la pioggia per sempre per la strada
avanzerà in un gatto in un bel male

Ivano Fermini, da Nati incendio, Milano, Polena, 1990.







9. Di quell’inghippo losco

di quell’inghippo losco
non si seppe altro
che indiscrezioni
mentre masnada la crociera
sviava l’adriatico, lumaca:
così
le mucillagini leccavano lo scafo
attente a non impensierire.

se ne discuteva a ore brocche
di primo mattino
quando la mente era persa
in slow-fox di altre notti. per
il non aver dormito, per
il non aver sognato granchè
si riandava ai falsi miti di progresso.
e si sentiva i boati, a rintocchi
nel mare che ad est
perso distraeva di sé; consueti
i gesti
di risacca e  progresso. disposte

le sdraio alla rinfusa, le illusioni
hanno il senso delle prime ore,
ma sapersi stropicciata
indosso un’attesa,  minacciava
il riordino delle priorità .
nella discussione, al ponte
erano giri accesi soffusi, tacchi
come anziani confusi .

 le gelatine di frutta cadenzavano
aromi esotici
al primo pallido sole.



Ermanno Guantini, da Vico Acitillo 124












MARZO
 
è venuto il giardino umido ha detto
bagnati l'interiora ed ecco
il sangue è denso il sangue colora
 
è venuto il giardino umido ha detto
sdraiati, annaspa, vinci
brilla tutta questa coltre di mare
 
è venuto il battesimo della notte
nocciola e forma tesa di tela
 
è venuto il cuore muscoloso
le frogie dilatate del cavallo


Paola Febbraro, da LiberInVersi




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25 febbraio 2008

EPIFANIE


 


I

VEGETATIVA
 
 
Fami freddi vigilie nervi
per i versi soffersi
l'inganno dei sensi. Amari passi di fuga
 
Adesso l'altra origine
altra causa d'avaritia m'adesca
e ciao mi scappi sul motorino (s'alza un polverone)
in pieno inverno anche tu mi lasci
o mio bel Sanfrediano e anch'io son per la Fiore!
E mi dìa una spuma gialla da 50
tìnnano a i' barre i bicchieri lustri
(cencino molle cencino molle)
tìnnano lustri occhi-monetine nel piatto delle mance:
 
la porti un bacione a Firenze cantavamo.
 
Adesso célo célo manca manca
si giocava a soffino alle medie
girando a vuoto s'alzava un polverone
e in avaria andò il motore.
 
Piatto, piatto d'un encefalo, onfalo bianco
girando a vuoto ancora più ampio mi spazia
in sin dentro l'odore greve
del soffritto della Graziella che mi manca manca
l'odore del mio bel Sanfrediano adesso mi ripesca (che nausea la mattina)
- e parlo come magno -
a destra
e a manca
 
e ancor più giùe giùe
còlta in flagrante là all'accesso
del panificio aulente ove un bel dì s'innesca (che buco allo stomaco)
la vita infanta
l'amor polenta.


Rosaria Lo Russo, da Gli angoli della bocca (L'Alimentazione), sito personale















Ti vedo ti vedo

Ti vedo ti vedo
forsennatamente, riappare
come uno stormo dal vuoto bianco del cielo
l'imprevisto che dà amore alla mente

ti vedo nel ridere di qualcuno
che si accende
nel buio dei portici,
                       in una spalla
solitaria di ragazza
dietro i vetri del tram,

ti vedo un attimo dopo
questa tua giovinezza, mentre
entri nelle grandi gallerie del tempo

ti vedo in quel che ti somiglia
e che non ti somiglia.



Davide Rondoni, da "Avrebbe amato chiunque", Guanda, 2003.





















cristina_campo2.jpg



Ahi che la Tigre,

la tigre Assenza,

o amati,

ha tutto divorato

 di questo volto rivolto

a voi! La bocca sola

pura

prega ancora

voi: di pregare ancora

perché la Tigre,

la Tigre Assenza,

o amati,

non divori la bocca

 e la preghiera…

 

La neve era sospesa tra la notte e le strade

Come il destino tra la mano e il fiore.

 

In un suono soave

 Di campane diletto sei venuto…

Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.

O tenera tempesta

Notturna, volto umano!

 

(ora tutta la vita è nel mio sguardo,

stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

 

Cristina Campo, da "La Tigre Assenza", Adelphi 2001















Un bagaglio a torre

Sono parecchi giorni
forse anni secoli millenni
che costruisco questa
infinita torre di gigli e
catene di parole fame frane
di neri capelli scarpe
scarpini farfalle asole
da sera le fate cavigliere
gonne tutte le misure
delle donne create su misura
per quegli abiti e i loro
attaccapanni ho incastrato
torri di castelli e messo
prigioni fossati alla gogna alberi
della cuccagna falli innumerevoli
galline topi pattumiere
auto da corsa rapine
le guerre i manifesti tascabili elettori
l’etica l’ etichetta i marchi di fabbrica
la paura e la fame
fotografie di morti battaglie
di misericordia e odio
trinitrotoluene pane sale
porte scalini acqua che sgorga
lavandini affari intasati
caffè andati a male bicchieri
plastica tovaglioli accartocciati figli
errori dei padri dei figli dei padri
dei figli dei figli dei
altari lampi candele oli santi
estreme funzioni bacheche
omissioni sarcofagi balene
coleotteri lucciole puttane strade
ingombri cassonetti cassetti di memoria
spazzatura fogli bianchi banchieri carta stracciata
pali della luce colle colline collant
mutande usanze costumi buffoneschi
telefoni cloni contanti conti della spesa
spose sovrane gatte da pelare
donne madonne lacrime sangue il feto
il letto da rifare chiodi e calendari
bistecche sangue stagioni croci
gelsi gelosie crocevia profughi corpi su corpi
scavati dalle braccia di altri corpi
del corpo della terra madre pianeta pineta tomba
dispersa dentro al cranio di una stella
rime lime cantine spranghe d’acciaio anelli
nubifragi catacombe piramidi calzari
pesi d’oro e parole manomesse
graffiti colori penne pennelli sonagli pannelli
schiuma una vertebra parlante date
sondaggi conchiglie spilloni
cose che pungono alla rinfusa effusioni
canzoni ninnenanne libri manuali tonnare
salmoni che saltano circhi cercati sopra sotto
fondazione ferri da presa e punti metallici
graffe griffe giraffe suoni impresari ossari catafalchi
e grifi cavalli zoccoli serpenti la mela rossa e
quella verde semaforo sciolina lini del saccello
scope scopetti tromboni funivie articoli e
sommari somari asini tracolla bandi bidoni
concorsi lettere l’oriente
l’occidente carie cariatidi carote messali dei idoli
capanne di canna e di cemento
unghie ali navi fasciami viti bottiglie
scalpelli vetri divieti denti occhi cave
d’argento piatti da portata osterie bordelli
parlamenti fumi grotte miniere sale catrame
petrolio unguenti sedimenti di calcare
travi navate di abbazie chiostri pennini latte
ferrovie stazioni di via crucis rosari roseti ardenti
libri tovaglie arche sopraccigli mostrine da ufficiali storie banali
vaniglia valigia banane crostate costati trafitti
baionette filtri d’amore rastrelli frontespizi
ospizi ostelli neve fresca elenchi
camere a gas tabernacoli oracoli indovini cretti
dei fiumi cretini aste steli stilo funerali statistiche fori
colonnati colonne sonore silenzio orge rammendi
rododendri rocce gnomi corsari corsisti corsie
comuni indigestioni particelle pronomi
virgole infissi montanti montoni sotto le corna
asterischi assiomi collusioni vitalizi
interstizi ulisse penelope la storia di medoro il minotauro
gloria rovina famiglie e casati draghi pirati medaglie medaglioni
forzieri forzati forzature imprimiture cassazioni cassate
gelati coppieri medioevi universiadi olimpiadi le fiaccole
grate servette condottieri agnelli e agnus dei falchi
bracconieri lancieri bengala fuochi d’artificio
botti raccolte di vino rocchetti di seta siepi serpi sentieri
sieri gli antidoti le specie dei batteri blatte anellidi muffe
funghi commestibili lieviti tegami cuochi mazzieri acuminati
aghi echi della memoria frantumi sparsi arse menzogne
zeri coltelli le vene aggrovigliate i battiti del petto
un sospetto un tetto senza la stanza sandali di cuoio ortiche
qualche poesia presa in fretta una presa di sale una scorza
di mare miele favi e fave castagni melograni mandorle
noccioli papaveri e papà fattrici anche l’ultimo stadio
il pallone tondo ovale un uovo
la semente una lente e ci sta ancora una lancia una dedica stipata
in fondo al fondo di un comune bagaglio la torre antica
che s’innerva dentro il tendine del mondo un mappale da catasto
senza confini e pertinenze solo migrazioni
sforamenti inconvenienti inconcludenti che hanno sfogliato
gli anni in questa foggia una comunità di eventi vivi per un nome
e un posto dentro la filza a giorno la sfilza di quelli che spingono
alla base del bagaglio un conguaglio che non chiude il viaggio dentro
il cono.


Fernanda Ferraresso, dal sito VDBD















cresciuta nel sonno

con altra vista
che allodole morenti
ha sbattuto lo specchio
- lasciando sulla polvere segnali
di riconoscimento,e pensare
una spanna di pelle
attraversare nuvole,fessure:
ma cresciuta nel sonno
la bocca spalancata si sorprende
a fissare l’impasto,
forse un orlo di sangue
per ritrovare il sogno lasciato
ad aggirarsi in pena,inconcluso
- di finirlo le chiede.


Maria Gabriella Canfarelli, dal sito VDBD






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29 ottobre 2007

MORBIDE VOCI SCOCCANTI

 





"C'era una volta in Marocco" ovvero "Morocco made"



Fra le liturgie di Domodossola
passiamo
le frontiere
e certe volte,
caro trecento,
ci beccano
su e giù
dune
fra bandiere eterogenee,
il principato
ce lo riserviamo. Tornare lì,
come per riposarsi,
e spostare il tempo (retro marcia)
già accaduto
c'era una volta in Tangier
tangerine dream
Morocco nord 'Afrique made
elmà, l'acqua
due mari
due lingue
"era una questione di radici"
una lezione trasversale
spanish french et arabie
e così se la dimentica
tornando
quella fatica della resistenza
che è già valsa
lo spazio
della giovinezza
elementi indesiderati
laggiù nel pozzo profondo
in cui andò
in cui si calò
a profusione
color drugs
forse good vibrations.
La luna cerchiata nel tono
specchio d'acqua con tutte le
sue fasi simmetriche
spezzava la sterica marcia
tin tin e tin ti tin ti tin
tazze di latta alla mano
mano sulla spalla dell'altro
in fila in processione
in una calle no leca do socco chico
c'era da urlare al mezzodì
ciotole che suonano
riso di anime
hanno il coraggio di ridere
gli infermi tra loro,
e quello di vederli passare.
Dal balcone terrazzo del Charly
restaurant beveva coca come in
America e il solito hamburger
ma nessuna fiducia di salire fino in alto da Baba tea
room alla menta
con le palme affacciato
alla superficie del mare
lì eternamente immobile il mare,
ha paura nonostante il coltello
della gente nei jillaba
gli brillano ai marocchini
gli occhi fissi dalla terra
alla luna che sale verso la metà
del cielo un tondo fosforescente
viaggiante e per noi di altri paesi
del nord, irreale un disco
star bene, disse.
Dalle tavole di liscia roccia vulcanica
nero a picco e raramente grigio metallico
rimbomba agli occhi dal sole
facendosi largo nel senso blu dell'aria
a picco sulla voragine seduti in scacchi
di giardini ricavati, tutta gente con
qualcosa da contemplare, qualcuno da
allontanare, indifferenti all'abisso
non passano che rare le navi e l'ultimo
punto di osservazione dell'orizzonte
fa spazientire la vista, che si confonde.
Al porto discendere la notte
attraverso la casbah la medina
l'odore di montone e di carne selvatica
dentro gli stretti vicoli spugnosi
era nel suo respiro ormai
...


...
Roberto a Casablanca è stato il primo
a morire,
è santo morire se si stava cercando
qualcosa
"la vita vale giusto questo",
ridono divertiti i rivenditori
e sanno di poter chiedere di più
...



Patrizia Vicinelli, da "Non sempre ricordano", Aelia Laelia ed., 1985


















Fata morta
 

 

Guardami

 

Sono la fata morta,

sono il tuo specchio,

la mia dolce vendetta e

 

non ho voce.

 

Non dormire. I miei occhi ti sorvegliano.

 

Sono il tuo letto,

la tua bara con i frutti morti,

il tuo letto con i tuoi stupidi angeli.

 

Fermagli di donna ti mostrano i denti.

 

Sono la stanza dove tu,

cospargi il tuo corpo

di tossici unguenti.

 

Sono quella che dice, ti amo bimbo mio malato.

 

Sono la doccia di sabbia disperata,

quella in ginocchio,

che si tinge i capelli di nero,

che ti trapassa il volto.

 

Mia fata morta, mia dolce vendetta.

 

Quella che dici, quanto sei bella,

mangiatrice di fango,

delicata bambina, senza guinzagli

morente tra le tue braccia.



Giovanna Marmo, da "Fata morta", Edizioni d'if, 2006. Recitata dall'autrice su Le reti di Dedalus














So le ossa come numeri
primi, dritte senza il riparo
di radici, le so nell’acqua,
le so pali a indicare le
distanze, ABC, cannucce
di linfa, esperanto,
le so fosforescenti oltre la pelle,
le so che non muoiono, che non si rompono
davvero, ma sillabe, le so che me le
sento da sempre, da subito, sputarmi
le parole dentro i nervi.



Elisa Biagini
, da "corpo-cleaning the house", sito personale

















IL CIELO A BOCCA APERTA

A quest'ora è chiuso il vento
nel versante lungo del Basento.
E le montagne vaniscono.
E il cielo è fisso a bocca aperta.
Si vede una fanciulla nella gabbia
sopra la Murge di Pietrapertosa.
Chi sente il macigno che si sgretola
d'un tratto sulle spalle?
un rumore di serpente
il treno nella valle?
Ognuno è fedele alla sua posta.
Hanno scovato le due cagne
la lepre sul pianoro. Fugge
come lo spirito riconosciuto.



Rocco Scotellaro, "E' fatto giorno", Mondadori, 1954

















(senza titolo)


È troppa la vita nel latte munto di caldo:
un odore di animale, la schiuma
increspa di brividi la pelle.
C'è qualcosa che si accoppia,
che si mischia senza posa, maschio con femmina
nel bianco del latte munto. Lo deve bere un ragazzino
ma è ancora troppo presto per essere contento
che la vita è circolare, e dovunque c'è un animale
nascosto dentro, come la pubertà e sa di sale e sudore
spaventoso e denso.



Sara Ventroni, dall'antologia "Fuori dal cielo", ed. Empiria, 2007. Recitata dall'autrice su PoDcast.







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30 giugno 2007

SCONSACRATI







L'improvviso editto



1

A un tempo son certo adesso e della
inutile mia prova e della sua bellezza
goffa austera;
ridetemi appresso continuerò a mentire;
mai seppi scrivere e nessun metro
grammatico voglio che mi s'accosti,

per quanto tetro e inetto è come il tuono
il mio suono, forza della natura.


2

Me ne vado vagando e v'assicuro
son duro a sentire ogni loquela
sorda di costoro i potenti;
non valgo nulla e nulla pagherò
di mio all'Eterno;

di più, m'accorgo d’impetrare
un dolore nuovo a Natura Novella
all'Universo tutto, quello
di dirmi infine nuda marviglia
anch'io del creato come la dura
pietra come lo scoglio inerte;

per questo traverserò, e traverso.


3

Potete sentirmi adesso?
Non schiudete occhi pavidi
davanti l'orror mio
e che vi manifesto;
è l'orrore di tutti.


Potete nicchiare adesso! v'ho detto
v'ho gridato il mio caso, come
tutti sono, centro dell'universo.


4

Non mi nascondo più. Non
lecco le ferite mie. Non voglio perdonarmi
d'accordo, ma nemmeno ossequio
voi; io poso, son gradasso, urta
il mio modo d'accordo, ma il vostro
vetro non vale il diamante che ho trovato;

fu un caso è vero, non ho da vantarmene,
e d'altronde duole assai questo peso,
misero me essere il vostro metro,
comunque.


5

Arricchisco in questa indigenza!


6


Alcuno s'ammalò rima d’ogni alba, sempre

del male che acceca ed impedisce
cennare l’intesa o declinar l’invito.


7

Perché credete ch'io faccia
il paio, con malagrazia e avvedutamente
e felice di questo, col morto
tocco di quest’ora maligna?


Perché credete ch’io accordi
il mio canto all’inutile sirena
dello stagno inerte?


E’ solo perché l’unisono bifido
di questi versi possa chiamare
l’ultimo suono alla mia
ammalata nostalgia, al male
che mi fa veder tutta perduta
quest’infinita meraviglia
che già mi creò, me come tutto.


8

Non sopporto più che mi si taccia,
e lo grido, lo griderò
in eterno;


o già l'ascoltate da sempre,
nevvero? questo rombo pedante
come l'orifiamma fredda
sulla chiostra di guglie
del castello d'un pazzo.


9

Non vi chiedo l'ascolto
non v'ho prestato molto
del mio


troppa miseria mi dimenticò
ogni riguardo.




Beppe Salvia,  da  "Braci" n.1, 25 novembre 1980.















Tanto giovane

«Tanto giovane e tanto puttana»:
ciài la nomina e forse non è
colpa tua - è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.

E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t'ha vista magra
farti le trecce per fare l'amore.



Giovanni Giudici
(Le Grazie [La Spezia]1924), da «La vita in versi», 1965














La commemorazione dei defunti


Con i tuoi, lo sappiamo, un modus
vivendi l'hai trovato. Non era né facile
né difficile, quasi non c'era scelta. Ma quei tizi di cui
non ti frega niente, carbonizzati
nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall'uomoleone falciati
dal tifo sull'altipiano, che
salvezza c'è per te in loro? che sugo
per loro nel to strizzar gli occhi e indugiare
a fitte sul giornale?
Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale,
lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi.



