19 settembre 2009
LINGUA-CONFINE
da Suono
un po' più chiaro estraendo estraneo di fuori e in fondo forme forse di rifrazioni composizioni
provocando, e un femminile agile sintesi informali tempo o tempo
Francesco Denini, da "Anterem" n. 54, p. 46
I punti sodi della questione
snodi l'usato e tassi ad ogni colpo di coda nei casi obliqui e un po' gelatinosi per incassare sequenziali dello spettro anale
la tua poesia è ormai sbollita dici tra un allargamento di un fonema duro e un'espansione esplicita
Giacomo Bergamini, da "Anterem" n. 49, p.21
| inviato da poesiaitalianaadesso il 19/9/2009 alle 1:0 | |
|
|
3 dicembre 2008
INDOLCERE
Qui. Quando dico qui è nel qui. Dove passarono sei zitelle con sei rami secchi
la terra non era nei vasai ma fu l'innamoramento.
Dale Zaccaria, da "Non per l'amore a dire", Manni ed., 2006
La platea lamentosa detesta i muti congedi
Il buio è una lavagna fu per questo o per timore che l’artista
partì che era già notte e dentro al buio lasciò Sophie la bambinaia che
noncurante non capì, ma si offese molto e volò nella casa e nella bocca
del padre e seduti l’una di fronte all’altro, senza appoggiare mai i
gomiti sulla tavola, lavorarono il danno come fosse stato argilla che
asciugò e diventò scultura rifinita da una policromia nervosa che
disposero in bella mostra in un angolo del salotto, proprio sotto al
pendolo e che la luce e il tempo a poco a poco scolorì.
La percezione è una teoria primitiva
e nobile come Suzanne che cuce dipinta e sfumata d’ombra e d’azzurro,
calma e senza pudore come fosse normale esser nuda e cucire seduta nel
letto sfatto da chissà quali peccati mortali e essenziali che ha
accolto e abbracciato umida fra le gambe e nel cuore, docile e senza
malizia, rossa e viva ciliegia matura, arrendevole e pronta a godere di
quel poco di vita in permuta, leale come chi non ha nulla da vendere ma
tutto da perdere.
La follia è gialla come un girasole
appassito in un vaso di vetro, come il suo pittore con l’orecchio
reciso e i suoi quadri invasi dal vento, come un ordigno nascosto
troppo sensibile agli urti, troppo sensibile e basta alla vita che
arriva a onde giganti e inonda e sprofonda ogni distacco e vantaggio e
commiato dal mondo e ogni volta è passione, sconcerto, smania e
tormento, ogni volta è un ritorno, è un correre incontro a braccia
serrate sul petto prevedendo lo scontro.
Il nome è una premonizione e
per la ragazza che suona l’oboe lo è il diciassette ma per Vincent fu
la prima volta che vide il mare, fu quella la chiave, la luce stanata
nel suo continuo fluire e ondeggiare, la luce truffata dalle visioni e
invenzioni di ognuno, sfruttata in scenari caliginosi, spalmata sul
legno in colori pastosi, per Gauguin invece fu l’isola profumata la
soluzione, il sorriso largo e calmo che si apriva sul mondo indulgente
e bonario, docili dolci di cioccolato le donne nude e sopravvissute
candide a rincuorare le voglie, sorgente d’acqua spontanea che scorre
disseta si offre e non toglie.
L’amor di sé è incolore o
al massimo è una monocromia esasperata di troppe tinte divenute una
sola e grottesca, croce e mela e veleno e Dio e Angelo caduto e croce e
mela e veleno e Dio e cosi via fino a incrociare la buona o la cattiva
sorte perché poi di questo si tratta e quindi vita o morte per
coincidenza o disegno e così il vortice giallo inghiotte il talento e
il genio e rimane solo una lapide, l’idea originale, l’affare o un
parlar sterile da intellettuale.
L’arte è un ponte costellato di fiori, di mango e di spine, è un fratello che sa e che per questo ti tiene per mano, è
la crepa nel guscio dell’uovo, è scoprire le cose di nuovo e vederle
diverse, è una piccola fiamma nel suo piccolo e instabile cerchio di
luce per sempre, è cercare ogni volta la chiave che apre o blocca
qualsiasi porta, nessun dorma se è di cielo il soffitto, oppure
addormentati dolceamore se il cielo è nel sogno.
Lara Arvasi, da "Collezione di piccoli rancori", collana samiszdat 2009
La casa di Via Azzurra
Lo vedi, esistono davvero i pettirossi non ti aveva fregato la maestra che ti parlava in terza elementare. E gli alberi mettono foglie a primavera e fiori nascono così, da un giorno all'altro. E' proprio vero: gli uccelli hanno un nido e ci tornano alla fine della corsa. Ci son voluti vent'anni e un po' d'amore perché vedessi dal vivo la lezione. E a tuo figlio quanti anni ci vorranno per dare un senso alla primavera che mai vedrà dalla casa di via Azzurra (casa da servi, con l'entrata sul retro senza posto neppur per una culla)?
Silvia Albertazzi, aprile 1976, da "Le voci della luna", luglio 2008
la canzone di Herta
I piedi di Herta hanno il verso dell’erba zitta di novembre,
camminano separati, rivolti all’urgenza di andare e tornare.
Pestano cauti in scarpe di umile retta e il veloce passo
porta a casa il suo corpo solo e la spesa,
alla povera Helga, a un ostinato padre.
E lei sorride e il suo sorriso
non spalanca mai la bocca, stringe gli occhi
fa sentire note di una voce che di dentro tace.
Herta dai mille chilometri e un solo sentiero,
angelo contento dai pochi pensieri, non ha le ali
ma si muove senza pari, posa in terra gioia e dispiacere
in misura uguale e leggero peso,
ché in paese s’affretta e non sosta se non per il pane
eppure lo fora, trapassa, lo buca e perfora,
attraversa il suo cuore
e nessuno s’accorge e nessuno la vede.
Roberta Dapunt, da Absolute Poetry (Einaudi, 2008)
Eccomi roteante corpo
in roteanti macchine che pèrdono
l’oriente e il suo sorgimento
eccomi in balìa de le forze
che nella mente stringono
l’eterno all’immanenza
ne fissano le parole
ed è violenza
parché le stelle si pulsano
di eterno andare
che xe un venirme incontro
de fotoni traversantemi
e nutrentemi
i me scompone
da farmi rinnegare i testi sacri
come forma finita
e li accolgo
come inizi
iniziazioni a la luce
al testo santo del cosmo
Elio Talon, da "Sideralia", Le Voci della Luna ed., 2006
poesia
indolcere
| inviato da poesiaitalianaadesso il 3/12/2008 alle 1:35 | |
|
|
5 giugno 2008
una genuina alterità sorella, scardinante
a dl
Dio,sei ridotta a certi ambienti, ridotta a lei,invocarla- non sospiri per l’erba la rugiada, non ti commuovono madri,cieli, non ti emoziona la trama di una nuvola- ma l’anima ti vuole amica, tu così fredda,sempre un po’distante tu che diffondi strane voci, per colpa tua l’anima schiva quell’importuno,il sole- almeno lascia in pace la ramaglia secca, lasciala in strada.
Gabriella Garofalo, da Viadellebelledonne
DOVE SI ODONO GLI UCCELLI IO NON ABITO
La Giano degli architetti, la santa patrona dei
silenzi, dei quadri da rigattiere e polvere
da sparo. La moglie
su fondo dorato, la Cimabue, percorre tutta la
vita con fianchi da trono. Una
lamiera ci lega di fulmine pensieroso; io che
sono stato già lei, e mi faccio
prigioni poi scappo da una
sedia a un’altra dove sta con me un secolo
di sirene. Così gravido dell’
idea in cubi robusti come crescono chiese.