Giovanni Raboni, da "Le case della Vetra", Mondadori, 1966.



















Da zero e dintorni


Ti viene mai compagna
la voglia di rinascere
su un camioncino diretto
(espresso o accelerato)
verso la sua punta
(o verso le Eolie o Lipari),
con un sole scenograficamente corretto
e anche pulito,
lasciandoti alle spalle
l'odore acido dei giorni
in cui devi filtrare
il tuo senso come il the,
e il carico gravoso delle nuvole,
gobba, fardello in cui nascondi
con stanchezza tuo padre, tuo figlio,
l'amore che non hai,
ti viene mai, ti viene mai?

Ti viene mai compagna
la voglia di rinascere
con una gamba sola,
magari, e anche, anche senza sigarette,
ma anche senza la fretta assurda
della nuova metropolitana,
e anche senza il bisogno di sentirti naufragare
in un'isola lontana
tutte le volte che
ti guardi far l'amore,
con in un occhio la voglia
e nell'altro la rabbia ed il dolore,
con quel cane randagio
che ho bastonato stamattina sulla strada,
con quel cane randagio di tuo marito
che ti chiede come vai
ti viene mai, ti viene mai?

Ti viene mai compagna
la voglia di tornare
sulla strada battuta
dai venti dai sassi e
dagli sputi del potere,
quella strada che in sogno avevi
creduto di vedere
o di avere almeno immaginato,
quel giorno che sei arrivata
fin sulla porta con la tua sciarpa rossa in mano
e i cioccolatini tra i denti,
talmente sbriciolati da sembrare persino
trasmigratori contenti di ansie,
quelle pozzanghere su cui non si  riesce 
mai a volare,
ti viene mai la voglia di tornare?
Ti viene mai, ti viene mai.


Claudio Lolli, da "Disoccupate le strade dai sogni", Consorzio comunicazione sonora/RCA, 1977














Allegoria 

Sulla usata scacchiera
enumeriamo i loschi personaggi
gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,
logori lindi scheletri di bosso,
unghia contr’unghia di sterile luce,
dove il sangue s’inerpica a squillare:
e tu, spettro monotono, mio re,
chiuso fra quattro lance
d’infallibili alfieri,
vestito di rosso broccato,
mio scabro Cristo chiodato, mio re,
in un angolo, matto come me.


Gesualdo Bufalino, da "L' amaro miele", Einaudi 1982




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20 aprile 2007

NOMIGNOLI


poesia dell'immarcescibile


 

Shh…sii prudente, te ne prego. Poichè non posso correre meno veloce di quanto ora,
prenderemo precauzioni a ridurre l’illegittima verde malattia che potrebbe spaccarmi la mandibola come su asfalto;
La tara è grave e s’infrange sugli scogli della mia genealogia da tempi immemorabili, così
conosco bene il pestifero istinto che mi sprona a irrompere in palazzi fatiscenti per cercare
eredità incrollabili, e farfuglia paroline tiepide e viscose in ogni piccolo mio riposo;
Come fece il mio primo padre, e il secondo dopo di lui, sostengo i folli nascosti nel mio
sterno mostrando a ognuno la miglior strada da intraprendere, e li proteggo in seno alla mia
insaziabile mania;
Ecco com’è essere divini, e indossare la sfrontatezza con assoluto rigore:
-lasciarsi andare a qualsiasi fiume, o bicchiere,o cataplasma che sia,
-contrarre empatie, guarirle, divenire portatori sani,
-pungolare il tempo riproponendogli la stessa negligente imbracatura che ci impone come vaccino,
-un bel repulisti degli incipit forbiti proposti come matrice d’umore da ogni venditore di propositi;

e, ecco, non capire perché si debba conservare robaccia come brividi sotto ai vestiti, che è inverno ed è neve,
e dove sarà il mio nuovo padre mica sarà là sotto che potrebbe non
sgelare troppo a lungo



strepitio-di-vetri, dal sito The Cats Will Know














l'acquitrino



ho vestito la terra di lago

prima del sole /forte

                sulle tempie/

e avevo il viso triste

dei sassi, sulla riva tra le canne

divelte un’altra isola

 

non ho mani lo vedi

e mi riconosco diluendo solo gli occhi

alle fronde mancate dal vento

pettinate a stormi di albe

 

non so più la voce della cincia

e gialle al petto s’involano le acque

senza becco

 

ma è così che mi muovo silenziosa

sconosciuta, in-amabile

 



Polikwaptiwa , dal sito The Cats Will Know















MACCHINA D’OSSA (poesia dal titolo spudoratamente copiato)

Stanco ancor prima di cominciare,
con un dolore all’ altezza delle scapole,
lì, dove una volta erano le ali

osservo i rimasugli di questa colazione,
ed annoto mentalmente il resoconto
dei disastri quotidiani,
mentre con la mano allontano il fumo
e penso che non posso, I can’t, ich kahn nicht,
essere una macchina d’ossa da guerra e
continuare ad avere negli occhi
le strie di sangue che avanzano dal televisore,

                che sarà pure una primavera invincibile,
ma odora di fango e cordite

                e non è in vista nessuna madonna del pozzo,
né aleggia nella testa il ricordo di alcuna
                                                         canzone di Waits.




qb,
(dal sito The Cats Will Know)














foglietto da faubourg


Una certa parure senza disgusto

portava madame

ma

le sfuggì un candore

un’incertezza mortale

ventaglio da faubourg,

un pizzo per.

*

 

Piaceva a lui la sua spallina cadente

occhieggio tra spine

palchetto in prima fila

*

 

Piano pronunciò nel taccuino

( madame con le piume oscene d’un belletto )

- Ti porterò con me nel mio corpetto

  appoggiato,a farmi gocciolina -

 

Borderlands (dal sito Foglidiparole)













lettera minima.

 

colta nell’atto di scrivere

dal soggiorno della suite al trentatreesimo piano

/dal trentatreesimo piano

se mi gettassi riuscirei a morirne

postazione una scrivania ovale di cristallo,

gambe d’acciaio

 

il sole illumina la stanza di bianco

fastosamente

 

la seta oro alle finestre

le luci Lalique

le porcellane in vasi e grovigli di piante

il bagno arioso in onice, marmo e incenso

/c’erano molti volti nelle crepe

e fra i tanti il tuo mi guardava

amore mio

Croquignolle (dal sito Foglidiparole)






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9 gennaio 2007

DIROMPENTI

la partenza

qualora aprissi il ventre integralmente
potrebbe darsi che ognissanti verrebbero in fila
a gettarmi una moneta: ispido e invertebrato
l'orizzonte a cuspide intriga qualche ramo
di ginepro.
io lascerò i figli a marcire tra le upupe rosse
e i granchi giapponesi a bollire sui rostri:
la mia vita è un salario abbondante per chi
la ricetta dopo di me.
e poi ci sarebbe altro ancora da dire, stanotte.


Paola Lovisolo, da Bollettino '900, 2003.















Sogno -
The approach
 
Verrà sera, mio bradipo canuto.
Tempo che il tumulto del tuo cuore,
che di scatto ha invece mosse, come gatto
rosso - i casi son due: -
o smetta di stridere - e intona.
o smetta di stridere - e si addormenta.
Ma non so quale stella augurarti
di trovare anche domani,
spostata di un centimetro,
o trasognato a quale tronco d'albero
come platea, tu spettatore
se non t'imploro, non ci sia mai più chi irrida,
chi freni il tuo scalare.
(Le so, le so le unghie: per me,
maschera al procione, o giro angolare
in testa al gufo, cosa vuoi? Per me,
se concedi il mio guardare, tutto vale).
E dunque, vedi, pur se il diritto mi manca,
di sperare per te qualcosa - alternatamente -
e al mio indirizzo contemporaneamente,
non riesco a tacerti ciò che, solo, è per me
certezza.
- necessiti, forse, una culla a ogni tuo credere?
un fremere di intenti, di fai,
e non so quanta urgenza ancora
e se non credi possibile
(che) verrà sera


Cristina Aita, da sito personale
















 Carrozza barocca
 
 
            Pensandoci se ne potevano trovare altre.
            pensandoci se ne potevano trovare di migliori.
            forse più efficaci. non farse false soluzioni. forse.
            sollevata appesa bruciata stordita.
            Pensandoci se ne potevano trovare.
            Offerta senza oneste intenzioni
            in tuffi blu di cristi kieslowskiani.
 
            Fosse vivo E. 17 nel '92. fossi viva io.
            fosse stato un albero o un'unghia di gallina
            l'ematofago che impietriva
            fosse stato una mondina.
            fosse stato un albero o un'unghia di gallina
            l'ematofago che impietriva
            fosse stato una mondina.
 
            Ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
            carrozza barocca décolleté prezioso
            e gonna gonfia di merletti francesi. neri.
            gonfia da infilarci una vita. uligine parigina
            e giocare a giocarla tra le gambe intorno
            ooo, ulaop, giro in tondo, giro in tondo
            com'è folle il mondo, com'è folle la terra.
 
            Ohhh madame ubriaca di vino e di eccesso
            ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
            carrozza barocca. portiamola in scena la parte
            proviamola ancora montiamo le luci schiariamo le voci.
            Dei morti è il pubblico ed è lì ad ascoltare
            senza tirso o crocefisso a farli ballare
            che è singhiozzo di bruti         ed è meglio all'appello           scappare.
 


Ilaria Seclì, da  liberinversi












NUDO F.

 
Non so scrivere in prosa, nessuno vuol vivere nei manicomi della tenerezza, a sentire
attraverso il muro l'odore che è un'opposizione del corpo ma l'anima dovrebbe essere
pura secondo chi?
io non ci vado io resto qui a schizzare appunti registrazioni sparse sillabe mozzate io che
esisto
sulla mia valigia alla Gare de Lyon
contando le briciole sul pavimento al vapore
preoccupandomi di non parlare
all'orologio, al ticchettio nero del quadrante che scandisce treni di umano facce e
stanchezza ai finestrini dove vanno vanno verso Orry-Ville verso domani perfettamente
uguale che tristezza e il mio io bambino a sognare notte dopo notte l'imperfezione nei
versi della realtà;
la poesia non è un modo di scrivere,
il destino e il passato sono quei due che non se ne accorgono,
chi è così dolce da desiderare la paura-


Francesco Ghezzi, da Sextraordinaire
















SEMPER PAUPERES

Semper pauperes vobiscum habebitis,

sed me non semper habebitis.
                                                       S. Matteo

Già da lontana breda, già da tempo, con l'indice levato
a tramontana, quel medesimo che uccise sulla scorza
del gelso due formiche in assolute faccende,
con l'indice levato noi segnammo, per prudenza,
per un vago bisogno di ricordi e per la forza
stessa del semplice pensare, quella casa
che da lontano chiama e ci sospira, così piena
ancora di romantici sentimenti, e del profumo
di defunti che neppure in lontananza vorrebbero scommettere
la verità dei nostri connotati, la giustizia dei nostri documenti,
altri liquori d'ombre e di figure travasando,
non già le nostre, stanche e provvisorie nell'agire,
come una pianta senza nome, di nessuno, senza categoria
plausibile al sorteggio dei suoi temporali,
dove anche i passeri, anche i passeri, e perfino
i passeri, perfino gli uccelletti, orbi nel fumo
della mente e privi di un governo autoritario,
fondano nel volo senza scampo, senza gradi, l'arco
della notte ventura in un osanna, sempre al divario
d'una sorte continua che li scava; e poi sparire.

E adesso quei rondoni, tuttavia, io mi domando,
quando gli autunni cominciano la marcia, come reggimenti
ravvolti nei pastrani sugli asfalti leggeri,
dal San Gottardo, avranno tuttavia
i loro cari defunti disegnati sulle foglie del cielo?

Scapole d'un giovanotto
nell'azzurro solitario,
nel cielo le giornate
son più lente degli uccelli,
orbi nella mente di sale.

Ma poi la rondine ritoma ad infierire:
non muta la sorte delle foglie, tale
che in altro largo serbi un'espèride preclusa
ai censimenti, stanze di pomice, lucenti
ghiaie ebbre, nel suono dei palazzi viola;
che in altro largo serbi un continente
come l'ala d'un aprile a banderuola,
senza mercati alla pianura di Saronno, e piova,
povero, i mantelli, le lenzuola, le mutande,
le formiche e i lampioni agonizzando; e poi sparire.


Emilio Villa, da Vico Acitillo 124




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23 dicembre 2006

VERDIRAMI





Il carnevale della mosca


Questa mosca si maschera da vespa
perché si sente mesta e un po' nerastra
quando era vispa vispa e zampettava
quando era azzurra azzurra e ruzzolava
si mascherava sempre da zanzara.


Toti Scialoja , da Poesie 1961-1998, pag.527, Garzanti, 2002.


















Ballata di Marija alla Processione di Ferragosto



fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli
sulla bella di notte il tramonto di ieri
di tanto in tanto il paese chiama Marija
pistilli ubriachi, semenza di tomba
 
i campi di Lastovo il colibrì li ricorda
covo di pirati, il petto dal sarcofago
la squilla si batte, il ritmo e il cimitero
nei perdimenti la sveglia, la processione va su
 
come la scala la forca pende dal forte
il medioevo francese alle spalle inanella vitigni
quale giorno sia arrivi alla chiesa
lo sanno il prete i cesari, la campana e la valle
 
Marija è vestita di porpora
si prepara alla festa
petali di bouganville calpesti
il cemento si è sparso il punto



Christian Sinicco, da "Ballate di Lagosta", mare del poema





















POETA MINORE



Io musico te soltanto perché tanto hai musicato
quel che gli altri han solo scritto sazi del parlato
spinto a malapena nelle pagine di Arcadia
come sabbia nell' arena
Tu per me maggiore la poesia non è brandire scettro
non ti ho letto ma cantato in note senza fiato
rese vive dal ricordo dell'accordo stipulato
fra l'Apollo e le sue rime

Io musico te soltanto e mentre canto
la mia pelle sembra frigger come burro
dentro suoni di padelle
Questa è un' arte tua e del tuo bell' eroe francese
lui altro mai non chiese che una donna da salvare
e invece è me soltanto che ha salvato

Io musico te soltanto perché solo fosti vivo
solo quanto adesso chiuso fra parentesi di un rigo
lascia che ti dicano minore o sconosciuto
come fa il minuto quando passano le ore 
Io musico Orfei ed Alcesti perché questi hai musicato
perché fanno dire a me con dire delicato
cosa mi è dato a vivere e cosa da morire

qual è il rischio e qual è il fine

Io musico te soltanto e mentre canto
la mia pelle sembra frigger come burro
dentro suoni di padelle
Questa è un' arte tua e del tuo bell' eroe francese
lui altro mai non chiese che una donna da salvare
e invece è me soltanto che ha salvato

Io musico te soltanto
Io musico te soltanto



F.Gazzè/M.Gazzè, da Raduni 1995-2005, Emi music, 2005




















SAFRANO




schegge appuntite amaranto spiano dal grigio
fogliame
con velocità legame con il tempo giornate ore
vibrano in un folto perenne
prima l'arancio che chiede bacio al tuo cuore
poi lo zolfo che lo percuote
numerose dilatazioni
secrezioni con dolci sfumature
"Safrano", poni il tuo capo e dolcemente
riposa, innumerevoli petali hanno conosciuto il vigore
dell'acqua, e rose sono cadute per gli occhi
addolciti poiché amore conosce il suo eguale
Ma dall'ultimo usa il colore per un nuovo stato
essence
per una fioritura suprème Constant
e per un nuovo lirismo



Chiara Cavagna, da "Reve d'Or", Anterem edizioni, 2006




















al funerale di un olmo:

---------------------------

Moitù (il corvo) e
la trota marrone

---------------------------

respirano piano





Aida Maria Zoppetti, da "Una coltivazione di forme", Anterem edizioni, 1993







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22 novembre 2006

MADRILINGUI


 

Parole mate

Rame che rema che respira de ua rosa
rama remo rime roma ruma
rotami dapartuto che casca
sul colo dea Morte dai recini de rame

E mi cerco mi vago no so par dove
par che rason no vedo no so
ma rovine rente rovine
rovinassi ore de sol
su aque nere che frise pescaori e pessi
in crose de po'

Maraori rua chicaribo
romai amori più romai che resta
parole mate.
Restè no morir
no morirme in man
restè restè parole.

Rami che remano che respirano di uva rosa
ramo remo rime roma scava
rottami dappertutto che cascano
sul collo della Morte dagli orecchini di rame

E io cerco io vago non so verso dove
per quale ragione non vedo non so
ma rovine attaccate a rovine
calcinacci ore di sole
sulle acque nere che friggono pescatori e pesci
sulla croce del Po

Maraori rua chicaribo
ormai amori più ormai restano
parole matte.
Restate non morite
non moritemi in mano
restate restate parole
.

Ernesto Calzavara, da "Ombre sui veri", Garzanti, 1990.
















L'ægua äta

O mignin mòrto l'ò cacciòu in mâ
vixin a-o ciæo de lunn-a;
l'ò visto destaccâse à pöco à pöco,
méttise in viägio verso l'ægua äta.
Pöveo mignin, se m'astrenzeiva o cheu;
pösòu in sce'n fianco o paiva un cavallin
de legno pe-i figgeu...
in gïo se gh'açendeiva de stellette
che de continuo ne luxiva o mâ...
pòi
l'ò lasciòu solo à navegâ inta neutte...





Alto mare

Il micio morto l'ho gettato in mare
vicino al chiar di luna;
l'ho visto distaccarsi a poco a poco,
mettersi in viaggio verso l'alto mare.
Povero micio, mi si stringeva il cuore;
posato su un fianco sembrava un cavalluccio
di legno, per i bambini...
Intorno gli si accendevano stelline
che continuamente facevano brillare il mare...
poi
l'ho lasciato solo a navigare nella notte...



Edoardo Firpo.



