E
Scendendo per cataratte, gettato in volo nell’
acqua con le nubi, cammino pensando
all’idea della Giano, chiodo fisso, o dell’erba, e dove
cresce vi abito solo.
Cristina Annino, da Gemello carnivoro, Quaderni del circolo degli artisti, 2001
2. lilli
gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre pensò la fanciulla il sorriso e le cerca ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro le restò il cortile io ero già in chiasso di chiusura i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento oltrepassarla con un po’ di sabbia e bello il cuore la gonfiata d’acqua non dà sorgente di sorta
allora piano il libro che viene nacquero in tasca i vecchi parlano
prima ma cosa vai nello stile non è un occhio di bastone né la musica esultando
finestre infine o quando aria per descrivere al mignolo se per lui il poeta sono sfebbrate la mente in cui la pioggia per sempre per la strada avanzerà in un gatto in un bel male
Ivano Fermini, da Nati incendio, Milano, Polena, 1990.
9. Di quell’inghippo losco
di quell’inghippo losco non si seppe altro che indiscrezioni mentre masnada la crociera sviava l’adriatico, lumaca: così le mucillagini leccavano lo scafo attente a non impensierire.
se ne discuteva a ore brocche di primo mattino quando la mente era persa in slow-fox di altre notti. per il non aver dormito, per il non aver sognato granchè si riandava ai falsi miti di progresso. e si sentiva i boati, a rintocchi nel mare che ad est perso distraeva di sé; consueti i gesti di risacca e progresso. disposte
le sdraio alla rinfusa, le illusioni hanno il senso delle prime ore, ma sapersi stropicciata indosso un’attesa, minacciava il riordino delle priorità . nella discussione, al ponte erano giri accesi soffusi, tacchi come anziani confusi .
le gelatine di frutta cadenzavano aromi esotici al primo pallido sole.
Ermanno Guantini, da Vico Acitillo 124
MARZO
è venuto il giardino umido ha detto
bagnati l'interiora ed ecco
il sangue è denso il sangue colora
è venuto il giardino umido ha detto
sdraiati, annaspa, vinci
brilla tutta questa coltre di mare
è venuto il battesimo della notte
nocciola e forma tesa di tela
è venuto il cuore muscoloso
le frogie dilatate del cavallo
Paola Febbraro, da LiberInVersi
| inviato da poesiaitalianaadesso il 5/6/2008 alle 20:16 | |
|
|
25 febbraio 2008
EPIFANIE
I
VEGETATIVA
Fami freddi vigilie nervi
per i versi soffersi
l'inganno dei sensi. Amari passi di fuga
Adesso l'altra origine
altra causa d'avaritia m'adesca
e ciao mi scappi sul motorino (s'alza un polverone)
in pieno inverno anche tu mi lasci
o mio bel Sanfrediano e anch'io son per la Fiore!
E mi dìa una spuma gialla da 50
tìnnano a i' barre i bicchieri lustri
(cencino molle cencino molle)
tìnnano lustri occhi-monetine nel piatto delle mance:
la porti un bacione a Firenze cantavamo.
Adesso célo célo manca manca
si giocava a soffino alle medie
girando a vuoto s'alzava un polverone
e in avaria andò il motore.
Piatto, piatto d'un encefalo, onfalo bianco
girando a vuoto ancora più ampio mi spazia
in sin dentro l'odore greve
del soffritto della Graziella che mi manca manca
l'odore del mio bel Sanfrediano adesso mi ripesca (che nausea la mattina)
- e parlo come magno -
a destra
e a manca
e ancor più giùe giùe
còlta in flagrante là all'accesso
del panificio aulente ove un bel dì s'innesca (che buco allo stomaco)
la vita infanta
l'amor polenta.
Rosaria Lo Russo, da Gli angoli della bocca (L'Alimentazione), sito personale
Ti vedo ti vedo
Ti vedo ti vedo forsennatamente, riappare come uno stormo dal vuoto bianco del cielo l'imprevisto che dà amore alla mente
ti vedo nel ridere di qualcuno che si accende nel buio dei portici, in una spalla solitaria di ragazza dietro i vetri del tram,
ti vedo un attimo dopo questa tua giovinezza, mentre entri nelle grandi gallerie del tempo
ti vedo in quel che ti somiglia e che non ti somiglia.
Davide Rondoni, da "Avrebbe amato chiunque", Guanda, 2003.

Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
La neve era sospesa tra la notte e le strade
Come il destino tra la mano e il fiore.
In un suono soave
Di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
Notturna, volto umano!
(ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).
Cristina Campo, da "La Tigre Assenza", Adelphi 2001
Un bagaglio a torre
Sono parecchi giorni forse anni secoli millenni che costruisco questa infinita torre di gigli e catene di parole fame frane di neri capelli scarpe scarpini farfalle asole da sera le fate cavigliere gonne tutte le misure delle donne create su misura per quegli abiti e i loro attaccapanni ho incastrato torri di castelli e messo prigioni fossati alla gogna alberi della cuccagna falli innumerevoli galline topi pattumiere auto da corsa rapine le guerre i manifesti tascabili elettori l’etica l’ etichetta i marchi di fabbrica la paura e la fame fotografie di morti battaglie di misericordia e odio trinitrotoluene pane sale porte scalini acqua che sgorga lavandini affari intasati caffè andati a male bicchieri plastica tovaglioli accartocciati figli errori dei padri dei figli dei padri dei figli dei figli dei altari lampi candele oli santi estreme funzioni bacheche omissioni sarcofagi balene coleotteri lucciole puttane strade ingombri cassonetti cassetti di memoria spazzatura fogli bianchi banchieri carta stracciata pali della luce colle colline collant mutande usanze costumi buffoneschi telefoni cloni contanti conti della spesa spose sovrane gatte da pelare donne madonne lacrime sangue il feto il letto da rifare chiodi e calendari bistecche sangue stagioni croci gelsi gelosie crocevia profughi corpi su corpi scavati dalle braccia di altri corpi del corpo della terra madre pianeta pineta tomba dispersa dentro al cranio di una stella rime lime cantine spranghe d’acciaio anelli nubifragi catacombe piramidi calzari pesi d’oro e parole manomesse graffiti colori penne pennelli sonagli pannelli schiuma una vertebra parlante date sondaggi conchiglie spilloni cose che pungono alla rinfusa effusioni canzoni ninnenanne libri manuali tonnare salmoni che saltano circhi cercati sopra sotto fondazione ferri da presa e punti metallici graffe griffe giraffe suoni impresari ossari catafalchi e grifi cavalli zoccoli serpenti la mela rossa e quella verde semaforo sciolina lini del saccello scope scopetti tromboni funivie articoli e sommari somari asini tracolla bandi bidoni concorsi lettere l’oriente l’occidente carie cariatidi carote messali dei idoli capanne di canna e di cemento unghie ali navi fasciami viti bottiglie scalpelli vetri divieti denti occhi cave d’argento piatti da portata osterie bordelli parlamenti fumi grotte miniere sale catrame petrolio unguenti sedimenti di calcare travi navate di abbazie chiostri pennini latte ferrovie stazioni di via crucis rosari roseti ardenti libri tovaglie arche sopraccigli mostrine da ufficiali storie banali vaniglia valigia banane crostate costati trafitti baionette filtri d’amore rastrelli frontespizi ospizi ostelli neve fresca elenchi camere a gas tabernacoli oracoli indovini cretti dei fiumi cretini aste steli stilo funerali statistiche fori colonnati colonne sonore silenzio orge rammendi rododendri rocce gnomi corsari corsisti corsie comuni indigestioni particelle pronomi virgole infissi montanti montoni sotto le corna asterischi assiomi collusioni vitalizi interstizi ulisse penelope la storia di medoro il minotauro gloria rovina famiglie e casati draghi pirati medaglie medaglioni forzieri forzati forzature imprimiture cassazioni cassate gelati coppieri medioevi universiadi olimpiadi le fiaccole grate servette condottieri agnelli e agnus dei falchi bracconieri lancieri bengala fuochi d’artificio botti raccolte di vino rocchetti di seta siepi serpi sentieri sieri gli antidoti le specie dei batteri blatte anellidi muffe funghi commestibili lieviti tegami cuochi mazzieri acuminati aghi echi della memoria frantumi sparsi arse menzogne zeri coltelli le vene aggrovigliate i battiti del petto un sospetto un tetto senza la stanza sandali di cuoio ortiche qualche poesia presa in fretta una presa di sale una scorza di mare miele favi e fave castagni melograni mandorle noccioli papaveri e papà fattrici anche l’ultimo stadio il pallone tondo ovale un uovo la semente una lente e ci sta ancora una lancia una dedica stipata in fondo al fondo di un comune bagaglio la torre antica che s’innerva dentro il tendine del mondo un mappale da catasto senza confini e pertinenze solo migrazioni sforamenti inconvenienti inconcludenti che hanno sfogliato gli anni in questa foggia una comunità di eventi vivi per un nome e un posto dentro la filza a giorno la sfilza di quelli che spingono alla base del bagaglio un conguaglio che non chiude il viaggio dentro il cono. Fernanda Ferraresso, dal sito VDBD
cresciuta nel sonno
con altra vista che allodole morenti ha sbattuto lo specchio - lasciando sulla polvere segnali di riconoscimento,e pensare una spanna di pelle attraversare nuvole,fessure: ma cresciuta nel sonno la bocca spalancata si sorprende a fissare l’impasto, forse un orlo di sangue per ritrovare il sogno lasciato ad aggirarsi in pena,inconcluso - di finirlo le chiede.