A CIMMA


Ti t'adesciae 'nsce l'èndegu du matin

ch'à luxe a l'à 'n pé 'n tèra e l'àtru in mà

ti t'ammiae a ou spégiu de 'n tianin

ou cé ou s'ammià a ou spégiu dà ruzà

ti mettiae ou brugu réddenu 'nte 'n cantùn

che se d'à cappa a sgùggia 'n cuxin-a à stria

a xeùa de cuntà 'è pàgge che ghe sùn

'a cimma a l'è za pinn-a a l'è za cuxia



Ca serén tèra scùa

carne ténia nu fate nèigra

na turnà dùa



Bell'oueggè strapunta de tùttu bun

primma de battezàlu 'ntou prebbugiun

cun duì aguggiuin dritu 'n punta de pé

da survia 'n zù fitu ti 'a punziggè

àia de lun-a vègia de ciaeu de nègia

ch'ou cègu ou pèrde a testa l'àse ou senté

oudù de mà misciòu de pèrsa légia

cos'atru fa cos'atru dàghe a ou cé



Cà serén tèra scua

crne ténia nu fate neigra

nu turna dùa

e 'nt'ou nùmme de Maria

tutti diai da sta pugnatta

anène via



Poi vegnan a pigiàtela i camé

te lascian tuttu ou fummu d'ou toéu mesté

tucca a ou fantìn à primma coutelà

mangè mangè nu séi chi ve mangià



Cà serén tèra scùa

carne tènia nu fate neigra

nu turnà dùa

e 'nt'ou nùmme de Maria

tutti i diài da sta pùgnatta

anéne via





Ti sveglierai sull'indaco del mattino

quando la luce ha un piede in terra e l'altro in mare

ti guarderai allo specchio di un tegamino

il cielo si guarderà allo specchio della rugiada

metterai la scopa dritta in un angolo

che se dalla cappa scivola in cucina la strega

a forza di contare le paglie che ci sono

la cima è già piena è già cucita



Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura



Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio

prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

con due grossi aghi dritto in punta di piedi

da sopra a sotto svelto la pungerai

aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero

odore di mare mescolato a maggiorana leggera

cos'altro fare cos'altro dare al cielo



Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura

e nel nome di Maria

tutti i diavoli da questa pentola

andate via



Poi vengono a prendertela i camerieri

ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tocca allo scapolo la prima coltellata

mangiate mangiate non sapete chi vi mangierà



Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura

e nel nome di Maria

tutti i diavoli da questa pentola

andate via




Testo di Fabrizio De Andrè/ Ivano Fossati, da "Le nuvole", Dischi Ricordi-Fonit Cetra1990
















 

Tante stele respira


Tante stele respira

e dilaga la luse duto intorno:
par che le possa illuminâ 'l gno zorno
dâ 'i pase al cuor tarloco che delira.

La negraùra 'l mondo duto ingiote
in fondo d'un abisso;
xe beato el nuvisso
che perde carne e cuor in quela note.

Cu le assende le stele e le distùa?
Cu conta 'l tenpo a dute quele fiame?
Se disfa leste dute le gno brame
ne l'infinito de la note nùa.

No' sè 'l so nome: el sangue lo patisse;
me continuo la strà
tra nebulose vaghe e stele fisse
senza paura de l'eternità.

 

Tante stelle respirano
Tante stelle respirano/ e dilaga la luce tutto intorno;/ pare possano illuminare il mio giorno/ dare pace al cuore vano che delira.// L'ombra nera tutto il mondo inghiotte/ nel fondo di un abisso;/ è beato l'amante/ che perde carne e cuore in quella notte.// Chi accende le stelle e le spegne?/ Chi misura il tempo a tutte quelle fiamme?/ Si sfanno leste tutte le mie brame/ nell'infinito della notte nuda// Non so il suo nome: il sangue lo patisce;/ io continuo la strada/ tra nebulose vaghe e stelle fisse/ senza paura dell'eternità.//

Biagio Marin,da Poesie, Garzanti 1981

 












Un populu

mittitilu a catina

spugghiatilu

attuppatici a vucca,

è ancora libiru.

 

Livatici u travagghiu

u passaportu

a tavula unni mancia

u lettu unni dormi,

è ancora riccu.

 

Un populu,

diventa poviru e servu,

quannu ci arrobbanu a lingua

addutata di patri:

è persu pi sempri.

 

Diventa poviru e servu,

quannu i paroli non figghianu paroli

e si mancianu tra d’iddi.

 

[Un popolo / mettetelo a catena / spogliatelo / tappategli la bocca, è ancora libero.  // Toglietegli il lavoro / il passaporto / la tavola dove mangia / il letto dove dorme, è ancora libero.  // Un popolo, diventa povero e servo, / quando gli rubano la lingua / avuta in dote dai padri: / è perso per sempre.  // Diventa povero e servo, quando le parole non figliano parole / e si mangiano tra di loro.]


Ignazio Buttitta, da "Io faccio il poeta", Feltrinelli, Milano, 1972.




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21 ottobre 2006

MAESTRI

MAESTRI











Il maestro

Il Maestro è nell'anima
e dentro l'anima per sempre resterà
viva lei, bella e martire,
che tutto quello che le chiede gli darà:
niente di più seducente c'è
di un'orchestra eccitata e ninfomane
chiusa nel golfo mistico
che ribolle di tempesta e libertà.
Turbinando nel vortice
dove spariscono i paesi e le città
nel miraggio di quei semplici
e di quei soliti che arrivano fin là
per vederlo dirigere
con la perfidia che scudiscia ogni viltà:
il maestro è nell'anima
e dentro l'anima per sempre resterà.


Paolo Conte, da "Parole d'amore scritte a macchina", Platinum srl., 1990.
















Santa Lucia

Santa Lucia, per tutti quelli che hanno gli occhi
e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.

Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro,
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l'anima e le ali.

Per chi vive all'incrocio dei venti
ed è bruciato vivo,
per le persone facili che non hanno dubbi mai,
per la nostra corona di stelle e di spine
e la nostra paura del buio e della fantasia.

Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano che canta,
ride e stona, perchè vada lontano,
fa che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe,
anche la solitudine.


Francesco De Gregori, da "Bufalo Bill", RCA ed., 1976













Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale, da "Ossi di seppia", Mondadori, 1978.
(il testo è stato scritto tra il 1920 e il 1927)














Latomìe

Sillabe d'ombre e foglie,
sull'erbe abbandonati
si amano i morti.

Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomìe di cedri verdissime,

di cave di salgemma,
di fiumi cui il nome greco
è un verso a ridirlo, dolce.


Salvatore Quasimodo, da "Erato e Apòllion", 1932/1936.











     AMICO FRAGILE

 
Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi"
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perchè già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.
E poi sospeso tra i vostri "Come sta"
meravigliato dai luoghi meno comuni e più feroci
tipo "Come ti senti, amico fragile
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta".
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mia dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.
Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.
E mai che mi sia venuto in mente
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.


Fabrizio De Andrè, da "Vol.8", Produttori Associati, 1975.




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26 luglio 2006

STRAMONIE SOLATIE









bacchettare sulle gambe (sordida mia liturgica)
arsura precipitando sulle teste
chiudersi in blocchi d'acqua senza certezza con l'intera certezza
strisciare la lenza fino al bordo

ho pomeriggi pieni e tazze ripiene di tè
ho un terreno di asfalto sul quale sdraiarsi

io non so se il mio corpo sarà di nuovo il tuo altare
o se il tuo altare sarà ancora il mio cibo

l'acqua ha una bocca e non è la mia
fasciarsi la testa (puoi tirarmi su solo con una corda )
camminare sulle mani camminare sulle mani e all'indietro
il centro è nel fracasso il centro è nel fracasso squadrato
il vagone ancora non si muove ma ogni cosa deve essere al suo posto

nel fondo della tazza la violenza non ha volume
nel fondo della tazza

la macerazione è una fornace la fornace non è sporca
(solo l'amore quando è amore è sporco)

uno spillo e l'acqua di mare una tradizione che non si conosce
(strofinare il rossetto sulle gambe è una tradizione che non si conosce)
bacchettare sulle gambe

ho pomeriggi pieni
ho il Cristo da portare su due spalle e su due teste
ora non può succedere nulla
la femme a cavalcioni la femme a quattro zampe e il deserto

ossi informi non c'è il deserto
consumare le scarpe (la pelle degli animali è senza odore)

garza prosciugata nella mano della mano

non può succedere nulla

una tasca senza noccioli induriti
zampe ancora sul collo

la corriera barricata dritta fino al margine

ora non può succedere nulla

nessuno ora può vedere

i passi dei passi con le mandorle sulle dita
con i capelli afferrati da altre zampe
con l'acqua gettata in altre viscere



avere un aquilone a due corde (potrei forse alzarmi)
il drago nell'acqua le forme del drago nell'acqua

il corpo che ruota (un piacere incavato)

prepararsi nel fondo della sabbia / imitare le forme dell'acqua

misurala come puoi togliti il cappotto e misurala col corpo

sordamente
sprofonda il minimo articolare
stati di veglia e generazioni glaciali
salire o aspettare toccare il campo

avere le parole giuste sbagliare con le parole
cercare i punti di forza
galleggiare come l'aquilone

(non c'è certezza nel riparare
nella riparazione c'è qualcosa di molto rotto
di slegato congelato tagliato raffermo
c'è qualcosa di molto rotto
voglio dire che il centro è diverso dal lato
la riparazione è macerazione)

sporcarsi la faccia di nero
sedersi ad un tavolino in stazione

il gesso è squadrato il nervo indurito
la testa è una bocca la gonna è percossa

e tu vorresti dirmi che era lontano?
e tu vorresti dirmi che inciampavo nella corda?
e tu vorresti dirmi che inciampare?

(il polpaccio è uno spicchio di mela)

il tè è disorientante la barca all'estremità

e tu vorresti dirmi?

l'est è sulla mano (la valigia è piena la valigia è perduta)

e tu vorresti dirmi che?
e tu vorresti dirmi che era lontano?
e tu vorresti dirmi che le righe di sangue non raggiungevano l'acqua?
e la testa di lupo non era ferma sulle cosce?
e l'acqua non lavava ancora l'acqua?

il pane è nel cesto le giostre si muovono

un secchio di acqua bollente per scaldarsi

(Verónica attraversa la strada stringendosi il corpo)

le calze e le mosche la tovaglia e le mele

(il deposito di armi nella terra)

"spingi il pane sulla pancia"

il mondo è una cassa (un'urina lenta)
un tondo di mela da pesare sulla testa

pozzi di catrame e di carbone

(i pavimenti dei lager adesso sono sale da tè)

l'orlo dell'arancia (le dita a nodi)
il vetro ovale ta-ta-ta-ta-ra-ta-ta-ta

e tu petit enfant dietro le scritte arabesche del bus
(e tu enfant i ciuffi bianchi la sciarpa a nodi)

l'orlo del dubbio nella tasca

(l'alterazione del liquido nelle ginocchia)

lo scricchiolìo delle arance nella testa


(vascelli di pezza e teste sporche di enfants)


o liquido liquido bollente

l'asfalto nero da lavare con ogni parte del piede

intonando

fino a toccare il bordo nascosto della buccia

il risveglio e poi unire i piedi
(i piedi non vanno mai uniti i piedi non portano la croce )

alzarsi o non muoversi girare la testa aspettare che la punta di luce
cada sulla fronte aspettare con le mani aspettare che il cemento
fermi il piede che l'acqua blocchi l'acqua

vedo il giorno è il giorno da camminare senza pause

il risveglio il respiro a ricolmare il giorno sollevare la testa
difficile è alzarsi perché difficile è alzarsi
il giorno si è aperto il suolo si è aperto la terra è leggera
la gallina che corre non deve nascondersi

poter correre senza nessuno la gallina che corre non deve nascondersi
poter correre con il proprio corpo
avere il corpo

Planck e Rubens s'incontrarono un giorno d'estate per un tè
i sobborghi di Berlino e la legge della termodinamica

i mesi sulle dita
(perdo dalle dita)

gelatina e acqua bollente
rum sulle gambe
la gonna è bianca più bianca del mio sangue

ho cento spazi sulle gambe
ho cento spazi sulla pancia
ho cento spazi da coprire cento spazi

Isabelle è lì, suona il piano
la farina finalmente sulla tavola

la pelle a buchi
il peso e il peso

contrazione in movimento

la gonna è bianca più bianca del mio tempo

ho cento spazi sulle gambe
ho cento spazi sulla pancia

Planck e Rubens s'incontrarono un giorno d'estate per un tè
uno sciame e un muro
(allungare lentamente la serra tra le vene)

le penne dell'oca e i ghiaccioli sulle zampe

una maiolica bianca (strisciare il rasoio dalla fronte alla nuca)

(un fuoco che scalda piano i polpastrelli)

sotto il marciapiede
sotto il marciapiede dove gli organi molli,
gli insetti, le mattonelle sporche, il muco, le gonne strappate sono la tana

un fiotto di catrame e una vigilia
un polso bollente pressato sulla fronte
un secchio di membrane che si abbatte

peso e colpi ossa nervi liquidi

(il raggio della terra è minimo) incurvamento

le vesti, le ramure, gli strami e la grande forza degli elefanti

ci a ara vara ti j ci a

tara vara gesso e sso ita

hai lavato, hai spogliato, hai scivolato?

(e i piccoli cerchi di sodio)

le ginocchia premute sulla fronte

«non-ho-il-lapis-ma-loro-hanno-6-mele»

(o mela, mela che ti specchi sulla pancia, pancia)

un foro bianco nella stanza (simile a gelatina)

una coperta da stendere sulla tana

acqua sul mestolo sul centro della nuca a destra della pancia [il quadrante obliquo

di un orologio a pesi]

rompere il liquido sulla testa

 

Florinda Fusco, da Linee, ed. Zona, 2001






















A vita bassa

Professore lei non sa
dice oggi Monica
che la personalità
se la può permettere
se la può concedere
solo una piccola élite: il cantante, l'attore, eccetera, eccetera...
E l'antidoto che ho al futuro anonimo
è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip
sopra la vita dei jeans che quest'anno va bassa, va bassa ...
Ed i cantanti dalla radio cantano
ed ogni anno foglie morte cadono
i calendari cambiano
i centravanti contano
e tutto il resto è inutile.
Hai ragione Monica
la sconfitta storica
ma non posso dirtelo
posso solo piangerla
e guardarti crescere
come cresce l'edera
come il rovo su pietre e macerie.
Ed i cantanti dalle radio cantano
ed ogni anno foglie morte cadono
i calendari cambiano
ed i famosi ridono
e tutto il resto è inutile.
E le modelle per la strada sfilano
ed ogni anno foglie morte nascono
comete nuove cadono
per un errore cosmico 
e l' universo è inutile.

Baustelle, da "La malavita", Warner, 2005














Processo a me stessa

Spuntava la primizia dei tuoi seni
come in mare due punte di scoglio
li hai messi nelle mani di chi afferra
concessi come l'uva nella bocca.
Tu sei il limite di chi cerca la terra
tu sei il limite di chi ti tocca
tu sei l'antipatica e la bella
sei quasi nuda ossia vestita quasi
ma spogliata diventi un quesito
per chi ti abbraccia come un suo vestito
e 'non ho niente' dici 'non ho niente'
tutti pensano che non hai niente addosso
dici 'vero ma quel che posso
il mio sentimento niente addosso'
Tu sei il tuo processo ad ogni passo
ad ogni passo come se ballassi.
Tu sei la confessione ad ogni canto
e geme il godimento e gode il pianto.
Crediamo di creare i sentimenti
li leghiamo ai piaceri e ai tormenti
li diciamo coi sospiri e coi lamenti
li giuriamo come se non fosse vero
che noi proviamo quello che proviamo.
Li vogliamo assurdi come fantasie
li vogliamo credibili ma li diciamo
con parole incredibili
e gli diamo una ragione col cuore in mano
li vogliamo capire e non li capiamo
e cosi' li soffochiamo con quelli che
noi crediamo sentimenti.
Spuntava la primizia dei miei seni
come in mare due punte di scoglio
li ho messi nelle mani di chi afferra,
concessi come l'uva nella bocca.
Io sono il limite di chi cerca la terra
io sono il limite di chi mi tocca
io sono l'antipatica e la bella
io sono il mio processo ad ogni passo
la confessione di un mio gesto e' un ballo
io sono il mio processo ad alta voce
e, se confesso che respiro, io canto
facciamo un gioco bello come il mare
sono io mi faccio attraversare.
Il corpo nudo un limite del mondo
si muove come l'acqua con i fianchi
si muove da vicino all'infinito
il tempo come leggere la sabbia
e noi pensiamo ai passi che lasciamo
ma l'orma dell'amore la ignoriamo
ci solleviamo, andiamo via di là
lasciando un vuoto di felicità.

Oxa/Panella/Mioli, Sanremo 2006

 











LUCIGNOLA


Se voglio se ingorda voglio la fune
tesa fra l’erba e l’universo se la tua voce voglio
toccare come farina se una luna ti impasto
sul seno se per cullarti la notte nell’altitudine
dove si sperdono i fianchi voglio
la bocca che adora le dita fino alle gocce
se nella lentezza ti infilzo se ti fiacco nella mia festa
se anche il sangue come una perla
se ti curvo di punta se nell’utero perdo il singhiozzo
se nel morso lo schiocco
nella bocca ti sfamo
se la selva
se ti sfilo nel nodo
lo scoppio
io svetto dove ha mondo il mare
infioro nella placenta nel collo nella saliva
mugghio alla luna e luminosa ricanto.



Iole Toini, dal sito personale , settembre 2006














la sedia è in punizione
sotto allo scaffale

deve 'spiare le tante ore
che mi ha fatto passare
seduta

in piedi io
aspiro

aspiro a una pelle
che mi rivesta la pelle

non una pelle di pelle
ma una pelle di vegetale
intrisa di clorofilla

la superficie da clororare
è raminosa
e orlata a giorno

il capo volge al vespro
tornando al sole

una seconda pelle per i plantari
una suola di cotone
per camminare sulla terra
leggeri

mentre la mente s'ale




Amilga Quasino, dal sito personale, luglio 2006




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4 maggio 2006

INFERNI MINORI MAGGIORI

 

lamento della sposa barocca (octapus)

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.