Maria Gabriella Canfarelli, dal sito VDBD
| inviato da poesiaitalianaadesso il 25/2/2008 alle 4:5 | |
|
|
29 ottobre 2007
MORBIDE VOCI SCOCCANTI
"C'era una volta in Marocco" ovvero "Morocco made"
Fra le liturgie di Domodossola passiamo le frontiere e certe volte, caro trecento, ci beccano su e giù dune fra bandiere eterogenee, il principato ce lo riserviamo. Tornare lì, come per riposarsi, e spostare il tempo (retro marcia) già accaduto c'era una volta in Tangier tangerine dream Morocco nord 'Afrique made elmà, l'acqua due mari due lingue "era una questione di radici" una lezione trasversale spanish french et arabie e così se la dimentica tornando quella fatica della resistenza che è già valsa lo spazio della giovinezza elementi indesiderati laggiù nel pozzo profondo in cui andò in cui si calò a profusione color drugs forse good vibrations. La luna cerchiata nel tono specchio d'acqua con tutte le sue fasi simmetriche spezzava la sterica marcia tin tin e tin ti tin ti tin tazze di latta alla mano mano sulla spalla dell'altro in fila in processione in una calle no leca do socco chico c'era da urlare al mezzodì ciotole che suonano riso di anime hanno il coraggio di ridere gli infermi tra loro, e quello di vederli passare. Dal balcone terrazzo del Charly restaurant beveva coca come in America e il solito hamburger ma nessuna fiducia di salire fino in alto da Baba tea room alla menta con le palme affacciato alla superficie del mare lì eternamente immobile il mare, ha paura nonostante il coltello della gente nei jillaba gli brillano ai marocchini gli occhi fissi dalla terra alla luna che sale verso la metà del cielo un tondo fosforescente viaggiante e per noi di altri paesi del nord, irreale un disco star bene, disse. Dalle tavole di liscia roccia vulcanica nero a picco e raramente grigio metallico rimbomba agli occhi dal sole facendosi largo nel senso blu dell'aria a picco sulla voragine seduti in scacchi di giardini ricavati, tutta gente con qualcosa da contemplare, qualcuno da allontanare, indifferenti all'abisso non passano che rare le navi e l'ultimo punto di osservazione dell'orizzonte fa spazientire la vista, che si confonde. Al porto discendere la notte attraverso la casbah la medina l'odore di montone e di carne selvatica dentro gli stretti vicoli spugnosi era nel suo respiro ormai ...
... Roberto a Casablanca è stato il primo a morire, è santo morire se si stava cercando qualcosa "la vita vale giusto questo", ridono divertiti i rivenditori e sanno di poter chiedere di più ...
Patrizia Vicinelli, da "Non sempre ricordano", Aelia Laelia ed., 1985
Fata morta
Guardami
Sono la fata morta,
sono il tuo specchio,
la mia dolce vendetta e
non ho voce.
Non dormire. I miei occhi ti sorvegliano.
Sono il tuo letto,
la tua bara con i frutti morti,
il tuo letto con i tuoi stupidi angeli.
Fermagli di donna ti mostrano i denti.
Sono la stanza dove tu,
cospargi il tuo corpo
di tossici unguenti.
Sono quella che dice, ti amo bimbo mio malato.
Sono la doccia di sabbia disperata,
quella in ginocchio,
che si tinge i capelli di nero,
che ti trapassa il volto.
Mia fata morta, mia dolce vendetta.
Quella che dici, quanto sei bella,
mangiatrice di fango,
delicata bambina, senza guinzagli
morente tra le tue braccia.
Giovanna Marmo, da "Fata morta", Edizioni d'if, 2006. Recitata dall'autrice su Le reti di Dedalus
So le ossa come numeri primi, dritte senza il riparo di radici, le so nell’acqua, le so pali a indicare le distanze, ABC, cannucce di linfa, esperanto, le so fosforescenti oltre la pelle, le so che non muoiono, che non si rompono davvero, ma sillabe, le so che me le sento da sempre, da subito, sputarmi le parole dentro i nervi.
Elisa Biagini, da "corpo-cleaning the house", sito personale
IL CIELO A BOCCA APERTA
A quest'ora è chiuso il vento nel versante lungo del Basento. E le montagne vaniscono. E il cielo è fisso a bocca aperta. Si vede una fanciulla nella gabbia sopra la Murge di Pietrapertosa. Chi sente il macigno che si sgretola d'un tratto sulle spalle? un rumore di serpente il treno nella valle? Ognuno è fedele alla sua posta. Hanno scovato le due cagne la lepre sul pianoro. Fugge come lo spirito riconosciuto.
Rocco Scotellaro, "E' fatto giorno", Mondadori, 1954
(senza titolo)
È troppa la vita nel latte munto di caldo: un odore di animale, la schiuma increspa di brividi la pelle. C'è qualcosa che si accoppia, che si mischia senza posa, maschio con femmina nel bianco del latte munto. Lo deve bere un ragazzino ma è ancora troppo presto per essere contento che la vita è circolare, e dovunque c'è un animale nascosto dentro, come la pubertà e sa di sale e sudore spaventoso e denso.