Claudia Ruggeri, da "Inferno Minore", Nazione Indiana, gennaio 2005











Dipendo da te

...
Perché dipendo da te
Dai tuoi begli occhi neri
Dalle mani, dai piedi
Li voglio mangiare
Dipendo da te
Dai tuoi desideri
Dai denti bianchi
Dai capelli e dai fianchi
Dalle unghie ai vestiti
Dalle tue sigarette
Dagli stivali di pelle
Dal gusto che hai
Dalle storie che muovi
Dai baci profondi
E da quelli che neghi
Dipendo da te
Dalle labbra sottili
Dai lobi e dal collo
Dalla pelle del seno
Dai buchi del naso
Dai tuoi begli occhi neri
Dalle mani, dai piedi
...


TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - tratto da " Dipendo da te ", da Allegro Pogo Morto, MC.1995, autoprodotto (ripubblicato su CD da Vitaminic nel 2000)
















 

Nei leoni e nei lupi



Non avevo capito: questo impianto

grida. Né il semplice del
latte e del petto, la calma della casa,
che il dono sta nel sangue, che è semplice tutto
e l'apparato che macina,
le forze che fanno i parti
le particelle vive, le polverine dei corpi.

Si allontanano i fiori.

E i miei figli non sono  nati ancora
i miei molti foglioli nelle nicchie
sul fondo, i miei nuotatori.

Bello qui. Io amo qui.
Sono attaccata qui a immagine
a luce, passeggio.

Posto chiaro qui, rovinato
l'elemento, l'arcatura.

Apri apri
il mio lato di sale.

No faccina bella.

Battito spinge
braccio e respiro, intorno
grida senza gridare
vicino asciuga
i miei succhi. Palpita.
Odo. Sto per udire:
no canto no sillaba
no articolato no emesso
rompe lo scenario noto
scaraventa dal canto tremendo
spacca gli assi
sporge con le bestemmie
vecchio come la luce,
speso, nei suoi pendii
scendente fino qui puntiforme
esteso, fermo la casa.

Ho dimenticato.

Io vorrei che dai corpi cadessero le scaglie
che la pelle morta dei corpi...
che questa pelle morta...
che dai corpi cadessero le scaglie
nel consolato cielo
col chiaro della gioia come di
piccole foglie, che questa pelle morta
cadesse tutta a scaglie.

Che cosa vi sazia davvero?

Beato andare via, beata
larghezza della mente, cordino che
strozza il sogno, entità piatta del mare.

Che bellezza chiedete?




Mariangela Gualtieri, da "Nei leoni e nei lupi", ed. Il quaderni del Battello Ebbro, Bologna, 1997














COME SERENI
 
Potesse la neve mangiarseli tutti
cappotti impronte ombre
e lo sferraglio discreto della filovia
 
nascondere il funebre teatro
dei ricordi, memoria mobile
di ciò che non accadde
 
potesse riempire anche quel vuoto
quel buco nel palmo del passato
non solo di parole, dargli un senso
una temperatura eterna simile allo zero.
 
E invece non muore la memoria
sono io che mi consumo a poco a poco
sulle strade di sempre:
                                        lo vedo
negli specchi degli altri, nei miei laghi.
 
Potesse la nebbia ingoiare per sempre
voci parole facce che tornano, la strada
via via che scorre alle mie spalle,
questo silenzio ululante
tutto questo passato e tutta
questa lombardia.




Martino Baldi, da "Capitoli della commedia" , Atelier ed., 2005














sono io l'abitatore del sogno


sono io l'abitatore del sogno
felice d'abitarlo con il sognatore
che fa coppa delle mani per raccogliere
dalle piegate cime acqua a gocce
e fino al punto di risveglio vive sperando
di riceverne molte in premio
nell'aria oscura scendendo alle radici

come sistemarlo in vita
questo non e' un ingombro e vacilla
quando fa la fila davanti agli sportelli e ha freddo
e suda
e scende dalle gambe e a perturbato infiammamento
schizza via che e' un incanto
nel canto più sicuro
questo corpo incauto e previdente
che ama l'alta temperatura e gela
male patendo il male uso

ho conosciuto il caid del villaggio
e l'ansito che batte da fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

conobbe che la sua vita passò nelle tenebre
e non incolpa gli aspri comandamenti
e questo è il primo giorno che riconosce più suo
dappoiché volò giovinezza e sparve
e così allontana la scure dalla radice
senza sbarbicare ma rincalzando la zolla
insino alle più fragili fibre
per allocare il tempo in più vasta dimora




[Jolanda Insana, da Medicina carnale, Mondadori, 1994]















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4 aprile 2006

SPECIALE LILLI HOFER




morgenrot


ho venduto i soldi del viaggio
a un'adunata di spettri
che passeggia sopra il tratteggio
che nella stanza é la luce del giorno

bisogna dire che è stato un affare
spalancare le porte e restare
schiacciata nelle ombre sul muro

- spicchio spicchio della tua bocca
raggio raggio di mandarino
quest'occhio sgranato ti succhia
uno e trino brinda con te -

qui non proviamo dolore
tu non venire di rado









apocrifo

eppure sei nato da un ventre  
e sai di carne trattenuta
nella buccia di un frutto

forse lei ha preso parte al tuo sangue
tra le vene del legno
lontana da casa oltre le mura di cinta
ti ha covato su un ramo
e sei rinato da un uovo

- infatti mentre parli
con la voce disossata
tra le piume bianchissime ti spunta
una soffice turbolenza di ala
bianchissima e toccante: è la prova
che i giorni quaggiù
non si sono mai mossi

anche nella foto di famiglia
è difficile fissarti
le ali mandano all'aria ogni piano -












in conclusione mi spogliò, un michelangelo,
un facsimile, mi sbottonò, slacciò cinture,
mi benedice ancora se mi tace, stordisce
solo coi suoi occhi, spogliandomi
dei grumi il marmo, sfogliando
chilometri di ali, eva e la mela,
l'educazione bestia delle serpi.

proporzione del bianco, tutto indescrivibile,
- non temo per il diavolo - le parole leali,
sempre l'amore, non a caso, oggi straparlando
ad occhi quasi chiusi è il morso,
le farfalle che non badano come lo amai

.








mater ja

neve la coscia
nella gonna nera
concreto bianco a picco
sotto un cielo balena

ferma protesa
cresta la schiena
e parete di passaggio
di primo grado
quando ripida scollina
e ridiscende e sale
nei tratti di secondo

roccia dolomitica e rosa
fra linea del labbro e fronte
spacca la conica crepa erosa
dove precipito in guancia
nello stacco a vuoto

[ti costeggio
un pensiero
verso l’occhio
dove muove
un sentiero
che non

 








ninna nanna


poi creò
il piano sentiero
l’uomo nero

i blocchi di fango
le figure plastiche nel tango

gli occhi rossi
gli sguardi di pietà

la perdizione
la detersione

l’utisingolo
l’antropomorfismo universale

l’ ’’io dico’’
l’immagine del nemico

gli orologi a cucù
la milizia della virtù
l’inchino a sua maestà

gli operai anziani
le stalattiti
i vulcani

il marcire a volte dei frutti acerbi
gli scoppi bastardi di certi petardi

le pere bianche di collina
l’astinenza da nicotina
l’alito del mattino

il gelso la vite e il pioppo
il biscotto nella pappa

le scale a pioli
i concerti di assoli

la poesia profetica
le reti sulle parrucche

la parola muta
il gemito
la folla

i diritti d’opzione
il nuovo capitale

altre mode
altri idoli

il genio arreso
il paradosso esistenziale

i vortici sui catamarani
il velluto dei pompini

i sogni dei cani
gli orti nei pantani

le superfici piane
lo stile
le rane

l’occhio suo gigante
e nella palpebra cadente
creò il suo dormire






tutte tratte da Lilli Hofer, sito suo




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24 gennaio 2006

SPECIALE ROSSELLA DIMICHINA




POESIA DETTA "DELLA MALORA"


in un esercito di ciotoli severi lui prese a compatire
la sera per la sua meccanica erotica- le mani orfane
le mani orfane il raso bianco da sposa appiccicosa
le rocce i palazzi e le risa, venne per trascurare
la curva dei fianchi e la frontiera della mistica
continuando però a benedire quel che restava dei sussurri

l'incubo dei sussurri e l'incubo dei portici
nell'opposizione della città avevo paura
dei vetri- bianchi e levigati vetri con
dei fantasmi nel mezzo vestiti di rosa e pieni di promesse

lei sa delle rose nei canneti e dell'animo marcio
e dell'animo desolato e alla sera e al sole
dorme di un sonno di nido di fiamme
penetrando una fedeltà eroica e il poeta
lascia i gigli attorno all'ofelia liturgica
nelle tane e lieve










UNZA UNZA TIME

io che lui l'ho conosciuto mentre camminava nella stanza e poi seduto nell'anagramma dello stato puro o dello stato spurio
comprare gli stessi libri decine di volte eppure avanzare contro il vento
ecco cosa ci andava di fare, ognuno dalla sua parte di vento
con una fila di peluche e cd a indicare i confini del
questo è suo questo non lo prendo io, plastici nella scena
della Bella Schizofrenica-
e le gambe? le gambe...

c'era stato qualcosa in passato, nel caso di lei:
una cauta improvvisazione- qualcosa come un ultimo bicchierino alla sera
che poi ti rende uno spirito impuro-
oppure come un ricamo di fate, un'enorme matassa di fate
dai capelli verdi e gialli per fare luce in cucina-
avrei tanto voluto regalargli un libro per bambini
due libri per bambini, con i disegni imbronciati,
per farmi perdonare la cautela
ma sarebbe poi stata una deviazione










I CORPI, AL LETTORE

nel bosco c’è un uccello e nei viali immensi i corpi che avete trovato,
nessuno muore della morte di un altro- gli sterminati corpi esausti nella posa, in rima ore sul divano enorme a febbraio o marzo o aprile, illividiti dai bagliori, mentre nessun inferno significa niente se non lo si collettivizza e quindi tutti i fiori si parlano, esecrabili

lui è stomacato, un canto veggente, di notte
le bionde o le brune, nella stanza nel balcone nella tortura della differenza, l’osceno ci accarezza

hai un sorriso per me? una punta di lingua, una costituzione?
le dame ti reclamano, riorganizzate in esercito, Parigi è bombardata- soffoca la poesia e della poesia soffoca il tulipano,
ce lo siamo ben meritato questo riposo

non si parte, riprendiamo il cammino curvo annerito, sotto un vizio, affogato e la nostra icona sarà una ballerina che gira sul piedistallo dorato- le braccia, affascinante, nella posa dell’angelo- noi non amiamo nessuno- uguale e dentro










SOMETHING THAT FLOATS UPON THE SURFACE

una linea, un natale blu, queste vene che non posso vedere pulsare, il mio desiderio di droga, di trip, di allucinazioni, mostri e farfalle, i lividi nelle ginocchia subito viola, lui che minaccia lui che piange lui che legge e recita e la seta del francese ci incanta e qualcosa di vago nel tic tic tic tic, le lancette stonate nella notte e nessuno dorme, le forme, tutte le forme, sorde, così alla moda così dilatate, luglio insopportabile come un menarca e tenere le mani sulla pancia sulla faccia le labbra scomode, abbracciati per finta, sposo appiccicoso, qualcosa che galleggia, qualcosa che gialleggia, appeso appena recitato, la perfetta imitazione di un uomo, navigare la luna, la gravida lattea luna, piccola silenziosa guancia di bimba, non è successo niente, canzoni o tragedie, leggendo shakespeare, assassinando l'icona dormiente, un simbolo morto, i miei amanti erano tutti lì con me, a mezzanotte non succede niente, questa canzone si intitola: no surprises- niente di cui dubitare, crepitare sulla ghiaia, cin cin, tutti sono così... danneggiati, porte scorrevoli segrete in fondo ai fiumi e alghe nel ritmo, qualcosa che galleggia sulla superficie, sacro impero surreale, una colata di nettare un bisogno d'assenzio, cercando di stare bene, appallottolando mollica e i muri diventano così ruvidi- quindi accoltellalo, nel mattino e nell'amnesia










DIETRO AI ROSETI

sono l'effimera sera di rosa- l'abisso amaro
in cui le lente file umane tagliano il collo alle strade
alle vaghe tombe urbane

non appena l'azzurro recitò la sua preghiera
vennero i banchi notturni di caos e di buio
sui fiori infantili sulle labbra aranciate sulla flora
dal mare dalle viole e la commedia si ripete
nei quadri e nelle narrazioni simili a grandi occhi di dio

recintato in un atteggiamento da maddalena, ingenuo-
sa mamelle bénie, parlò con me e con altri deserti




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12 settembre 2005

TRASVERSALI ED ESPLOSIVI





"Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, Tanino Liberatoremio padre e’ pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il Liceo Artistico, una decina di personali, e nel ‘74 sono diventato socio di una Galleria d’arte a Pescara: Convergenze, centro d’incontro e di informazione, laboratorio comune d’arte. Dal ‘75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ‘71 al ‘73 ai marxisti leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti. Ho la patente da sei anni, ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ‘76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile Frigidaire. Mio padre, anche lui svogliatissimo, e’ il piu’ Roberto Battestinigrande acquarellista che io conosca. Io sono il piu’ bravo disegnatore vivente. Amo gli animali, ma non sopporto accudirli. Moriro’ il sei gennaio 1984".











Andrea Pazienza, da Vario- l'Abruzzo in rivista, 1999 ca.
















Brucia Troia


Eccola viene
Ha quattro braccia e due teste
quattro gambe e due teste
ora che lei
ha quattro occhi e due teste
quattro mani e due teste

ed eccolo il figlio
che ti scaccerà
che ti ucciderà
che si prenderà
il tuo posto nel mondo
come ora si è preso
la carne di lei
come ora ha rubato
l'amore di lei
già ti ha rubato lo sguardo di lei
con lui già ti tradisce

l'orrore l'orrore

Barbari della Colchide
i vapori s'alzano nell'ombra

il cavallo di troia è ciucco
come il mio ciuffo
il cavallo di troia è ciuffo
come il mio ciucco
il cavallo di troia è ciunco...

fai scialo diletto mio delle tue cosce
fai scialo amante mia delle tue braccia
il vino scorra a sangue nei crateri
noi gusteremo il giorno
un giorno ancora

Brucia Troia Brucia Troia Troia Brucia

come io brucio per te...
per gli anni tuoi abbracciati nell'assedio
per i giardini tuoi favi di miele
i denti mordano la terra nera
noi gusteremo il giorno
un giorno ancora

Brucia troia Brucia troia Troia brucia
 

15 uomini, 15 uomini e 40 teste di porco

 

Brucia troia Brucia troia Troia brucia


per gli anni che tu hai preso nell'assedio
per gli anni tuoi che avanzano nel sole

sono io il mio Minotauro
divoro chi arriva fino a me
chiuso nel mio labirinto
divoro chi arriva fino a me

Zara degli dei
madre degli eroi
la terra ti bacia
Brucia troia Troia brucia Brucia troia Troia brucia
come io brucio per te...




Vinicio Capossela, da "Ovunque proteggi", Warner, 2006











Un biglietto del tram

In corso Buenos Aires
tutto il giorno ci passano i filobus,
e ci passano i carri blindati
coi prigionieri ammanettati
che guardano, e non vedono.
Povero Fogagnolo, che non era un attore del cinema:
si presenta, ti dà un'occasione,
mormora il suo cognome e nome
da elenco delle vittime.
E mi ha fatto un regalo:
un biglietto del tram
per tornare in piazzale Loreto.
Esposito ai giardini sta leggendo gli annunci economici,
e lo vedi su mille panchine,
o in coda a file senza fine
chiede giustizia, e subito.
A Poletti hanno dato
sette lettere sopra una lapide,
e la gente che passa e le vede
fa un po' i suoi conti, e poi si chiede
«Non è una spesa inutile?»
«Non bastava un biglietto,
un biglietto del tram
per tornare in piazzale Loreto?»



Stormy Six, da "Un biglietto del tram", Fonit Cetra, 1975










Le Ceneri di Gramsci


I

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio,o l'abbaglia

con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere,ai turchini
monti del Lazio...Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l'autunnale
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...

Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano

delineavi l'ideale che illumina
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell'umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine
dalle officine di Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.


II


Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo

e nobile, in cui caparbio l'inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte

e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell'urne sparse

inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti

uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà

questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera

rasserenando spegne in disadorni
sentori d'alga... quest'erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda

l'atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta

trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda

altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
- familiari da latitudini e

orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come

smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie invocazioni...


III

Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l'urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci... Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi
d'adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa

la tua tensione, sento quale torto
- qui nella quiete delle tombe - e insieme
quale ragione - nell'inquieta sorte

nostra - tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell'antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d'incudini, in sordina,
soffocato e accorante - dal dimesso

rione - ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito

è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade

di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo

l'odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
- con te - il mondo, oggetto non appare

di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto

perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio - nella sua miseria

sprezzante e perso - per un oscuro
scandalo della coscienza...


IV

Lo scandalo del contraddirmi,
dell'essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;
 
del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
 
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
 
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria
 
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
 
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...
 
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
 
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
 
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la
storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
 
ma a che serve la luce?
  V
Non dico l'individuo, il fenomeno
dell'ardore sensuale e sentimentale...
altri vizi esso ha, altro è il nome
 
e la fatalità del suo peccare...
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
 
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
 
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce
all'inganno.
Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
 
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza... e ironico ardore
 
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute... Fino alle infime minuzie
 
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia... Ben protetto
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
 
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l'io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
 
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento... Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
 
del vento, qui dov'è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l'anima il cui graffito suona
 
Shelley... Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
 
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell'avventura, estetica
 
e puerile: mentre prostrata l'Italia
come dentro il ventre di un'enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
 
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
 
col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
goethiano, il giovincello ciociaro...
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
 
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
 
Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
 
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
 
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
 
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
 
del mare... E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
 
ne è l'Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
 
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
 
in luride spiaggette...
 
Mi chiederai tu, morto disadorno,
d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
VI
 
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
 
che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
 
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
 
e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
 
caseggiati dove si consuma l'infido
ed espansivo dono dell'esistenza -
quella vita non è che un brivido;
 
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
 
- forse più lieta della vita - come
d'un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
 
che per l'operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l'umile corruzione. Quanto più è vano
 
- in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace -
ogni ideale, meglio è manifesta
 
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
 
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...
 
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
 
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
 
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina... Manca poco alla cena;
 
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d'operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
 
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d'immondizia
nell'ombra, rintanate zoccolette
 
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
 
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
 
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
 
vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
 
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
 
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
 
È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
 
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
 
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
 



Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 1957














già conto i secondi







Sono sul punto di saltare per aria/ una bomba umana che vaga per
strada/ una furia che nessuno placa seda/ QUAGLIANO ONASSIS MEGA/ roba
nuova AREA/ TORINO TORTONA via NOVARA ancora/ data zero zero uomo il
mondo intero uomo/ sa quanto sono pericoloso uomo/ ho un flow che sogni
perché mi sa che è da un pò che dormi/ cosa? vuoi fermarmi mi sa che è
di un pò che perdi/ chiunque tenti di fottermi è fottuto è tutto/
verrai distrutto nel contatto kamikaze atttento/ più avrai osato più
sarà enorme il boato/ più realizzerai che sbaglio è stato avermi
innescato/ ma sarà tardi per salvarti quindi corri a ripararti soldato/
finché puoi io ti ho avvertito capito/ se mi vuoi mi avrai dove e
quando vorrai/ ma scherzando col fuoco ti scotterai prima o poi.
Percorrendo una strada/ che a volte pare improvvisata e altre sia
sembra sia stata pianificata/ studiata/ se mi sondi gia' conti i
secondi la bomba e' innescata/ male che vada fai bella figura nella
parata/ ma il palio lo vince la mia contrada/ sono sei anni di affanni
danni/ bombe da un paio di grammi.
RIT. PIU' AVRAI OSATO PIU' SARA' ENORME IL BOATO / NON DIRE CHE NON TI
AVEVO AVVISATO/ SE IO SAL
TO PER ARIA TU SALTI PER ARIA SON ME/ F.NO NESSUNO COMPETE CON QUESTI
PRO.
Prosegue l'incursione tre pro in azione/ tienti pronto per l'esplosione
siamo in missione/ da tre zone tre persone/ che tu odi come un
prigioniero odia i suoi nodi/ siete idioti?!/ abbiamo troppe doti
troppi modi alti scopi/ non vogliamo lodi/ ma soldi ignoti/ si capisce
tra di noi è come un cliché cioè si maledice chi tradisce/ li c'è
l'ingrato... uso c4 in forma di fiato per l'attentato/ tu sei il
passato... sei stato incauto/ l'impatto viene dall'alto/ parto come un
dardo da un arco MARCO/ faccio parte del reparto d'assalto/ contro cui
ti sfaldi come il lardo nel caldo/ mi criticasti bastardo eri un
pagliaccio più di Crusty/ di te sono rimasti solo resti guasti/ spero
ti basti ricordati di ONASSIS. Fortuna?!? ma non una/ fra le tappe è
stata bruciata piuttosto le si consuma/ 'nduma tu viaggi poi spargi/
merda sugli A.C.GAGGI/ su fondamenti di filosofia storica/ chimica
oltre che cronica/ è assurdo fai il furbo/ tieniti il culo e preparati
all'onda d'urto.





Sottotono , da  "Sotto lo stesso effetto", WEA ,1999




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6 marzo 2005

COMPIANTI





rien ne va plus


non incontrarci
è stato facilissimo
(salvaguardia familiare al nostro viver lieve)
eppure non c’è vuoto
da mare a mare
ma una tutt’aria, che trema
al tuo passare
altrove

Guido Conforti, sf 2005









Cattabiano


Si sentono sul sentiero, dalle gaggìe
in sospensione tra bosco e bosco.
Ho sentito anch'io, d'estate.
In un'ora lucida e calma
sono di grado dispari
per grazia non uguale.

Antonio Riccardi, Il Profitto Domestico, Mondadori, 1996












Mi spiega la luce bruna dal filo del davanzale

e ha sorpreso la notte avvolta nei colori affrescati

e ha sospeso come un’aria incantata, come un suono

finché dai pensieri gocciola il ghiaccio del mondo,

una sconveniente malinconia.




Silvia Molesini, Cahiér de doléances, Inedito.it, 2003













Oceano di gomma


quando ti ho sognato eri una goccia
in un oceano di gomma
credo in te come tu credevi in me?
un fiore d'oppio in porcellana e roccia
beh almeno tu sei vero
anche se sei solo pensiero
chi di noi due è reale
tu non sei più vivo e io non sono mai stato capace di amare
 
sento che ho qualcosa qui dentro me
che non voglio sapere
i giovani cuori falliscono
Roby può interessare?
che tu per me sei vero
sei il mio più dolce pensiero
il prezzo sai è un po' il mare
ti culla e non ti vuol lasciare
tu per me sei vero
sei il mio più dolce pensiero
è solo tuo e mio il finale
credo che per gli altri sia solo imbarazzante e virtuale
 
sai per me sei vero
facciamo che sei il mio più dolce pensiero
il prezzo è un po' il mare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare

 

Afterhours, da Non è per sempre, Mescal, 1999.


















Natura
La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l'amore.

 Mario Luzi, "La barca", Guanda ed., Modena, 1935








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27 dicembre 2004

VISIONARI


VISIONARI









PIASTRELLE ORTOGONALI

Rabbuio
di volta bucato in contumacia
a blu vino,
tra fronde di nuovi treni
e semicerchi risucchiati all’epicentro,
in prospettiva, in verticale
o una scarpa, un’ala, un viso
e l’istrionicità di sguardi
che a folla arricchisce la danza
d’eventi e sembra
bologna.

Si aprono i cancelli
e sono torri
al bivio di congetture e minuti reali,
non confido sia l’aria
ma gondola
su plachi canali di contraccambio
come sillabe limate a dir colore a un"idea
a sprigionare lo spirito;
trepidanti dita alla bocca inquiete
e cavalcate di petto
nel lastricare l’esistenza
d’essenza autografa
ad allegoria
che stoppa il fiato
sull’aderente sovrapposizione.

Il resto
sul tetto alato
rianima il respiro
una camera accesa all’ultimo piano.



Sweetmidian, liberodiscrivere 2004.






















1. Il bosco bambino

 
Nato pagato con la metà dell'aria
della vertebra nera, dall'inciso
soffoco gridavo alle ombre dietro c'è il sole
gli occhi, le seppie sugli occhi di mia madre
a colpi a colpi sbriciolavo le cortecce
assordato dai crolli
gli alberi non hanno ferite o palpebre
sgominano bambini e sogni, e i sentieri
 
parlavo alla madre di sera:" Guarda
l'arcana linfa sull'erba
stremata" e ridevo.


Roberto Mussapi, Vico Acitillo 124, 2003
















Impasto sabbia rossa...
... Questo è mio padre, o forse
è come era lui,
una somiglianza, uno della razza dei padri: terra
e mare e aria.

Wallace Stevens



Impasto sabbia rossa con acqua del mio fiume
per un'idea non esatta quanto l'intenzione.
Invento.
Qui con me nessuno.
Adesso
tento l'impresa di spostare
la freschezza del fiore che ho in mente
su un pensiero duraturo da guardare:
voglio che la voce del suo nome
s'alzi e s'alzi ancora dall'argilla
e tuttavia persista eternamente.
Se non è magia, chi noterà il mio gesto?
Eppure vivo nel mio delirio
un grande inizio.

Sono Lish, di Urùk,
sumero.
In questo fermo silenzio universale
primo nel tempo
scrivo.



Silvia Bre, miserabili.com, 2004.






 


 




 

 

Poesia schiava


da mansueta generavo un frasario insospettabile

elegante quel tanto, mediamente sonoro, raccolto

intorno a spaziature precise come se nulla fosse

frasi che a svincolarle sorprendevano per allucinata

visionarietà come le caramelle con il buco dentro

e il vuoto fuori e conveniva a tutti

 

 

leggendomi a me stessa comprendevo quanta

bontà predestinata contenessi e m’impiegavo

in amabili rimbrotti al mio scrittore, dicevo

in ampi sottintesi il mio valore intrinseco

paragonandolo al corrispettivo in termini

d’affetto che ardente m’aspettavo

 

 

folleggiavo coperta di veli dal primo

verso all’ultimo, incrinavo bicchieri

con acuti visibilmente fuori legge

cercavo cardinali oltre l’ottava nota

il quinto elemento il sesto senso

e lui (o lei) godeva e me ne innamorai

 

 

un giorno chiusi gli occhi per numerose volte

regredendo di palpebra in palpebra

fino alla mente pura di lei (o lui)

pura tramite me oppure ignota;

di me, m’innamorai e vidi chiaramente

che senza lui (o lei) tornavo muta

 

e mi zittì sentire tutti i miei desideri

calare nell’inferno del bisogno

e il pigmento dell’inchiostro rosso

opacizzare mentre si scuriva

di tono in tono fino al blu metallo

dove barbaglia il sole - spesso piango

 

  Mauro Mazzetti,  sito " la letteratura russa ", 2005.




















La povertà








La povertà è pulizia.



Non un acino di polvere,



un pelo di gatto,



una penna di gallina



sul coperchio della madia.




Leonardo Sinisgalli, "Infinitesimi", edizioni della Cometa, Roma, 2001




 

 







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13 novembre 2004

PAROLIERI

 

  

Il Vile


Contano di più centomila modi sfigati di tessere?
E contano di più anche se la rosa dei modi è un quarto di tre?
Io sono ordito, trama e stoffa: seta! Che cosa credi? Seta!
Setaaa-a-a-a-a!!!
Ohh, dimmi cos’è che non va
Sento la vita volare, è un soffio finire tutto così
Senza riuscire a capire
Onorate il vile
Colpa dove sei? Vedo la spina e il dolore che vibrano
Tacere, sai, dopo trent’anni è la cosa più semplice
Eppure sono ordito, trama e stoffa: seta! (bruciare i fili) seta!
Setaaa-a-a-a-a!!!
Capire cosa non va
C’è da lasciare al fuoco le maschere
La seta non puoi altro che amare, baciare, lambire, sfiorare
Onorate il vile
Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore
Ma è così dura, credi, e sento che non lo so fare
Non lo so fare.

 

Marlene Kuntz, Il Vile, 1996


 

 

 

PER NOME

            Ha un nome molto bello
            che se me lo ricordo
            lo chiamo quel bel nome.
            E lei starà
            non in qualche foresta
            ma in qualche bestiola
            che colta sul fatto si volterà di scatto
            mostrando i suoi tre quarti
            stupefatti
            e gli inzuppati come dolci nel latte bianchi degli occhi
            con il tocco sopra d'amarena.
            Per nome ma non tanto per davvero
            starà leggendo un libro nel pensiero
            e infilerà un segnale nel sospeso.
            Ha un nome molto bello, molto illeso
            che se me lo ricordo si apre un fico
            golosamente arreso se lo dico.
            E lei starà
            misurando con calme sequenze di palmi
            su sé quanto dista
            la gola fatalista
            da tutta la tastiera
            del costato. Avrà accordato
            il respiro con l'arco
            della dorsale
            e sembra l'obiettivo
            del suo cruciale sbarco.
            Per nome quell'alone protettivo
            che la dimenticanza ha rinforzato
            la punta della lingua m'ha aggredito.
            Ha un nome molto bello, smemorato.
            Starà guardando molto da vicino
            qualcosa che da qui non l'indovino.
            E lei starà.

Pasquale Panella, L'Apparenza, Numero Uno, 1988

 

 


 

 Ah, oh

 

***

 

Ah, oh

t 'ho pescato   pescato

beccato   (per monti e per valli)

 

ah, oh

t' ho trovato   trovato

trovato   (dolcissima Clori)

 

ah, oh

t' ho cantato   cantato:

"dolzore d'amie

polzela e Nicolette

polzela viege Annette

la vierge alouette"

 

ah cantato (per monti e per valli)

oh sperato (soavissima putta)

ah trovato (freschissima potta)

oh beato (Clorannenicolette)

 

***

 

E pois l'è vegnest

dal cortois padoàn

dal cortois udenes

dal furlans nel triuixans

quel che l'à strucolà

 

l'à frugnà soto el nost camìn

l'à frugnà sot el nost palasso

 

Aulìì!

ah, oh

Aulì

cossa olì? olìu che me masso?

olìu che me impàsso?

olìu ché?

 

ah, oh pòro putìn

oh, ah pòro pisìn

ah, oh pòro casìn (casòto) casìn

 

***

 

E se non fosse da tornar giammai?

el canchero famoxo

el correttor  bramoxo

que tant estoit ascoxo

en fin le chief enchìna

 

***

 

Ci tourne a rimer

oh, ah de monticulo, seignors,

a l'androna dei todeschi

oh, a la ca' del preve

ah, la complue del communi monte

 

pour sentence, pour estoirie

poi ch'é freschera

e verde m'é vegnest

la remebranca

con verso e con sentenca

me branco en la lengua de Franca […]

 

***

 

torno e te prego

per valli, per monti

dolcissima Clori

che ancora tepesci

chiamo te ser Can

d'estrancere lengua

[…]

 

et repete la cantinela

 

***

 

encore:

per colli

volli scolorire

folli voli

di arf gulp

 

tu, oh ragazza docile,

giovane Clori

giovane Nicolette

jeune Annette

cloranette-capriolo

 

(quali prati avrai mai più riservati

quali campagne fiorite: bonjour

monsieur le professeur: bon jorns

seigneur le bon chanteur

ah

oh

 

 

Agostino Contò, Anterem n° 47, pp. 60.61,62

 

 

 

 

 

 

POLSONETTO

 

Ruotavo

nell'intingolo i sensi,

il tuorlo a tempo;

cogliendomi all'incrocio

pronominale,

colori

torti agli orli,

contrite le sostanze,

chiarificato

l'estratto nell'inciso.

(Ad intervalli ben

dosare i verbi...)

Mi candiva l'indocile,

quel sole d'onice

maturo

sulle scansie del ricettario.

 

(Oh l'erborino

ciprigno e la cicuta!)

Tra gli aromi ammarando

m'inZanellai di nomi:

dentro, più

sfogliate le rune...Rare

presine di parole...Lì, lì,

devote nello scandire

assiduamente i suoni.

Ora, persino!, il rapido

tarlarsi di qualche ramaiuolo

dal velo irrancidito;

di questo tornio

da usare con dovizia

fin dove s'innevi a mente

l'albume del cuore.

Certo: sol per

fecole oscure

s'infilano i carmi.

Poi scalco i nodi

dell'osso preveggente,

al chiodo passo

strazi e cautele

arrangiando di sale

la sorsata d'assaggio.

Servo: pronunziato

 a dovere, l'anima

al dente.

 

Da Poesie senza voce

Marica Larocchi, Anterem n°47, pp.14/15

 

 

 

 

 

POESIA

Per M.L.

 

Ombra penombra

di loquace antica

desolitudine

si sfoglia sfoglia

e la parola perla

dal muscolo mollusco

luminosa exit

 

rotola fra i dentini

intendi?

serbando e risciacquando

rosebelle e urne

passo passo

l'ombra

del sospetto corpo

fa sospetto velo

al pensar pensiero

 

che desiato vibra

e desiata vibra

 

Brandolino Brandolini d'Adda, Anterem n°60, p.37




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30 settembre 2004

FENOMENOLOGICI

 

 

LUCI

 

S'amore o morte non dà qualche stroppio

a la tela novella ch'ora ordisco

e s'io mi svolvo dal tenace visco

mentre che l'un coll' altro vero accoppio…

                                                            Petrarca

 

 

Oltre la linea fònica

La finestra che si è dimessa

E che non vede Nulla.

 

Tanti bisbigli

Che vagano alla porta

Ben altro è l'esterno

Di quattro identiche voci.

 

Aperto

Effetto sul palcoscenico

Sufficiente.

 

Apparire e scomparire

Facendo a gara

Mentre si manifestava.

 

Il Capo dell'Alleanza

Trasferiva nel riquadro

Voci di altri esseri.

 

Colori tenui

Avvertono un fremito

Sembrava casuale

Ma non dipendeva da Chi.



Paolo Badini, Anterem n°65, p.65 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è l'ultima parola della verità

In ricordo di Alan Watt

 

 

lava le sue stoviglie

una fresca brezza soffia

là dove vive, un tavolo, un vassoio, una sedia,

un focolare e delle finestre,

la mattina presto: come va

la sera tardi: buona notte

 

 

Francesco Giusti, Anterem n° 55, p.67

 

 

 

 

 

 

 

  

ASTARTE

 

Astra te mia Astarte

sei Anat in Innini alla Venere di trecce tenere

vita guerra regina dei cieli

morte amore sovrana degli dei

Astar assimilasti in fasti di vento e tempesta

e fluttuava nella cava il tuo abbandono che tradivi nei rivi

(così Gilgamesh raccontava a noi vivi)

 

ma io ti ricordo retta a bordo d'un leone ritta

sola signora della battaglia contro la paglia

Lucifero e Venere mattutina

poi china ricamavi languori quando trillavi serotina

 

Nadia Cavalera, Anterem n° 49, p.44

 

 

 

 

 

 

IN FORMA DI AMPLESSO

 

Derogare

tutto la presenza di un

corpo mio che poi raggiunge luoghi

e tempi mai necessari derogare la relazione

con qualsiasi altra persona il tempo di ritirarsi

è arrivato difficile essere consenzienti al nulla

derogare

delegittimare l'abitudine

a colloqui inespressivi sapere

che ogni profondità con altri è uno

trascorre laterale del tempo derogarmi in

ogni atteggiamento non consanguineo di te

le mani da lavare hanno nessun senso se

non come rito di pre-tua-penetrazione

così colliquare-collimare e non

avere alcun futuro finché

non sia arrivato

il tempo di te il tempo

della fine di me in

me nuovo novità essere

altrove in un luogo

bizantino anzi barocco

recuperare il barocco

vivendo in barocco

essere limen

accettare

tutto

la mancanza

l'impossibilità

il cianotico tuorlo della luna

odiare la luna e i suoi esempi poi

viene il tempo dell'immaginazione che

non tiene il passo della coscienza delle possibilità

del tuo corpo che dovrà essere deiscente senza coscienza

vilipendere il sé con autolesionismo di unghie lacerate

e corpo corpo non essere rappresentazione di nulla

non dire nulla non mostrare nulla che non la tua

violenza di accettare la mia violenza e i

cervelli che non reggono il passo

delle parole più veloce più

rapido di quel fiotto di

consapevolezza di

noi in noi

in pene

penetrante

vagina

estroflessa

nel battere

e nel levare

quattro quarti

non è il nostro tempo

ma metrica sincopata irrazionale

7/11

frazione

estensione

ritmica della

carne che in

sesso di te è sempre

mutante non v'è fissità

più vorace che la tua lingua

dominante il seme bianco e

trasparente vuoi voglio

un silenzio

a scadenza

il tallone nella

bocca la mia bocca

dammi qualsiasi parte

da riverginare con atto di

deflagrante

invaginazione

di me in te

 

 

la

limpida certezza

di essere

 

 

 

 

David Ponzecchi, sito personale, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA PARTITA A SCACCHI

I parnassiani ci assecondarono così prendemmo posto,
e sfogliammo svogliatamente, io e Adam, questa rivista
"Parnasse contemporain",
e questo movimento poetico sorto in Francia
nella seconda metà del secolo decimonono
“Dovremmo osteggiare un sentimentalismo romantico
in difesa di un ideale di pura bellezza estetica?”
Adam aveva dei tratti infantili, uno di questi era
per l’appunto, che faceva domande inoltre
se non gli davi attenzione ti veniva
a cercare e lo divertivano
le cose ripetitive.