Sara Ventroni, dall'antologia "Fuori dal cielo", ed. Empiria, 2007. Recitata dall'autrice su PoDcast.
| inviato da poesiaitalianaadesso il 29/10/2007 alle 2:6 | |
|
|
30 giugno 2007
SCONSACRATI
L'improvviso editto
1
A un tempo son certo adesso e della inutile mia prova e della sua bellezza goffa austera; ridetemi appresso continuerò a mentire; mai seppi scrivere e nessun metro grammatico voglio che mi s'accosti,
per quanto tetro e inetto è come il tuono il mio suono, forza della natura.
2
Me ne vado vagando e v'assicuro son duro a sentire ogni loquela sorda di costoro i potenti; non valgo nulla e nulla pagherò di mio all'Eterno;
di più, m'accorgo d’impetrare un dolore nuovo a Natura Novella all'Universo tutto, quello di dirmi infine nuda marviglia anch'io del creato come la dura pietra come lo scoglio inerte;
per questo traverserò, e traverso.
3
Potete sentirmi adesso? Non schiudete occhi pavidi davanti l'orror mio e che vi manifesto; è l'orrore di tutti.
Potete nicchiare adesso! v'ho detto v'ho gridato il mio caso, come tutti sono, centro dell'universo.
4
Non mi nascondo più. Non lecco le ferite mie. Non voglio perdonarmi d'accordo, ma nemmeno ossequio voi; io poso, son gradasso, urta il mio modo d'accordo, ma il vostro vetro non vale il diamante che ho trovato;
fu un caso è vero, non ho da vantarmene, e d'altronde duole assai questo peso, misero me essere il vostro metro, comunque.
5
Arricchisco in questa indigenza!
6
Alcuno s'ammalò rima d’ogni alba, sempre
del male che acceca ed impedisce cennare l’intesa o declinar l’invito.
7
Perché credete ch'io faccia il paio, con malagrazia e avvedutamente e felice di questo, col morto tocco di quest’ora maligna?
Perché credete ch’io accordi il mio canto all’inutile sirena dello stagno inerte?
E’ solo perché l’unisono bifido di questi versi possa chiamare l’ultimo suono alla mia ammalata nostalgia, al male che mi fa veder tutta perduta quest’infinita meraviglia che già mi creò, me come tutto.
8
Non sopporto più che mi si taccia, e lo grido, lo griderò in eterno;
o già l'ascoltate da sempre, nevvero? questo rombo pedante come l'orifiamma fredda sulla chiostra di guglie del castello d'un pazzo.
9
Non vi chiedo l'ascolto non v'ho prestato molto del mio
troppa miseria mi dimenticò ogni riguardo.
Beppe Salvia, da "Braci" n.1, 25 novembre 1980.
Tanto giovane
«Tanto giovane e tanto puttana»: ciài la nomina e forse non è colpa tua - è la maglia di lana nera e stretta che sparla di te.
E la bocca ride agra: ma come ti morde il cuore sa chi t'ha vista magra farti le trecce per fare l'amore.
Giovanni Giudici (Le Grazie [La Spezia]1924), da «La vita in versi», 1965
La commemorazione dei defunti
Con i tuoi, lo sappiamo, un modus vivendi l'hai trovato. Non era né facile né difficile, quasi non c'era scelta. Ma quei tizi di cui non ti frega niente, carbonizzati nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall'uomoleone falciati dal tifo sull'altipiano, che salvezza c'è per te in loro? che sugo per loro nel to strizzar gli occhi e indugiare a fitte sul giornale? Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale, lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi.
Giovanni Raboni, da "Le case della Vetra", Mondadori, 1966.
Da zero e dintorni
Ti viene mai compagna la voglia di rinascere su un camioncino diretto (espresso o accelerato) verso la sua punta (o verso le Eolie o Lipari), con un sole scenograficamente corretto e anche pulito, lasciandoti alle spalle l'odore acido dei giorni in cui devi filtrare il tuo senso come il the, e il carico gravoso delle nuvole, gobba, fardello in cui nascondi con stanchezza tuo padre, tuo figlio, l'amore che non hai, ti viene mai, ti viene mai?
Ti viene mai compagna la voglia di rinascere con una gamba sola, magari, e anche, anche senza sigarette, ma anche senza la fretta assurda della nuova metropolitana, e anche senza il bisogno di sentirti naufragare in un'isola lontana tutte le volte che ti guardi far l'amore, con in un occhio la voglia e nell'altro la rabbia ed il dolore, con quel cane randagio che ho bastonato stamattina sulla strada, con quel cane randagio di tuo marito che ti chiede come vai ti viene mai, ti viene mai?
Ti viene mai compagna la voglia di tornare sulla strada battuta dai venti dai sassi e dagli sputi del potere, quella strada che in sogno avevi creduto di vedere o di avere almeno immaginato, quel giorno che sei arrivata fin sulla porta con la tua sciarpa rossa in mano e i cioccolatini tra i denti, talmente sbriciolati da sembrare persino trasmigratori contenti di ansie, quelle pozzanghere su cui non si riesce mai a volare, ti viene mai la voglia di tornare? Ti viene mai, ti viene mai.
Claudio Lolli, da "Disoccupate le strade dai sogni", Consorzio comunicazione sonora/RCA, 1977
Allegoria
Sulla usata scacchiera enumeriamo i loschi personaggi gualdrappe a lutto, rocche senza tromba, logori lindi scheletri di bosso, unghia contr’unghia di sterile luce, dove il sangue s’inerpica a squillare: e tu, spettro monotono, mio re, chiuso fra quattro lance d’infallibili alfieri, vestito di rosso broccato, mio scabro Cristo chiodato, mio re, in un angolo, matto come me.
Gesualdo Bufalino, da "L' amaro miele", Einaudi 1982
| inviato da poesiaitalianaadesso il 30/6/2007 alle 0:28 | |
|
|
20 aprile 2007
NOMIGNOLI
poesia dell'immarcescibile
Shh…sii prudente, te ne prego. Poichè non posso correre meno veloce di quanto ora, prenderemo precauzioni a ridurre l’illegittima verde malattia che potrebbe spaccarmi la mandibola come su asfalto; La tara è grave e s’infrange sugli scogli della mia genealogia da tempi immemorabili, così conosco bene il pestifero istinto che mi sprona a irrompere in palazzi fatiscenti per cercare eredità incrollabili, e farfuglia paroline tiepide e viscose in ogni piccolo mio riposo; Come fece il mio primo padre, e il secondo dopo di lui, sostengo i folli nascosti nel mio sterno mostrando a ognuno la miglior strada da intraprendere, e li proteggo in seno alla mia insaziabile mania; Ecco com’è essere divini, e indossare la sfrontatezza con assoluto rigore: -lasciarsi andare a qualsiasi fiume, o bicchiere,o cataplasma che sia, -contrarre empatie, guarirle, divenire portatori sani, -pungolare il tempo riproponendogli la stessa negligente imbracatura che ci impone come vaccino, -un bel repulisti degli incipit forbiti proposti come matrice d’umore da ogni venditore di propositi;
e, ecco, non capire perché si debba conservare robaccia come brividi sotto ai vestiti, che è inverno ed è neve, e dove sarà il mio nuovo padre mica sarà là sotto che potrebbe non sgelare troppo a lungo
strepitio-di-vetri, dal sito The Cats Will Know
l'acquitrino
ho vestito la terra di lago
prima del sole /forte
sulle tempie/
e avevo il viso triste
dei sassi, sulla riva tra le canne
divelte un’altra isola
non ho mani lo vedi
e mi riconosco diluendo solo gli occhi
alle fronde mancate dal vento
pettinate a stormi di albe
non so più la voce della cincia
e gialle al petto s’involano le acque
senza becco
ma è così che mi muovo silenziosa
sconosciuta, in-amabile
Polikwaptiwa , dal sito The Cats Will Know
MACCHINA D’OSSA (poesia dal titolo spudoratamente copiato)
Stanco ancor prima di cominciare, con un dolore all’ altezza delle scapole, lì, dove una volta erano le ali
osservo i rimasugli di questa colazione, ed annoto mentalmente il resoconto dei disastri quotidiani, mentre con la mano allontano il fumo e penso che non posso, I can’t, ich kahn nicht, essere una macchina d’ossa da guerra e continuare ad avere negli occhi le strie di sangue che avanzano dal televisore,
che sarà pure una primavera invincibile, ma odora di fango e cordite
e non è in vista nessuna madonna del pozzo, né aleggia nella testa il ricordo di alcuna canzone di Waits.
qb, (dal sito The Cats Will Know)
foglietto da faubourg
Una certa parure senza disgusto
portava madame
ma
le sfuggì un candore
un’incertezza mortale
ventaglio da faubourg,
un pizzo per.