“Ascolta” dissi, mettendomi comodo
“Il punto della questione è che se cucini
non lo fai mai per te
anche se sei da solo.”
Cercavo di destabilizzare Adam
ma lui non sorrideva e non indossava
un paio di guanti e nemmeno una collanina
Adam sapeva delle
cose semplici e mi diede dell’imagista.
Ed in effetti, come negarlo, anche io,
a volte, sostenevo che l’essenza della poesia
è l'uso di precise e concrete immagini
che non abbiano la funzione di mera descrizione
ma che creino nel lettore
una suggestione profonda;
Anche il propugnare, inoltre,
la libera scelta di temi e di contenuti
(soprattutto del periodo in cui si vive)
e l'impiego di versi sciolti
da ogni vincolo della metrica tradizionale volti
alla creazione di nuovi ritmi.



“Lasciami dire” disse Adam che nel frattempo
con due dita cercava il cuore del tabacco in una buccia
di mela rinsecchita “Lasciami dire che la cosidetta poesia
confessionale, che ci ha lasciato una manciata di poesie
e due suicidi, nasce da una costola dell’imagismo.
Eppure si inscatolò.
E vogliamo dirla la verità? Non crederai mica
Che la Cina esista sul serio?”



Ovviamente non credevo esistesse la Cina
e sapevo bene che il surrealismo con la sua
scrittura automatica aveva fallito
la vicenda umana ha una bizzarra
innaturale composizione
la solitudine che ne accompagna
la condizione è divisa
composta da due
come le gambe.
Il corpo e il pensiero
albume e tuorlo
si avvinghiano nel guscio umano
e portano avanti in un ossessivo presente
che poi si sforzano di catalogare come
“passato”
o
“futuro”
un'incoerente affermazione e negazione di sé.
“D'altronde, l'unica costante in natura, è il cambiamento.”
Disse Adam servendo il thè con dei biscotti al cacao su cui
aveva preventivamento cosparso un pò di sale e inoltre
aveva raccolto da fuori una strana pianta che
profumava di limone
(me la piantò sotto al naso e per un secondo temetti
fosse ortica)
e la mettemmo nel thè, e nel thè mettemmo i biscotti
e io dissi mentre preparavamo gli scacchi andalusi che
la mente dell'uomo però, geniale proiettore di pensiero
cerca di difendersi con una sacralità di riti, pagani e religiosi.
I gusci umani, le persone, prima di proiettare il proprio corpo
in un viaggio, sono viaggi essi stessi,
che si cercano per turismo
o si cercano per stabilirsi nelle reciproche terre:
il rapporto di coppia
ne è il primo segno di tafferuglio.



“Ma turismo o edilizia sentimentale, la divisione avviene già tempo prima.”
Adam sapeva delle cose semplici teneva sempre per
i più deboli e aveva ragione
la fusione era immaginata, il rapporto sessuale,
una composizione geometrica, a tutti gli effetti
vista da un cane aveva lo stesso significato
del tappo d'una penna che ne chiude la punta.



Adam mosse un cavallo che era una strana giraffa
(gli scacchi andalusi avevano i pezzi indigeni)
e mi mangiò un alfiere, per l’occasione un baffuto
ometto con un elmetto e una scimitarra dicendo:
“A volte l'uomo tenta di sublimarsi
e fossilizzare il suo pensiero al di fuori
Per rendersi simile alla musica
questa divinità che vive priva di gravità
che riconosce solo se stessa
che non ha divisione.”



Perdevo pezzi ma sapevo che l'uomo
si compone, o scrive, e cerca di riprodurre i modelli
con il disegno
ma tutte queste arti una volta palesate,
lasciavano il guscio umano
e entravano nell'enorme corpo che le
aveva solo, in quell’attimo che hai bruciato
richiamate a sé.



Mentre vincevo la partita a scacchi e finivo
di bere il thè tenendo
la tazza sbrecciata con due mani
affermai, pentendomene subito dopo:
“Una poesia cessa di essere tale quando viene letta.”
“Una musica smette si essere musica quando viene ascoltata.”
Disse Adam, che sapeva i nomi delle piante, che sapeva
distinguere gli alberi gli uni dagli altri.
“Un dipinto rappresenta quello che è riflesso nell'occhio di chi lo vede.”
conclusi ed entrambi capimmo
che la poesia non poteva dunque morire per il semplice fatto
di nemmeno esistere e perdemmo la vanità
penetrandoci le nostre reciproche deduzioni
perdemmo la vanità come una verginità
e comprendemmo il rischio
di rimanerne gravidi.


(quel minuto di panico che dura un’attimo
o tutta la vita)



Fuori albeggiava.


Ma sapevamo che era una finzione
l’alba come Beirut o il Santo Graal
Pechino e le slot machine, gli indici di mercato
come Romeo e Giulietta o Katowice
sapevamo e tutt’ora sappiamo
che alla nascita eravamo stati assunti
e nel tempo abbiamo saputo
siamo stati informati
nel corso del viaggio siamo stati nutriti
e ne abbiamo riflettuto.

Alessandro Ansuini, sito O.L.A., settembe 2004




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26 luglio 2004

SOLISSIMI E REGIONALI

 

 

 

C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
 
C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.
 
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

 

Amelia Rosselli, Documento, 1976

 

 

 

 

CANZONI PER LA CASA

*

ecco la casa

le pareti di sassi

i muri di cucina

con le tacche della crescita

le arelle di canna

le piume di pioppo

i nidi di rondone

le domande indefinite

i fatti che si son fatti

la lavagna la cantina

tutte le cose rifatte

i giochi giocati

il ghiro nel camino

il rosso delle scale

l'intreccio della  vite

sulle pareti di sassi

fin dentro la cucina

la cenere della stufa

 

in conto di tutto questo

ecco la casa

 le pareti di sassi

i muri più bianchi

la crescita che s'arresta

 in fondo al campo le canne

le piante d'acacia

i nidi di rondone

le domande finite

i fatti e i ritratti

la legna la vite

le scale

i rossastri marroni

la stufa la damigiana

i fiori rastremati

l'intreccio di paglia

nel poco che succede

 

allora ecco la casa

le stanze da arieggiare

i cantoni l'ingresso

le credenze

le medaglie del papa

le uova in calcina

un vaso un osso

un tuttoquesto di casa

un respiro

in salita

 

**

rimane senz'ombra

attraversa

spaventa

manca

nel guardare

non trova

quando perde perde un parente

 

non può rispondere

risponde

si ricorda

s'inquieta

prende in braccio

insiste

non saprà mai

chi scrive

dorme

a cavallo

soldato

nel campo di lavoro

con un cucchiaio d'argento

in tasca

 

viene dalla strada

lei non esiste

lei esiste se è nella sua mano

che scava il mosto

tra le mele

i rusticani i lazzarini

le albicocche i picciainculo

gli striccadenti i piscialetto

che rastrella

carica

compone attorno alla pertica

a forma di fieno

forcata su forcata

 

impone convince

piega fa sì che

insiste

lo lascia là

con la differenza che sottrae

decide

ferisce

dice

crede di morire

muore

libera la casa

rivendica la sua parte

la sua storia

la riprende

e tiene "la macchina da presa

al contrario".

 

Mara Cini, Anterem n° 66, p.52

 

 

 

 

 

 

Bisogna scandire che piace

l'ordinata

selezione, sul tema cortese

dell'amore perfetto; che piace la natura

dei punti dati,

e simili, oscenamente

e non oscenamente- il suo ordine

negli altri, in note, il suo onore calmo della lingua

latina, "ciascuno nel proprio

latino", la divisione

a domande, il bene

di questo modo di dare l'intreccio, il chiudere e aprire

sempre e collegare, sia così, collegare, legare proprio.

 

Massimo Sannelli, Anterem n° 61, p.72.

 

 

 

 

 

ADIEU A LIGONAS

 

E così il purulento, il cancerese, il cannibalese

s'increspa in onda, sormonta

tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese

doveva difenderti, Ligonàs, circondato

ormai da funebri viali di future "imprese",

da grulle gru, sfondamenti di orizzonti

che crollano in se stessi

attorno a te.

Eri omphalos del Grande Slargo

che per decenni i più bei cammini resse,

per quel che valessero,

amorosi del tuo essere

in sè e per sè.

Ora la morsa si serra

anche nella sua stessa maniacale

insicurezza di poter durare

                    senza il gran verbo delocalizzare.

 

Resta il tuo nome finalmente espresso

sull'arca che tu fosti, dopo tanta latenza:

inutile alzabandiera

in una cosca sera

che tutto copre in pece di demenza.

 

Andrea Zanzotto, Anterem n° 67, p.32.

 

 

 

 

 

 

POI SE IL SOGNO

 

Poi se il sogno fa bimbo ed apre aprile

sale negli occhi il ramo del sambuco

ondeggiante di duci

inesausti nel vento

piegano i monti

ne la valle i suoni

lungamente si schiudono

e per gli aditi

dolcissime le voci

dove limbo dà nimbo a udite luci.

Frutti in sussurro vestono le vene

e la luna d'argenti arce fiorisce

 

Ferdinando Tartaglia, anticipazione dell'antologia Adelphi, Anterem n° 67, p. 9.

 




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12 luglio 2004

SOPRARREALISTE

  

 

da: (IN ITINERE) WEDDING PLAN

alla fine di tutti i tetti noi come pipistrelli
ancorati a cercare il nostro cielo tra le lingue di un parquet chiaro
che a guardarlo ci scivolavano gli occhi
come giochi di bambini
vivevi con le ginocchia sbucciate in descrizione di un movimento
giungemmo in una mansarda con la pacatezza irrisolta delle preghiere alla sera
nelle ore vespertine sapevamo consolare le luci mandate a morire come martiri
noi stavamo svegli per la notte - con il mio corpo ti onoro – perché
le avances di dio a dormire con lui (nel letto serico del cielo quando è buio)
capitolavano tra questo o quel vicolo, i capezzoli di Praga
per noi sposi allattati

Rossella Dimichina, Zeropoetry, 2004 (suppongo)

 

 

 

 

 

 COME CHE SIGNIFICA COSA

come

mi chiedo il gesto la forma sua probabile

ecco

confessarti dell’indole mia scissa
quella dei dogmi
e c’era una volta Biancaneve
bella coi capelli neri
poi la vecchia vecchissima
in frasi da lavanderia

ritualizzarmi

cosa significati ha
cercarmi un es un animale domestico ristretto
secondo il calcolo dei vani?
un io -ho capito- un io
chiamalo come vuoi sincero
sì svuotato meglio
la canna dell'organo chiamalo
che stona però che poi ristona durante un salveregina

mentre c’è un puzzo di benzina verde

che c’incendierei il vestito
di capodanno

perdonami r:s= c:f

sono per la danza dell’uguaglianza
ma vado a imperativi
giovo
alla maniera in cui tu usi una spugna naturale
o pillola dimagrante

il resto è resto

mi sobbarco in 3cento74 fantasie
tipo
-sono un’austriaca frocia che battaglia per un’oca in più nel laghetto di casa-

ovvero

sono la fantescapescatrice
che sbava per un Sigismondo ( quello stesso figlio di B.)

e ancora non comprendi che un’ora
sul water
sospirando per il mio amico Francesco
e il suo inguaiarsi amoroso
accenna al sì per
un tan tan tà tàn tan tan tà tàn nuziale
comunque sempre conviviale
da spinte parti e arrivaci al buffet


su tutto punto 60 euro almeno

dove sei finito Hemingway color arancio?

:
io sono

lo penso

tu g n o r r i



Rosamaria Caputi, sf, 2004

 

 

 

 

 

    bacio k 466 piano concerto  

 sei il maestoso rondò
come piccola traccia alle dita
di un ricciolo attorcigliato
sei il sospiro tra due tocchi in allegro
tra il bianco ed il nero
nell’attimo che non ha un suono
sopra i tasti sfiorati
- l’attesa di me che ti attendo -
in romanza e klavier

 
Lilli Hofer, lds, 2004

 

 

 

 


"Elvira"

da turista
insegnami a costruire
boschi
e fiamme
e siano alte

presso la volta
di una scala
un’ombra
in rinascita apparente
in fiato sporco
mi disegni

in-segni
di agavi in fregola
che all’erta
mordono

in una coppa di pioggia
la pelle secca
di luce intermittente

è possibile

 

Ludovica (Luisa Fava), già pubblicata lds, 2004

 

 

 

 

 

 

TEATRANTE IN CERCA D'ATTORE

Fosse ancora il giorno
del saltiamoilfosso
e di quel perno nodale
tra busto e gambe

E di un serpente
di cartapesta
di una madonna
sul fondo d’un caffè
e un campanile
la cui punta
era un fallo mancato

(e una manina fa ciaociao
all’ultimo ometto in carica)

Sono un uomo
anatomicamente
andato a male

-così diceva mio padre-


Tu piangi in somaresco
lesinando le briciole
che ho spartito
tra fiotti di piccioni per strada
disfandomene

I salamelecchi
al quarto giorno fermentano
- avariandosi -
e la verità
ha la supponenza della repulsione
la faccia a sei
d’un dado truccato
che si fotte la menzogna
-consolandola -
ed empiendola tra le natiche



Scomodo interloquire
del malpresente
(lo so)
in fondo
ho cinque anelli stretti
da riallargare
per il cambio della guardia
Cinque verette strettissime
a calzare i panni corti
della puttana
-onesta suo malgrado-

Virtual consulto
Signori:

al tacco appuntitissimo
un altro nano
da schiacciare

ma solo perché
mi misero alle strette
volendomi scalza di purezza
e calva
nelle parole da riassettare


Urge configurare
un cuore a punta nella punta del cuore
giacché mi stai all’angolo
a fottere le anatomie
che me lo smussano
inglobando appaiati
un quarto di cielo
e un quarto d’occhi
un quarto di cuore
e un quarto di cuore farlocco


Rita Bonomo, lds, 2004





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12 luglio 2004

TROVATORI

 

 

 

ENTRI RAPIDAMENTE

Entri rapidamente senza starmi
ad ascoltare rapida come una notte,
io che ancora non lo so rimango lì
nel futuro a parlare a vanvera: a parlare.
Mi si rimanda a immagini di frecce
panorami di cui dico "che bel panorama"
guardando all'indietro e tu paradossale
essenza stessa della matematica:
"no, è il settimo." Il quadro o la foto,
intendi, ma m'hai già trapassato
come l'ora di cena. Lo capivo
che quando si guarda si dimentica
davanti a un piatto.
Brindo da solo e in un lampo
in un attimo avvicinandomi
a non si sa cosa a te così sensato
prolungo la mano verso l'impossibile.
"E' come stare al telefono"
mormori allora senza previsioni,
e scoppi a ridere.

Antonio Koch, sito personale, non datata.

 

 

 

 

 


 

Ruminière




Rumore, fate
più rumore Rumore
in fine di quanto era stato un rumore- riempire
il nuovo di questo vino dai quattro rivoli inietti
sul vuoto liscio con voci
del rumore con voci

niente in bocca
(funziona con: vuoto,
- la saliva, -il gioco
della lingua)
sale
con un valido groppello nel tondo
lungo vetroso; schiacciata
sulla porta osservante lo stipite
un singhiozzo poi l’altro
un po’ più giù nella gola alla fine
dei saluti un cenno un prisma
volto nei volti bruni uscendo
un altro rumore d’amici, riempite
tutto di questo (di questo)

rumore le voci lì e lasciatemi
qui mentre finisco a scrivere
le ultime gocce lasciate nel pieno
del bicchiere lasciate le scarpe
svanire lente l’ovatta
espansa chimica de
l’ultimo ciao l’ultimo vuoto
russo spaccato in briciole taglienti
il primo l’ultimo e le mani
sui fianchi uno stupido trottare
nel finale di clamore occluso avvolto
nella fiala a tappare il fiato
prima che n’esca
a bere ancora

col cardine smorzato in fretta dal battito, col ritmo a risalire un cavo di fiele
svolto nel gommoso: bam - fece -saluti -in casa -saluti -nel fienile -che alla fine
ce ne andremo sanguinando i nostri coltelli nel mercurio della fine
agitando le lame per tanto rumore cui nessuno a sentire, alle facce girate
strozzate nei capelli appena sciacquati giusto prima cravattati -uscite via forza
uscite lasciatemi -uscire lasciatemi qui dentro -che scrivo
le ultime spinte del silenzio -nelle spine di spuma con quel matto vino senza mattino mentre
sorride
fino al limitare di cui nessuno vorrebbe l’imitazione, tantomeno
rendonsi poi conto che l’ultimo (il vuoto) fa una fine
come groppello -le mani -il sorriso -le ginocchia
le preghiere le fiches i baci -le orecchie

sentire due mari due mani in spiaggia
collegando in ventosa di serie parallela
alla fine dei lobi "parto
parto" sussurrale che parto
ché egli portò il buio -parto
ch’è arrivato il buio a prendere
la giacca sulle mani (offerte di cielo)
non so che dirò - al buio nudo
che seguirlo alla fine | seguirti alla fine
mentre che la fine son io a divenir noi che sarai tu
(che mi tocca lasciarti
solo, davvero - disse
nel telefono per terra -dalle mani
sparite)

rumore dico -rumore: fatelo -dico- seguitelo-
più rumore che
(...) ho sentito.