*
Piaceva a lui la sua spallina cadente
occhieggio tra spine
palchetto in prima fila
*
Piano pronunciò nel taccuino
( madame con le piume oscene d’un belletto )
- Ti porterò con me nel mio corpetto
appoggiato,a farmi gocciolina -
Borderlands (dal sito Foglidiparole)
lettera minima.
colta nell’atto di scrivere
dal soggiorno della suite al trentatreesimo piano
/dal trentatreesimo piano
se mi gettassi riuscirei a morirne
postazione una scrivania ovale di cristallo,
gambe d’acciaio
il sole illumina la stanza di bianco
fastosamente
la seta oro alle finestre
le luci Lalique
le porcellane in vasi e grovigli di piante
il bagno arioso in onice, marmo e incenso
/c’erano molti volti nelle crepe
e fra i tanti il tuo mi guardava
amore mio
Croquignolle (dal sito Foglidiparole)
| inviato da il 20/4/2007 alle 1:2 | |
|
|
9 gennaio 2007
DIROMPENTI
|
la partenza
qualora aprissi il ventre integralmente potrebbe darsi che ognissanti verrebbero in fila a gettarmi una moneta: ispido e invertebrato l'orizzonte a cuspide intriga qualche ramo di ginepro. io lascerò i figli a marcire tra le upupe rosse e i granchi giapponesi a bollire sui rostri: la mia vita è un salario abbondante per chi la ricetta dopo di me. e poi ci sarebbe altro ancora da dire, stanotte.
Paola Lovisolo, da Bollettino '900, 2003. |
Sogno - The approach
Verrà sera, mio bradipo canuto.
Tempo che il tumulto del tuo cuore,
che di scatto ha invece mosse, come gatto
rosso - i casi son due: -
o smetta di stridere - e intona.
o smetta di stridere - e si addormenta.
Ma non so quale stella augurarti
di trovare anche domani,
spostata di un centimetro,
o trasognato a quale tronco d'albero
come platea, tu spettatore
se non t'imploro, non ci sia mai più chi irrida,
chi freni il tuo scalare.
(Le so, le so le unghie: per me,
maschera al procione, o giro angolare
in testa al gufo, cosa vuoi? Per me,
se concedi il mio guardare, tutto vale).
E dunque, vedi, pur se il diritto mi manca,
di sperare per te qualcosa - alternatamente -
e al mio indirizzo contemporaneamente,
non riesco a tacerti ciò che, solo, è per me
certezza.
- necessiti, forse, una culla a ogni tuo credere?
un fremere di intenti, di fai,
e non so quanta urgenza ancora
e se non credi possibile
(che) verrà sera
Cristina Aita, da sito personale
Carrozza barocca
Pensandoci se ne potevano trovare altre.
pensandoci se ne potevano trovare di migliori.
forse più efficaci. non farse false soluzioni. forse.
sollevata appesa bruciata stordita.
Pensandoci se ne potevano trovare.
Offerta senza oneste intenzioni
in tuffi blu di cristi kieslowskiani.
Fosse vivo E. 17 nel '92. fossi viva io.
fosse stato un albero o un'unghia di gallina
l'ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.
fosse stato un albero o un'unghia di gallina
l'ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.
Ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
carrozza barocca décolleté prezioso
e gonna gonfia di merletti francesi. neri.
gonfia da infilarci una vita. uligine parigina
e giocare a giocarla tra le gambe intorno
ooo, ulaop, giro in tondo, giro in tondo
com'è folle il mondo, com'è folle la terra.
Ohhh madame ubriaca di vino e di eccesso
ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
carrozza barocca. portiamola in scena la parte
proviamola ancora montiamo le luci schiariamo le voci.
Dei morti è il pubblico ed è lì ad ascoltare
senza tirso o crocefisso a farli ballare
che è singhiozzo di bruti ed è meglio all'appello scappare.
Ilaria Seclì, da liberinversi
NUDO F.
Non so scrivere in prosa, nessuno vuol vivere nei manicomi della tenerezza, a sentire attraverso il muro l'odore che è un'opposizione del corpo ma l'anima dovrebbe essere pura secondo chi? io non ci vado io resto qui a schizzare appunti registrazioni sparse sillabe mozzate io che esisto sulla mia valigia alla Gare de Lyon contando le briciole sul pavimento al vapore preoccupandomi di non parlare all'orologio, al ticchettio nero del quadrante che scandisce treni di umano facce e stanchezza ai finestrini dove vanno vanno verso Orry-Ville verso domani perfettamente uguale che tristezza e il mio io bambino a sognare notte dopo notte l'imperfezione nei versi della realtà; la poesia non è un modo di scrivere, il destino e il passato sono quei due che non se ne accorgono, chi è così dolce da desiderare la paura- Francesco Ghezzi, da Sextraordinaire
SEMPER PAUPERES
Semper pauperes vobiscum habebitis, sed me non semper habebitis. S. Matteo
Già da lontana breda, già da tempo, con l'indice levato a tramontana, quel medesimo che uccise sulla scorza del gelso due formiche in assolute faccende, con l'indice levato noi segnammo, per prudenza, per un vago bisogno di ricordi e per la forza stessa del semplice pensare, quella casa che da lontano chiama e ci sospira, così piena ancora di romantici sentimenti, e del profumo di defunti che neppure in lontananza vorrebbero scommettere la verità dei nostri connotati, la giustizia dei nostri documenti, altri liquori d'ombre e di figure travasando, non già le nostre, stanche e provvisorie nell'agire, come una pianta senza nome, di nessuno, senza categoria plausibile al sorteggio dei suoi temporali, dove anche i passeri, anche i passeri, e perfino i passeri, perfino gli uccelletti, orbi nel fumo della mente e privi di un governo autoritario, fondano nel volo senza scampo, senza gradi, l'arco della notte ventura in un osanna, sempre al divario d'una sorte continua che li scava; e poi sparire.
E adesso quei rondoni, tuttavia, io mi domando, quando gli autunni cominciano la marcia, come reggimenti ravvolti nei pastrani sugli asfalti leggeri, dal San Gottardo, avranno tuttavia i loro cari defunti disegnati sulle foglie del cielo?
Scapole d'un giovanotto nell'azzurro solitario, nel cielo le giornate son più lente degli uccelli, orbi nella mente di sale.
Ma poi la rondine ritoma ad infierire: non muta la sorte delle foglie, tale che in altro largo serbi un'espèride preclusa ai censimenti, stanze di pomice, lucenti ghiaie ebbre, nel suono dei palazzi viola; che in altro largo serbi un continente come l'ala d'un aprile a banderuola, senza mercati alla pianura di Saronno, e piova, povero, i mantelli, le lenzuola, le mutande, le formiche e i lampioni agonizzando; e poi sparire.