Giovanni Carattoni, lds, 2004

 

 

 

 

 


AMNIOTICO

Di bianco ora e sempre, lenta e sublime, rara e superba
radice di mare amniotico, tana e mucchio di foglie
di me tuo figlio mutato che nulla deve,
schiuma protetta immune per te immune da tutto e per sempre,
ragnatela di stella e riposo, custodita e benedetta.



Sola come spina sul rovo in piena notte, tu scale granito logorante saliscendi
dormi il sonno di grandine rugiada
dormi e il chiasso come sgorgante caracolla
erboso agitato squarciato, osservalo teso, ora che manca il miracolo
del nome mio nuovamente pronunciato.



Notte solitudine devastante
filare di buio e lutto sconosciuto,
stella-smorfia di spilli che ti prende il respiro,
caduta senza fine
- foglie pestate.



Per te dunque
ferita fiore figlio che ora madre per sempre ti veglia,
tu ramo artigliante, acqua perduta,
racconto agitato

dannatamente riposante.

 

Flavio Toccafondi, karpos, 2004

 

 

 

 



 

Irreparabile

Mi portavi alla campagna per un giorno vuoto
veloce e rustico
proprio quello che ci vuole
hai detto.

Io cercavo
nonostante le promesse di star fermo
e con la testa sopra il collo
nelle pietre un bel canguro
una forma da notare di leopardo
mi sentivo come fossi appena partorito
visto e rivisto

                    straordinariamente vecchio

dentro agli atomi nell’aria
mi guardavo di nascosto.

Godevamo degli sbuffi degli scherzi entrambi
solitari, belli e cristi
dermatologicamente quasi muti:

sulla fronte
non avevi niente altro che una piccola eruzione.

Se non fosse stato per la prosa degli occhi
non saresti mai riuscita a scovarmi.

Me l’ avrei forse cavata
col bluastro d’un cielo d’inchiostro
un agire da latte e biscotto
tra i ricordi delle elementari
così romantico
con un paio di stampelle sentimentali
avanzando
tra un quiproquò ripetuto di falsi allarmi umoristici
nascondendo ben dentro il cappotto
il mio corpo di muschio
la mia testa a sonagli
dietro a un viso da barbapapà
con un cuore
che a schiacciarlo fa
piii-po’

Fabrizio Pittalis, karpos, 2004

 

 

 

 

 


(a Somiglianze di risa)

su ogni superficie piana occorre una spinta anteriore,
un provino di corpi poc'anzi esibiti in eleganti cadute di stili.
solo così ci si sposta.
oppure lo scafo privo di commerci di noi.
se poi le crepe fiorissero come bocche di un legno ostile all'acqua
a lungo andare,
dà sul fondale che mescola le parole sabbiose insidiose
senza che si possa dire forse gli annegati hanno sotto di noi
ricordi che respirano
e ancora più lungamente
e avidamente
confondersi in una bracciata goffa per indaffarare la riva di te che infine sorridi
e mi guardi
e ancora qualcuno penserebbe di me come un gitante inesperto
a maneggiare il modo in cui tu ti infiltri tra le assi di un dire sospeso
e lo affondi. in una mediocre statura di intenzioni.
in un dibattito sulle cose dovute.
ti chiedi, adesso che l'esito è certo e la grazia ricevuta,
perché mi conforta l'osservazione della pioggia all'interno di una stanza,
lasciando intendere la fissità di uno schianto
e null'altro sul piano inclinato che mi distanzia da te.
dove la fisica attuale dei movimenti precede
inconcludente
le mie mani che ti provano a precipitare in un lago privo di sponde,
così e soltanto per non averti, sempre addosso, e quasi mai tempestivamente stranezza.
ma i miei anni sono un peso neutrale. una inutile spinta interiore.
al largo e dispersivamente
in un quadro incorporeo che tiene unito l'insieme
esprimere tutto quello vissuto prima di te.
e quindi radunare gli oggetti,
a cui necessita solo una pacata conversione alle leggi fisiche per cadere.
trovarsi in tutto questo e tacere basterebbe a me,
che scelgo le labbra per affogare, e salvarmi la vita,
e non ricordare più a quale nome appartieni.
ogni visuale ha un margine oltre il quale si affonda senza soffrire,
senza mutare stanza,
lasciando le cose come stanno.
un'apertura maldestra di braccia.
se si potesse disporre delle finestre e provocare il paesaggio,
ora che mobilità e fissità appaiono perseguibili dallo sguardo,
e spremerlo in un episodio indipendente da noi
dentro un ruolo opaco di rami sullo sfondo,
la rotazione delle stagioni susciterebbe un assenso di moto casuale,
ossia ci priverebbe di regole e significati,
di un'univoca percezione di essere qui,
tra i pontili sfollati e gli affreschi del tempo che hai avuto e mancato nella presa.
adesso non basta alzarsi dal tavolo
e ridurre in un'addizione scomposta di età il difetto scenico di un dovuto.
altrove mi reggi da sempre,
quasi un leggìo che urta il vetro e riga dove tu taci lo schermo.
un viso sott'acqua si gonfia e galleggia e di nuovo respira e
torna ogni sera tra le tue dita:
un pensiero insistito che si apre e all'occorrenza ti muove.
un semplice spostamento d'aria.


Pier Maria Galli, sf, 2004




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6 luglio 2004

SESSUATE

 

 

 

"Bruciavo d'amore e voluttà"

Bruciavo d’amore e voluttà
nei calzoni fiorenti dell’estate
il latte versavo chiaro
sull’erba matta dei giardini
solo le panche ci erano amiche.
Senza legge l’erotico abbandono
usciva illividito al suo bel bagno
sotto l’innaffio del chiodato airone
puro amore ribadito invano
le membra calde ribadiate intanto
rischiano lo sfacelo e il malefizio
delle generazioni possedute dalla morte.

 Dario Bellezza, Libro d'amore. Guanda, 1982

 

 

 

Nel luglio altero, lui tenero audace,
sensualmente a me lanciava da là:
prima di sera io ti scopo. Ah.
Fra trafficar di sguardi dove pace,
 
dove l'incompenetrabilità...
dove il tempo in quest'ombra... Lui tace
in un empio silenzio a farne fornace.
Poi apri, m'intima, apri... più dentro già
 
si spinge con suo tal colpo segreto.
Umidore, pare bacio di calore
su ammucchiarsi d'umano, alto m'accappia.
 
O inverni e lirici slanci (con metodo).
Mi sale... mi scende... io come granata
esplosa, contusa, to', che si sappia.

Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, Einaudi, 1989

 

 

 

 

E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.

Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un alto raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

Maria Luisa Spaziani, I fasti dell'ortica, 1996

 

 

 

 

A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.

Alda Merini, Vuoto d'amore, Einaudi, 1991

 

 

 

 

 

Mentre mio padre moriva ti vidi la prima volta.

Da quel tempo sempre stavo con te, ti cercavo,

anche tu mi cercavi: in mezzo alla gente eravamo soli,

trepido il tuo sguardo, triste – contento il mio.

Il primo giorno dell’anno dovevi venire a una festa,

io avevo al collo dei fiori di carta bianca,

piansi quando vidi che erano le tre,

e ancora il tuo volto caro non appariva. Ma il giorno

secondo dell’anno – qualcuno

ti aveva informato – corresti dalla piccola donna,

e tutta la sera per lei come una luna splendesti.

Dicesti dolci parole e non avevi chitarra,

le dame che erano in sala si fecero tristi.

«Bene, è ora di andare». Saliti in vettura,

tu e io come ragazzi, mi guardavi:

io non osavo muovermi. Mi accarezzasti la fronte.

Piegando il viso, vergognandomi, carezzai la tua fronte.

Nascondesti il tuo viso dietro il mio collo. La mano

era ferma sul mio ginocchio. Pensavo:

così fanno tutti, domani neppure si ricorderà.

Ma sono passati due mesi e ogni sera c’incontriamo,

il tuo cappotto è povero, non hai guanti né berretto,

ma la tua fronte ogni sera

è più chiara, i tuoi occhi

più teneri e gravi, la mano

che mi stringe più calda, più forte;

trascorrono ore che paiono solo alcuni momenti.

Al buio camminiamo, ed io

poso la fronte ogni tanto con umiltà sul tuo petto.

Passano case e strade, passano ponti e canali,

passano muti giardini, cade tranquilla la neve.

Le dita intrecciate, le tempie

unite in un solo tepore,

gli occhi vicino agli occhi, come una sola persona

che all’anima sua mormori tenere cose, come

la neve che scende e risale

senza rumore né moto, leggero noi andiamo.

 

Anna Maria Ortese




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3 luglio 2004

ULTIMA AVANGUARDIA

 


 


 


PENSANDO A EMILY



Per la durata d'un lampo            d'un alone spento
            intorno a due righe d'ombra
capita di ammirare infinitamente             qualcuno

Predilezioni perpetue            sono cerimonie             (mai attingiamo
tanto gloriose altezze)             lo sguardo appeso
            al lumino sepolcrale della costernazione

Di veloci fervori si vive             impensate disarmonie
consonanti             paradossi naturali            buffi traffici e guerre
di formiche            gioia e strazio in un seme            a sperdere

Per la durata d'un lampo             ho perfino ammirato            mestesso
come fosse un altro            di cui so quasi niente
e lo salutavo con un cenno d'imbarazzo            quel me distratto
passante                         e sùbito allegro gracidavo: grè grè grè gragrak
gré gré gré gragrak             I'm Nobody!      Who are you?

Non sono una rana dello stagno           Non ammiro più


 


Alfredo Giuliani, Home



 


 


 


Aprire


 


1


Dietro la porta nulla, dietro la tenda,


l'impronta impressa sulla parete, sotto,


l'auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,


un vento che la scuote, sul soffitto nero


una macchia più scura, impronta della mano,


alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,


un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,


un nodo, la luce, macchia d'inchiostro,


sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,


sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,


la macchia non scompare, dietro la tenda,


la seta nera del fazzoletto, luccica sul soffitto,


la mano si appoggia, il fuoco della mano,


sulla poltrona un nodo di seta, luccica,


ferita dal chiodo, il sangue sulla parete,


la seta del fazzoletto agita una mano.


2


Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,


la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calza maglia,


all'indietro, capriola, poi la spaccata, i seni


premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,


non c'è, c'è il salto all'indietro, le cuciture,


l'impronta della mano, all'indietro, sul soffitto,


la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,


dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,


dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.


3


Perché la tenda scuote, si è alzato,


il vento, nello spiraglio la luce, il buio,


dietro la tenda c'è, la notte, il giorno,


nei canali le barche, in gruppo, inquieti canali,


navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,


è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,


i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,


le tende sollevano i lembi, perché è notte,


giorno di vento, di pioggia sul mare,


dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,


di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.


4


La punta, la finestra alta, c'era vento,


si è alzato adagio, stride, in un istante,


ovale, un foro nella parete, con la mano,


in frantumi , l'ovale del vetro, sulle foglie,


è notte, mattina, fitta, densa, chiara,


di sabbia, di diamante, corre sulla spiaggia,


alzato e corso, la mano premuta, a lungo,


fermo, contro il vetro, la fronte, sul,


il vetro sulla mattina, premette, oscura,


la mano affonda, nela terra, nel vetro, nel ventre,


la fronte di vetro, nubi di sabbia,


nella tenda, ventre lacerato, dietro la porta.


5


Ruota delle gambe, la tela sbatte nel vento,


quell'uomo, le gambe aderiscono alla corsa,


la corda si flette, verso il molo, sulla sabbia,


sopra le reti, asciugano, le scarpe di tela,


il molo di cemento, battono la corsa,


non c'è il mare, sempre più oscuro, il cemento,


nella tenda, sfilava le calze coi denti,


la punta, ha premuto un istante, a lungo,


le calze distese sull'acqua, sul ventre.


6


Di là, stringe la maniglia, verso,


non c'è, né certezza, né uscita, sulla parete,


l'orecchio, poi aprire, un'incerta, non si apre,


risposta, le chiavi tra le dita, il ventre aperto,


la mano sul ventre, trema sulle foglie,


di corsa, sulla sabbia, punta della lama,


il figlio, sotto la scrivania, dorme nella stanza.


7


Il corpo sullo scoglio, l'occhio cieco, il sole,


il muro, dormiva, il capo sul libro, la notte sul mare,


dietro la finestra gli uccelli, il sole nella tenda,


l'occhio più oscuro, il taglio nel ventre, sotto l'impronta,


dietro la tenda, la fine, aprire, nel muro,


un foro, ventre disseccato, la porta chiusa,


la porta si apre, si chiude, ventre premuto,


che apre, muro, notte, porta.


 


Antonio Porta, I rapporti, Feltrinelli,1966


 


 


 


 


LEZIONE DI FISICA


A Elena


 


 Cominciò studiando il corpo nero


Max Planck all'inizio del secolo (dispute se era il princi-


                                             pio o la fine


del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria


del 14 dicembre 1900


                                   bisognava supporre che quanti d'a-


                                            zione fossero alla base


dell'energia moltiplicata per il tempo


                                          Elena oh le sudate carte la luce


è  una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste oppo-


                                           sizione


fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle


                                           particelle elementari


è studiato dalla meccanica quantistica - scuola di Cope-


                                            naghen -


e da quella ondulatoria del principio di Broglie che ben


                                            presto i fisici


si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate


                                            su algoritmi differenti


siano in sostanza equivalenti: entrambe negano


negano che possano esistere precisi rapporti di causa e ef-


                                             fetto


affermando che non si può aver studio di un oggetto


senza modificarlo


                             la luce che piomba sull'elettrone per il-


                                             luminarlo


 


E io qui sto


e io qui sto Elena in gabbia e aspetto


il suono di un oggetto la comunicazione dell'effetto


su te, delle modifiche


                                   Non sono io


che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica


la vita


             Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco


è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i ca-


                                         pelli Einstein  piuttosto


e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere


                                         la penna


scrivendo a  Roosevelt " Caro presidente, facciamola


l'atomica sennò i nazi" l'azione dell'energia


dell'energia moltiplicata per il tempo l'epistassi


anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il


                                          sangue dal naso


che ti libera


 


Se si vuol sapere se A è causa dell'effetto di B


se il microggetto in sé  è in conoscibile


se l'onda di Broglieper i fisici di Copenaghen


non è altro che l'espressione fisica della probabilità pos-


                                          seduta


dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un


                                           altro onda cioè generata


 dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica


                                                               Perciò l'atomica


per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla


                                         certezza


                                                              Perciò l'atomica


 


Poi la teoria dell'onda pilota e quella, così cara al nostro


                                         tempo


Della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se


                                         la materia


può risponderci con un comportamento statistico


                                                                Dio gioca ai dadi


con l'universo? E se la terra


ne dimostrasse il terrore?


 


Non gridare non gridare che ti sentono non è niente men-


                                         tre graffio una poltrona


Herman Kahn ha già fatto la tabella


Delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milio-


                                         ni di decessi  in casa sua


non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario


                                         per la ripresa economica


sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un


                                         ulteriore problema


quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni


per invidiare i morti


 


                                  Quanta gioia mi dai quando ti stufi


di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia


e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta


spinta, magari


                        L'odore delle erbe di campagna nel piatto


                                            da Cesaretto ruchetta


pimpinella un'insalata d'erbe della terra  tenere espansive


                                            degli umori


il cielo di qui che interviene sulla gente compresente oriz-


                                             zontale


e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende


gli occhi e si fa bello e cresce


                                        vino rosso


                                                 capriole con lancio di cuscini


nella mia stanza


 


                            Ma non credi che sia stufo anch'io di


                                               coabitare


con me la mia faccia la mia pancia


                                               anche in noi c'è dentro la voglia


di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto


 


e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l'a-


                                                nima


ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e


                                                tentazione


perché l'opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi


                                                testimoni.


 


Elio Pagliarani, Lezione di fisica, Scheiwiller, 1964


 


 


 


 








XVI.