Emilio Villa, da Vico Acitillo 124
| inviato da il 9/1/2007 alle 4:57 | |
|
|
23 dicembre 2006
VERDIRAMI
Il carnevale della mosca
Questa mosca si maschera da vespa perché si sente mesta e un po' nerastra quando era vispa vispa e zampettava quando era azzurra azzurra e ruzzolava si mascherava sempre da zanzara.
Toti Scialoja , da Poesie 1961-1998, pag.527, Garzanti, 2002.
Ballata di Marija alla Processione di Ferragosto
fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli sulla bella di notte il tramonto di ieri di tanto in tanto il paese chiama Marija pistilli ubriachi, semenza di tomba
i campi di Lastovo il colibrì li ricorda covo di pirati, il petto dal sarcofago la squilla si batte, il ritmo e il cimitero nei perdimenti la sveglia, la processione va su
come la scala la forca pende dal forte il medioevo francese alle spalle inanella vitigni quale giorno sia arrivi alla chiesa lo sanno il prete i cesari, la campana e la valle
Marija è vestita di porpora si prepara alla festa petali di bouganville calpesti il cemento si è sparso il punto
Christian Sinicco, da "Ballate di Lagosta", mare del poema
POETA MINORE
Io musico te soltanto perché tanto hai musicato quel che gli altri han solo scritto sazi del parlato spinto a malapena nelle pagine di Arcadia come sabbia nell' arena Tu per me maggiore la poesia non è brandire scettro non ti ho letto ma cantato in note senza fiato rese vive dal ricordo dell'accordo stipulato fra l'Apollo e le sue rime
Io musico te soltanto e mentre canto la mia pelle sembra frigger come burro dentro suoni di padelle Questa è un' arte tua e del tuo bell' eroe francese lui altro mai non chiese che una donna da salvare e invece è me soltanto che ha salvato
Io musico te soltanto perché solo fosti vivo solo quanto adesso chiuso fra parentesi di un rigo lascia che ti dicano minore o sconosciuto come fa il minuto quando passano le ore Io musico Orfei ed Alcesti perché questi hai musicato perché fanno dire a me con dire delicato cosa mi è dato a vivere e cosa da morire qual è il rischio e qual è il fine
Io musico te soltanto e mentre canto la mia pelle sembra frigger come burro dentro suoni di padelle Questa è un' arte tua e del tuo bell' eroe francese lui altro mai non chiese che una donna da salvare e invece è me soltanto che ha salvato
Io musico te soltanto Io musico te soltanto
F.Gazzè/M.Gazzè, da Raduni 1995-2005, Emi music, 2005
SAFRANO
schegge appuntite amaranto spiano dal grigio fogliame con velocità legame con il tempo giornate ore vibrano in un folto perenne prima l'arancio che chiede bacio al tuo cuore poi lo zolfo che lo percuote numerose dilatazioni secrezioni con dolci sfumature "Safrano", poni il tuo capo e dolcemente riposa, innumerevoli petali hanno conosciuto il vigore dell'acqua, e rose sono cadute per gli occhi addolciti poiché amore conosce il suo eguale Ma dall'ultimo usa il colore per un nuovo stato essence per una fioritura suprème Constant e per un nuovo lirismo
Chiara Cavagna, da "Reve d'Or", Anterem edizioni, 2006
al funerale di un olmo:
---------------------------
Moitù (il corvo) e la trota marrone
---------------------------
respirano piano
Aida Maria Zoppetti, da "Una coltivazione di forme", Anterem edizioni, 1993
| inviato da il 23/12/2006 alle 1:5 | |
|
|
22 novembre 2006
MADRILINGUI
Parole mate
Rame che rema che respira de ua rosa rama remo rime roma ruma rotami dapartuto che casca sul colo dea Morte dai recini de rame
E mi cerco mi vago no so par dove par che rason no vedo no so ma rovine rente rovine rovinassi ore de sol su aque nere che frise pescaori e pessi in crose de po'
Maraori rua chicaribo romai amori più romai che resta parole mate. Restè no morir no morirme in man restè restè parole.
Rami che remano che respirano di uva rosa ramo remo rime roma scava rottami dappertutto che cascano sul collo della Morte dagli orecchini di rame
E io cerco io vago non so verso dove per quale ragione non vedo non so ma rovine attaccate a rovine calcinacci ore di sole sulle acque nere che friggono pescatori e pesci sulla croce del Po
Maraori rua chicaribo ormai amori più ormai restano parole matte. Restate non morite non moritemi in mano restate restate parole.
Ernesto Calzavara, da "Ombre sui veri", Garzanti, 1990.
L'ægua äta
O mignin mòrto l'ò cacciòu in mâ vixin a-o ciæo de lunn-a; l'ò visto destaccâse à pöco à pöco, méttise in viägio verso l'ægua äta. Pöveo mignin, se m'astrenzeiva o cheu; pösòu in sce'n fianco o paiva un cavallin de legno pe-i figgeu... in gïo se gh'açendeiva de stellette che de continuo ne luxiva o mâ... pòi l'ò lasciòu solo à navegâ inta neutte...
Alto mare
Il micio morto l'ho gettato in mare vicino al chiar di luna; l'ho visto distaccarsi a poco a poco, mettersi in viaggio verso l'alto mare. Povero micio, mi si stringeva il cuore; posato su un fianco sembrava un cavalluccio di legno, per i bambini... Intorno gli si accendevano stelline che continuamente facevano brillare il mare... poi l'ho lasciato solo a navigare nella notte...
Edoardo Firpo.
A CIMMA
Ti t'adesciae 'nsce l'èndegu du matin
ch'à luxe a l'à 'n pé 'n tèra e l'àtru in mà
ti t'ammiae a ou spégiu de 'n tianin
ou cé ou s'ammià a ou spégiu dà ruzà
ti mettiae ou brugu réddenu 'nte 'n cantùn
che se d'à cappa a sgùggia 'n cuxin-a à stria
a xeùa de cuntà 'è pàgge che ghe sùn
'a cimma a l'è za pinn-a a l'è za cuxia
Ca serén tèra scùa
carne ténia nu fate nèigra
na turnà dùa
Bell'oueggè strapunta de tùttu bun
primma de battezàlu 'ntou prebbugiun
cun duì aguggiuin dritu 'n punta de pé
da survia 'n zù fitu ti 'a punziggè
àia de lun-a vègia de ciaeu de nègia
ch'ou cègu ou pèrde a testa l'àse ou senté
oudù de mà misciòu de pèrsa légia
cos'atru fa cos'atru dàghe a ou cé
Cà serén tèra scua
crne ténia nu fate neigra
nu turna dùa
e 'nt'ou nùmme de Maria
tutti diai da sta pugnatta
anène via
Poi vegnan a pigiàtela i camé
te lascian tuttu ou fummu d'ou toéu mesté
tucca a ou fantìn à primma coutelà
mangè mangè nu séi chi ve mangià
Cà serén tèra scùa
carne tènia nu fate neigra
nu turnà dùa
e 'nt'ou nùmme de Maria
tutti i diài da sta pùgnatta
anéne via
Ti sveglierai sull'indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l'altro in mare
ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa dritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritto in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia
che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos'altro fare cos'altro dare al cielo
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via
Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangierà
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via
Testo di Fabrizio De Andrè/ Ivano Fossati, da "Le nuvole", Dischi Ricordi-Fonit Cetra, 1990
Tante stele respira
Tante stele respira e dilaga la luse duto intorno: par che le possa illuminâ 'l gno zorno dâ 'i pase al cuor tarloco che delira.
La negraùra 'l mondo duto ingiote in fondo d'un abisso; xe beato el nuvisso che perde carne e cuor in quela note.
Cu le assende le stele e le distùa? Cu conta 'l tenpo a dute quele fiame? Se disfa leste dute le gno brame ne l'infinito de la note nùa.
No' sè 'l so nome: el sangue lo patisse; me continuo la strà tra nebulose vaghe e stele fisse senza paura de l'eternità.
Tante stelle respirano Tante stelle respirano/ e dilaga la luce tutto intorno;/ pare possano illuminare il mio giorno/ dare pace al cuore vano che delira.// L'ombra nera tutto il mondo inghiotte/ nel fondo di un abisso;/ è beato l'amante/ che perde carne e cuore in quella notte.// Chi accende le stelle e le spegne?/ Chi misura il tempo a tutte quelle fiamme?/ Si sfanno leste tutte le mie brame/ nell'infinito della notte nuda// Non so il suo nome: il sangue lo patisce;/ io continuo la strada/ tra nebulose vaghe e stelle fisse/ senza paura dell'eternità.//
Biagio Marin,da Poesie, Garzanti 1981
Un populu
mittitilu a catina
spugghiatilu
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unni mancia
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
Un populu,
diventa poviru e servu,
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu,
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
[Un popolo / mettetelo a catena / spogliatelo / tappategli la bocca, è ancora libero. // Toglietegli il lavoro / il passaporto / la tavola dove mangia / il letto dove dorme, è ancora libero. // Un popolo, diventa povero e servo, / quando gli rubano la lingua / avuta in dote dai padri: / è perso per sempre. // Diventa povero e servo, quando le parole non figliano parole / e si mangiano tra di loro.]
Ignazio Buttitta, da "Io faccio il poeta", Feltrinelli, Milano, 1972.
| inviato da il 22/11/2006 alle 17:40 | |
|
|
21 ottobre 2006
MAESTRI
MAESTRI
Il maestro
Il Maestro è nell'anima e dentro l'anima per sempre resterà viva lei, bella e martire, che tutto quello che le chiede gli darà: niente di più seducente c'è di un'orchestra eccitata e ninfomane chiusa nel golfo mistico che ribolle di tempesta e libertà. Turbinando nel vortice dove spariscono i paesi e le città nel miraggio di quei semplici e di quei soliti che arrivano fin là per vederlo dirigere con la perfidia che scudiscia ogni viltà: il maestro è nell'anima e dentro l'anima per sempre resterà.
Paolo Conte, da "Parole d'amore scritte a macchina", Platinum srl., 1990.
Santa Lucia
Santa Lucia, per tutti quelli che hanno gli occhi e un cuore che non basta agli occhi e per la tranquillità di chi va per mare e per ogni lacrima sul tuo vestito, per chi non ha capito.
Santa Lucia per chi beve di notte e di notte muore e di notte legge e cade sul suo ultimo metro, per gli amici che vanno e ritornano indietro e hanno perduto l'anima e le ali.
Per chi vive all'incrocio dei venti ed è bruciato vivo, per le persone facili che non hanno dubbi mai, per la nostra corona di stelle e di spine e la nostra paura del buio e della fantasia.
Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata e un ragazzino al secondo piano che canta, ride e stona, perchè vada lontano, fa che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine.
Francesco De Gregori, da "Bufalo Bill", RCA ed., 1976
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale, da "Ossi di seppia", Mondadori, 1978. (il testo è stato scritto tra il 1920 e il 1927)
Latomìe
Sillabe d'ombre e foglie, sull'erbe abbandonati si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti, a me specchio di sepolcri, di latomìe di cedri verdissime,
di cave di salgemma, di fiumi cui il nome greco è un verso a ridirlo, dolce.
Salvatore Quasimodo, da "Erato e Apòllion", 1932/1936.
AMICO FRAGILE
Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d'attenzione e d'amore troppo, "Se mi vuoi bene piangi" per essere corrisposti, valeva la pena divertirvi le serate estive con un semplicissimo "Mi ricordo": per osservarvi affittare un chilo d'erba ai contadini in pensione e alle loro donne e regalare a piene mani oceani ed altre ed altre onde ai marinai in servizio, fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli senza rimpiangere la mia credulità: perchè già dalla prima trincea ero più curioso di voi ero molto più curioso di voi. E poi sospeso tra i vostri "Come sta" meravigliato dai luoghi meno comuni e più feroci tipo "Come ti senti, amico fragile se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te" "Lo sa che io ho perduto due figli" "Signora lei è una donna piuttosto distratta". E ancora ucciso dalla vostra cortesia nell'ora in cui un mio sogno ballerina di seconda fila, agitava per chissà quale avvenire il suo presente di seni enormi e il suo cesareo fresco, pensavo è bello che dove finiscono le mia dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci, mi sentivo meno stanco di voi ero molto meno stanco di voi. Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta fino a vederle spalancarsi la bocca. Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli di parlare ancora male e ad alta voce di me. Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse perderemo. Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane il mio è un po' di tempo che si chiama Libero. Potevo assumere un cannibale al giorno per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle. Potevo attraversare litri e litri di corallo per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci. E mai che mi sia venuto in mente di essere più ubriaco di voi di essere molto più ubriaco di voi.
Fabrizio De Andrè, da "Vol.8", Produttori Associati, 1975.
| inviato da il 21/10/2006 alle 18:35 | |
|
|
26 luglio 2006
STRAMONIE SOLATIE
bacchettare sulle gambe (sordida mia liturgica) arsura precipitando sulle teste chiudersi in blocchi d'acqua senza certezza con l'intera certezza strisciare la lenza fino al bordo
ho pomeriggi pieni e tazze ripiene di tè ho un terreno di asfalto sul quale sdraiarsi
io non so se il mio corpo sarà di nuovo il tuo altare o se il tuo altare sarà ancora il mio cibo
l'acqua ha una bocca e non è la mia fasciarsi la testa (puoi tirarmi su solo con una corda ) camminare sulle mani camminare sulle mani e all'indietro il centro è nel fracasso il centro è nel fracasso squadrato il vagone ancora non si muove ma ogni cosa deve essere al suo posto
nel fondo della tazza la violenza non ha volume nel fondo della tazza
la macerazione è una fornace la fornace non è sporca (solo l'amore quando è amore è sporco)
uno spillo e l'acqua di mare una tradizione che non si conosce (strofinare il rossetto sulle gambe è una tradizione che non si conosce) bacchettare sulle gambe
ho pomeriggi pieni ho il Cristo da portare su due spalle e su due teste ora non può succedere nulla la femme a cavalcioni la femme a quattro zampe e il deserto
ossi informi non c'è il deserto consumare le scarpe (la pelle degli animali è senza odore)
garza prosciugata nella mano della mano
non può succedere nulla
una tasca senza noccioli induriti zampe ancora sul collo
la corriera barricata dritta fino al margine
ora non può succedere nulla
nessuno ora può vedere
i passi dei passi con le mandorle sulle dita con i capelli afferrati da altre zampe con l'acqua gettata in altre viscere
avere un aquilone a due corde (potrei forse alzarmi) il drago nell'acqua le forme del drago nell'acqua
il corpo che ruota (un piacere incavato)
prepararsi nel fondo della sabbia / imitare le forme dell'acqua
misurala come puoi togliti il cappotto e misurala col corpo
sordamente sprofonda il minimo articolare stati di veglia e generazioni glaciali salire o aspettare toccare il campo
avere le parole giuste sbagliare con le parole cercare i punti di forza galleggiare come l'aquilone
(non c'è certezza nel riparare nella riparazione c'è qualcosa di molto rotto di slegato congelato tagliato raffermo c'è qualcosa di molto rotto voglio dire che il centro è diverso dal lato la riparazione è macerazione)
sporcarsi la faccia di nero sedersi ad un tavolino in stazione
il gesso è squadrato il nervo indurito la testa è una bocca la gonna è percossa
e tu vorresti dirmi che era lontano? e tu vorresti dirmi che inciampavo nella corda? e tu vorresti dirmi che inciampare?