INTERMEZZO: LA SIGNORINA RICHMOND VALUTA I PRO E
I CONTRO DEL SUO SPORCO MESTIERE



Una che si interroga perennemente
sui materiali che la compongono
e li racconta per decostruirli
e distruggerli o per rifondarli


un diceniva così perennemente
in fieri la cui intenzione è
sempre un po' debordante rispetto
alla realizzazione costringe a



continui processi di adeguamento
che sono poi salutari facciamo degli
esempi provatevi in un minuto a
costruire la casa più alta possibile



con le carte fischiare un motivo
con la bocca piena di biscotti
accendere il maggior numero possibile
di candele con un solo fiammifero


cantare quanti più fagioli possibile
una così improbabile orgasmica
destabilizzante ricomporre una
cartolina illustrata che sia stata


precedentemente tagliata con le forbici
in circa 12 pezzi irregolari far
rotolare su un tavolo 6 pedine
della dama in modo che passino tra

comunicazione e dell'abitudine mistifica
sotto un'apparente innocua neutralità
la violenza del sistema anzi esprime
un risentito bisogno di agire diceniva



due libri posti a 7-8 centimetri
l'uno dall'altro la distanza tra
le pedine non deve superare all'incirca
i 60 centimetri trasferire da una



coppia all'altra i piselli prendendoli
uno alla volta con tre cannucce per
bere o tre bastoncini di legno
infilare il più gran numero possibile



di acini di ribes con ago e filo
saltare su un piede solo quante più
volte possibile scrivere più parole
possibili che comincino con le lettere



erre ri vi tuttavia se ripercorriamo
mentalmente l'itinerario di questa
costituzionalmente sperimentale non
possiamo non rintracciare l'unità



di fondo nell'assunzione del eccetera
nella caparbia volontà di scavo spinta
sino all'esaurimento nel senso ampio
del termine di ogni risorsa posta in



atto dagli artefici e adesso provatevi
a indovinare la distanza in centimetri
tra due oggetti qualsiasi posti su
un tavolo scrivere le prime parole di


ciascuna pagina di questo libro partendo
da una pagina qualunque far rimbalzare
più volte possibile una palla sul
pavimento stare zitti il più a lungo


possibile con i piedi uno davanti
all'altro la punta di uno contro il
tallone dell'altro e con gli occhi
chiusi senza guardare l'orologio


sembra eludere il ricercatore mettendo
in atto meccanismi di difesa che sono
altrettante fogge di travestimento e
disparate modalità di rinvio dice



valutare il trascorrere di mezzo minuto
dicendo via e alt al momento opportuno
sbucciare un'arancia in modo che al
termine dell'operazione la buccia



risulti divisa nel minor numero di
pezzi tenere in equilibrio sulla punta
dell'indice una pila di monete partendo
da una e via via aggiungendo sopra



le altre una alla volta servendosi
solo di un cucchiaio tenuto fra i
denti trasferire il maggior numero
possibile di fagioli da una scodella


a un'altra ancora qui emerge la volontà
che ha di assumere dimensioni spaziali
di divenire presenza fisica ma insieme
si delinea nell'impazienza del tutto


in una volta una più decisa scelta
eversiva improbabile orgasmica
destabilizzante è per la repressione
la fanciulla straniera senza passaporto


dialettico e viene perciò espulsa
dalla polizia critica del paese
tagliamola allora a pezzi in un cappello
mescoliamoli in una ballata e poi

 


Nanni Balestrini, Le ballate della signorina Richmond, Coop. scrittori, 1977



 




 


6.


la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
                                          con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell'articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza
degli articoli dei giornali, se hai visto il "Corriere" dell'11,
lunedì
, e che ha per titolo, appunto, "perché è difficile scrivere chiaro" (e che
dice persino, ahimé, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle
, in fondo):
                                          perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
                           oggi il mio stile è non avere stile:


 


Edoardo Sanguineti, Postkarten, Feltrinelli,1978

 

 




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19 giugno 2004

INFERENTI


 

 

ah, sì, è sicuro, invidio davvero

la tua scorza di tartaruga gigante,

la vita ben salda sul non-senso del

progetto middle-class.

Piango invece le tue salutari

dimenticanze, l'effusione della

primavera fiorita che slontani

di sottecchi, solo perchè di un poco

ti ha defraudato. Pure piango lo sterno

martoriato e le fitte alla milza,

in definitiva i segni della gioia.

 

Remo Pagnanelli, da "Prose quasi invettive", Anterem n. 34, p. 42.

 

 

 

 

Bersaglio primo

 

Da intime di noi centralità

fondamentali - donde proiezioni

d'esteriori tutti possibili stati

successorii - scaturir una fiamma

d'intensità violetta, espandentesi

sub stantia, vivificante. Suscitarsen

qualitative indulgenze vers'ogni

possibile, vivente volontà collaudata

a sconfigger stat'informale.

Potenza di geni dicotomi fuoco

accoglierne, repentine godendone

istanze, pazientemente accette

per activa, contemplazione

 

Maria Pizzuto, Anterem n. 61, p. 66

 

 

 

 

O poesia poesia poesia 
Sorgi, sorgi, sorgi 
Su dalla febbre elettrica del selciato notturno. 
Sfrenati dalle elastiche silhouettes equivoche 
Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso 
Sopra l’anonima fucileria monotona 
Delle voci instancabili come i flutti 
Stride la troia perversa al quadrivio 
Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino 
Saltella una cocotte cavalletta 
Da un marciapiede a un altro tutta verde 
E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram 
Silenzio – un gesto fulmineo 
Ha generato una pioggia di stelle 
Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo 
prestigioso 
In un mantello di sangue vellutato occhieggiante 
Silenzio ancora. Commenta secco 
E sordo un revolver che annuncia 
E chiude un altro destino.

Dino Campana, Inediti.

 

 

 

Come un polpo sbattuto

Come un polpo sbattuto ancor vivo contro lo scoglio
si arricciavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola - un'altra pena -; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

 

Vittorio Bodini, Dopo la luna, Sciascia (Caltanissetta), 1956.

 

 

 

 

 

 Sotto i colpi

C'è gente che ci passa la vita
che smania di ferire:
dov' è il tallone gridano dov' è il tallone,
quasi con metodo
sordi applicati caparbi.

Sapessero
che disarmato è il cuore
dove più la corazza è alta
tutta borchie e lastre, e come sotto
è tenero l'istrice.



Nelo Risi, Pensieri elementari, Mondadori 1961.


 






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18 giugno 2004


CONCENTRICI

 

 Contro l'intelligenza

Se veniste da queste parti,
viaggiando dal luogo dal quale giungereste,
prendendo una strada a caso da quelle
che probabilmente scegliereste,
non ci trovereste alberghi o piazze,
rombi d’aerei e tuoni di pioggia
né deserto né foresta,
né sole né pioggia.

E lascereste a casa fondi di caffè
e rubriche dell’oroscopo, tarocchi o carte da gioco,
buste paga e cene di lavoro,
capelli da stirare o da tagliare,
visi da ricomporre, corpi da mutare,
polmoni da curare, birre, fumo, preghiere, tv.

Le stanze non sono pitturate di fresco,
e il tempo è fermo, orologi disciolti che
non contano i minuti,
non offre riparo il tetto sgocciolante della chiesa,
non danno conforto i venerdì santi
e le ascese al monte della Passione,
quando le bacche selvatiche crescono nel bosco,
la primavera che sta fra l’autunno
e le prime stelle della cintura d’Orione
svanisce lasciando di sé solo ricordo.
Non ci sono le prostitute di città, non ci sono
monumenti né fontane, palazzi o torri,
ma luce fioca eppure brillante, all’orizzonte
dove la Gran Madre suona i battiti
di un cuore artificiale,
quando si mette in marcia l’esercito dei soldati mattutini
e le finestre si spalancano sui fili dei tram,
senza pretendere troppo, si capisce.

La passione travolge anche le piccole vite,
fiori e insetti non ne sono immuni,
ricalcitrando s’accoppiano nascosti dalle scarpe,
dall’asfalto, dalle pietre, dai battistrada
e inanimate vite s’intrecciano fra loro,
brulicando nei cortili delle case, nelle piazze,
nei mercati.
Non sia amano, non si parlano,
si guardano di sfuggita e di sfuggita vanno.

E l’intelligenza fa il suo corso,
coltivando radici di follia al mattino
quando il sole picchia sul vetro
e si riflette sul crocifisso della parete,
eccitando la mente dopo mezzogiorno,
quando le nuvole portano il buio e la pioggia
e il crocifisso è caduto sul marmo duro,
rubando amore e odio la sera,
quando le stelle affogano nel fiume
e gli uomini s’incontrano a meditare
chiusi nelle stanze degli alberghi.

Di scintilla in scintilla, come goccia
nel lago che genera anelli, si tende
come corda di arco, scagliando frecce
finché la forza la sostiene,
degenera in follia, stanca vecchiaia,
vecchiezza malata e sola, oppure travolge
la potenza giovane, la inerme maturità,
denuda grasse vite fino a spogliarle
come rami d’autunno, le brucia come carta guasta.

E il tempo nuota a largo, dove non ci sono scogli
né dighe, e dov’è fiume le dighe lo ingrossano
fino a sfondarsi inondando paesi e raccolti,
usurpando troni e libertà,
morendo poco alla volta di troppa vita,
nefasta, brada conoscenza innominata,
gelando frutti appena nati e marcendo
grano appena raccolto, frantumando città
in immagini inutilizzabili, tessere di mosaici
che non vogliono completarsi,
per seguir virtute e canoscenza,
e fradicia come una porta all’umido
si gonfia e non si apre più.

Se veniste quaggiù,
scavando nel sottosuolo,
o ritornando di sopra,
trovereste piccole vite colme di passione
e null’altro, la bacca selvatica,
il verme strisciante nello sporco,
i ratti sguscianti nelle fogne,
piccole vite agitate, contorte,
inutilizzabili per risolvere algebra
o sistemi comparati, incapaci
di pregare o trovare la Trinità,
piccole vite, tenute al caldo d’inverno
dalla legna umida e dalla terra smossa
che brulicano senza degnare di sguardi
il mondo cinguettante.

Annullando annullando annullando
la mia mente, Oh Signore,
annullando annullando annullando
la mia mente, non in te
ma nella vita che sta sotto la vita.

 Taci.   Alle soglie della terra

Non odo più  parole che dici umane o divine.

 

 Gian Marco Griffi, lds 2003.

 

 

 

 

Diserzione in balcone alto


Pomeriggio trascorso
Sull’angolo del terrazzo
Stemmo muti a guardare il silenzio disfarsi
Il silenzio soffiarci sulle dita
E slacciare una stringa
A un tratto
Ci salì al viso
Un argentare di alberi inquieti
Certe livide nozze di campane e vento
Sentii istradarsi a cercarmi le labbra
e seccarle

Ci colse che eravamo insieme lo zoppo autunno
Ci colse ad occhi bassi
Per tenderci dalla vallata cento braccia di querce
Come dritti moncherini di vecchi
Spogli, infissi nel bosco a gelare.
Dove il prato ora è sole
Era tremolare d’orecchini di ruggine
Granuli silverici ondeggiavano come mare senza più comando
Era dolce incamminamento
Fogliame incastrato in una liberazione
A misura di spago di vento


Quel pomeriggio
Non eravamo ancora di quelli
Che addentano pane e credono per questo di vivere
Ancora il gene del volto si conformava ad una carezza
invece
,Fatti di freddo e di distoglimento,
,Fatti di case vuote e neve,
desistevamo sulla terrazza,
E mi insisteva sulle ossa
Una vestina leggera

 

Chiara Yorke, lds 2002

 

 

 

 

Il Cane degli oVulvi è d’Ecate Mistica

 

La matrigna partorisce pensierosa e novilunia;

Il Khamsin spregia il petto dal collo bulimico,

 

poi

Trafigge il costato grezzo di undici requie,

prossimali, autentiche, perle e bazar

d’aurora vestite in guanto mitena

e cappalunga nell’agognare gli avanzi

 

Ciò che stordisce è un sigillo cordone,

si appende per il cappio e storpia d’urlo

 

MOoordi: “non vuoi che prendere le misure,

in bara tre per tre manipolata nel palato”

grasso che stride in schiocco tra (i) denti

grasso che pigola di spuma tra oc(r)a e saliva

Inrecipienti da conoscere morbosi Inforze

E sobillanti agitazioni che pregano al fianco,

sotto l’inguine, sotto il germe dell’acciaio

che poncho mi ricopre di fango e moffette,

 

fanno così,

prima ti depilano dai vermi, dalle spine e dalle

cerniere per l’ossigeno che striscia via stordito,

 

poi,

qualcuno ti dice che è la sveglia delle sei e tre,

quando il caffè

sembra il rumore di un continente che ormeggia

le sue luci lontane dall’amantide in soffio greco

 

 

Gourmet-y (nome proprio di Gargolla): ”Non cedere

Nel trascritto corvino che scompiglia gli arcobaleni,

considerando legge di coreutica l’ovulo migrerà”

 

Che fame, mi sfamo, lo sputo che sorveglia,

mioide in carnali di burro,

albeggio, figura infrangibile di Parca avvinta

e fredda si dimena nel tuo bagnato che - respira

 

 

 

Salvatore Pietro Anastasio, lds 2003

 

 

 

 

 

2. nel regno del perturbante

 

ti nascondi negli anfratti mio scivoloso colubro per sfuggire ai fantasmi che tu stessa hai evocato.

ti rannicchi dietro la letteratura anche se dici di non volerlo fare mario e pino e verlaine e shakespeare piccoli baluardi per sublimare.

e il vecchio freud per ragionare sul sosia il doppio il ritorno del rimosso il perturbante e tu piccolo ramarro screziato prolunghi das unheimliche come i bambini con le storie paurose.

ma tutto non hai detto lucertolina senza coda non hai detto del vecchio che amava il mare e se n'e' andato portandosi i ricordi si vede la capraia diceva domani sara' brutto e preparava i palamidi stricando ingarbugliati fili di nylon stasera quando si alza la brezza di terra andremo a pesca diceva.

non hai detto del tuono dell'altra notte hai aperto la finestra dormendo vediamo se brucia il quirinale e' da quella parte e la pioggia ti ha inondato.

e tutto non dirai del padre e delle guerre e della morte pero' tu instancabile anaconda nuoti in gurgite vasto e peschi relitti di antichi naufragi.

ti circondi di amuleti la sfinge bambina il bruco pittore e l'anellino rotto che fine ha fatto dimmi.

eccolo qui decifro la scritta peace si e' spezzato adesso capisci quello che voleva dirti.

vieni ti invito alla mostra di joan fontcuberta cosi' vedrai quanto e' sottile il diaframma tra vero e falso sentirai il grido lamentoso di animali inesistenti carezzerai l'alopex stultus porta anche la bambina ma non il bruco si potrebbe spaventare.

 

Paola Musarra, sito personale, settembre 2001

 

 

 

ETERNELLE  

Eternelle
Nemica esatta Scrittura turbata
Turbate, la nostra via è una pagina intatta
Miranda Molle poetessa
Non fare che il sogno capiti durante il mio regno
Le penne indicano il sepolcro,
esso è teatro di corna di bovi.
Non tu non io innaffieremo o coveremo globi di struzzo
Né miti di lotta né cataloghi né berberi racconti.

Sono intatta e tu per me, mia primitiva anatomia,
Tesoro mio Maddaleno
Orni la vasca di piastrelle damascene
Con vertiginosa complessità
Ma senza sfarzo né crescenza
Come ephemera larva.

Trave eburnea Nell'ombra Nerbo
di Donna virile
Se è Menarca di Padre Immagine di padre Cannibale
Orbo calibro di finta benefazione
Tu allora, mia Cerere in fasce, setosa vacca stellata
Spoglia la sua Arma
Alma sedere di Sfinge
Ottima morte sarebbe la sua Incenerire nell'Acqua perenne
Eternelle
Incenerire sommerso fino a ornare di gemme le mani
Tue mani di Giudice Nova
Rigurgitanti vita - con te Orgia compiuta
Sotto il palato del Tauro Castrato -
E Tua causa Mia causa
Plaudere ridestando lingua sepolta.

Il Committente manifesta claudicanti eloqui
Cova totem, audace e tellurico si crede
Un membro coperto di veli è il suo Ministro
Manifestati, eternelle nemica
E con Morso di Siderea Fanciulla
Aurea Mater
Fai tuonare il suo capo fluttuante
- di filastrocche -
et mille sorcières pour lui.

Copulante naufragio ancora ti teneva in vincolo
Segno di donna, pacata colonna
Per l'intatto suo orgoglio
Che non vede
Germinare membra da un liquore azzurro di sirena
Né la pozza copiosa e vivida
Delle piume del collo dei suoi Pavoni
Su cui begli occhi ovarici lacrimeranno versi
Tempestosi di banshees.

 

Rossella Valentino, lds 2002.







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2 giugno 2004

RINASCIMENTALI

 


Prima era facile il pensiero lieve


boccio di garofano


che ambiva solo a aprirsi vanitoso,


che se restava chiuso poi appassiva.


Ora questo nuovo pensiero duro


che non s'apre e non decade,


questo cespo spinoso sempreverde


che il gelo non secca, che il sole


non accende, che cresce basso basso


attorto su se stesso sempre uguale


e complicandosi non sale, costretto,


soltanto perché è nato a perdurare.



Patrizia Cavalli, L'io singolare proprio mio, Einaudi 1992


 


 


 


"Che la materia"

Che la materia provochi il contagio
se toccata nelle sue fibre ultime
recisa come il vitello dalla madre
come il maiale dal proprio cuore
stridendo nel vedere le sue membra strappate;

Che tale schianto generi
la stessa energia che divampa
quando la società si lacera, sacro velo del tempio
e la testa del re cade spiccata dal corpo dello stato
affinché il taumaturgo diventi la ferita;

Che l'abbraccio del focolare sia radiazione
rogo della natura che si disgrega
inerme davanti al sorriso degli astanti
per offrire un lievissimo aumento
della temperatura ambientale;

Che la forma di ogni produzione
implichi effrazione, scissione, un addio
e la storia sia l'atto del combùrere
e la Terra una tenera catasta di legname
messa a asciugare al sole,

è incredibile, no?


 Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992


 


 


 


Facevo il viale: per arrivare al campo.


Attorno, uomini coi badili,


e io piangevo poco.


Ma davanti alla scatola col tuo vago sorriso,


bellissimo, con la camicia scura aperta


e il distintivo del ferito,


il gelo mi è venuto dentro.


<<Cosa vuoi che ti dica?>> ho fatto allora


con le mie rose in mano e con paura,


<<forse è già il tempo dell'indifferenza>>


Forse sono decotto, forse io stesso,


sono solo memoria di me stesso.


Maurizio Cucchi, L'ultimo viaggio di Glenn, Mondadori 1999


               


 


 


  


A cercarsi i viventi, a darsi nomi,


a porre sui presenti sentimenti e onori,


a colmare distanze per incontrarsi,


voler raggiungere la certezza dei cuori.


La mente rimane ferma, con i suoi


segni millenari, non va in cerca,


sa che non c’è altra vita.


Cesare Viviani, Una comunità degli animi, Mondadori 1997


 


    








NOSTRA SIGNORA DEGLI INSONNI


 Nostra Signora degli insonni,
custodisci queste vene che furono marea,
voce spartita in assemblea e inchiostro,
polvere di una gioia colpita
ad altezza d'uomo, mentre la sostanza
attraversa oscuramente la camicia,
muove il parabrezza, scatena la magia
di un'altra età.


 Milo De Angelis (da: Le Somiglianze, Guanda 1976)


 

 





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