(il polpaccio è uno spicchio di mela)
il tè è disorientante la barca all'estremità
e tu vorresti dirmi?
l'est è sulla mano (la valigia è piena la valigia è perduta)
e tu vorresti dirmi che? e tu vorresti dirmi che era lontano? e tu vorresti dirmi che le righe di sangue non raggiungevano l'acqua? e la testa di lupo non era ferma sulle cosce? e l'acqua non lavava ancora l'acqua?
il pane è nel cesto le giostre si muovono
un secchio di acqua bollente per scaldarsi
(Verónica attraversa la strada stringendosi il corpo)
le calze e le mosche la tovaglia e le mele
(il deposito di armi nella terra)
"spingi il pane sulla pancia"
il mondo è una cassa (un'urina lenta) un tondo di mela da pesare sulla testa
pozzi di catrame e di carbone
(i pavimenti dei lager adesso sono sale da tè)
l'orlo dell'arancia (le dita a nodi) il vetro ovale ta-ta-ta-ta-ra-ta-ta-ta
e tu petit enfant dietro le scritte arabesche del bus (e tu enfant i ciuffi bianchi la sciarpa a nodi)
l'orlo del dubbio nella tasca
(l'alterazione del liquido nelle ginocchia)
lo scricchiolìo delle arance nella testa
(vascelli di pezza e teste sporche di enfants)
o liquido liquido bollente
l'asfalto nero da lavare con ogni parte del piede
intonando
fino a toccare il bordo nascosto della buccia
il risveglio e poi unire i piedi (i piedi non vanno mai uniti i piedi non portano la croce )
alzarsi o non muoversi girare la testa aspettare che la punta di luce cada sulla fronte aspettare con le mani aspettare che il cemento fermi il piede che l'acqua blocchi l'acqua
vedo il giorno è il giorno da camminare senza pause
il risveglio il respiro a ricolmare il giorno sollevare la testa difficile è alzarsi perché difficile è alzarsi il giorno si è aperto il suolo si è aperto la terra è leggera la gallina che corre non deve nascondersi
poter correre senza nessuno la gallina che corre non deve nascondersi poter correre con il proprio corpo avere il corpo
Planck e Rubens s'incontrarono un giorno d'estate per un tè i sobborghi di Berlino e la legge della termodinamica
i mesi sulle dita (perdo dalle dita)
gelatina e acqua bollente rum sulle gambe la gonna è bianca più bianca del mio sangue
ho cento spazi sulle gambe ho cento spazi sulla pancia ho cento spazi da coprire cento spazi
Isabelle è lì, suona il piano la farina finalmente sulla tavola
la pelle a buchi il peso e il peso
contrazione in movimento
la gonna è bianca più bianca del mio tempo
ho cento spazi sulle gambe ho cento spazi sulla pancia
Planck e Rubens s'incontrarono un giorno d'estate per un tè uno sciame e un muro (allungare lentamente la serra tra le vene)
le penne dell'oca e i ghiaccioli sulle zampe
una maiolica bianca (strisciare il rasoio dalla fronte alla nuca)
(un fuoco che scalda piano i polpastrelli)
sotto il marciapiede sotto il marciapiede dove gli organi molli, gli insetti, le mattonelle sporche, il muco, le gonne strappate sono la tana
un fiotto di catrame e una vigilia un polso bollente pressato sulla fronte un secchio di membrane che si abbatte
peso e colpi ossa nervi liquidi
(il raggio della terra è minimo) incurvamento
le vesti, le ramure, gli strami e la grande forza degli elefanti
ci a ara vara ti j ci a
tara vara gesso e sso ita
hai lavato, hai spogliato, hai scivolato?
(e i piccoli cerchi di sodio)
le ginocchia premute sulla fronte
«non-ho-il-lapis-ma-loro-hanno-6-mele»
(o mela, mela che ti specchi sulla pancia, pancia)
un foro bianco nella stanza (simile a gelatina)
una coperta da stendere sulla tana
acqua sul mestolo sul centro della nuca a destra della pancia [il quadrante obliquo
di un orologio a pesi]
rompere il liquido sulla testa
Florinda Fusco, da Linee, ed. Zona, 2001
A vita bassa
Professore lei non sa dice oggi Monica che la personalità se la può permettere se la può concedere solo una piccola élite: il cantante, l'attore, eccetera, eccetera... E l'antidoto che ho al futuro anonimo è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip sopra la vita dei jeans che quest'anno va bassa, va bassa ... Ed i cantanti dalla radio cantano ed ogni anno foglie morte cadono i calendari cambiano i centravanti contano e tutto il resto è inutile. Hai ragione Monica la sconfitta storica ma non posso dirtelo posso solo piangerla e guardarti crescere come cresce l'edera come il rovo su pietre e macerie. Ed i cantanti dalle radio cantano ed ogni anno foglie morte cadono i calendari cambiano ed i famosi ridono e tutto il resto è inutile. E le modelle per la strada sfilano ed ogni anno foglie morte nascono comete nuove cadono per un errore cosmico e l' universo è inutile.
Baustelle, da "La malavita", Warner, 2005
Processo a me stessa
Spuntava la primizia dei tuoi seni come in mare due punte di scoglio li hai messi nelle mani di chi afferra concessi come l'uva nella bocca. Tu sei il limite di chi cerca la terra tu sei il limite di chi ti tocca tu sei l'antipatica e la bella sei quasi nuda ossia vestita quasi ma spogliata diventi un quesito per chi ti abbraccia come un suo vestito e 'non ho niente' dici 'non ho niente' tutti pensano che non hai niente addosso dici 'vero ma quel che posso il mio sentimento niente addosso' Tu sei il tuo processo ad ogni passo ad ogni passo come se ballassi. Tu sei la confessione ad ogni canto e geme il godimento e gode il pianto. Crediamo di creare i sentimenti li leghiamo ai piaceri e ai tormenti li diciamo coi sospiri e coi lamenti li giuriamo come se non fosse vero che noi proviamo quello che proviamo. Li vogliamo assurdi come fantasie li vogliamo credibili ma li diciamo con parole incredibili e gli diamo una ragione col cuore in mano li vogliamo capire e non li capiamo e cosi' li soffochiamo con quelli che noi crediamo sentimenti. Spuntava la primizia dei miei seni come in mare due punte di scoglio li ho messi nelle mani di chi afferra, concessi come l'uva nella bocca. Io sono il limite di chi cerca la terra io sono il limite di chi mi tocca io sono l'antipatica e la bella io sono il mio processo ad ogni passo la confessione di un mio gesto e' un ballo io sono il mio processo ad alta voce e, se confesso che respiro, io canto facciamo un gioco bello come il mare sono io mi faccio attraversare. Il corpo nudo un limite del mondo si muove come l'acqua con i fianchi si muove da vicino all'infinito il tempo come leggere la sabbia e noi pensiamo ai passi che lasciamo ma l'orma dell'amore la ignoriamo ci solleviamo, andiamo via di là lasciando un vuoto di felicità.
Oxa/Panella/Mioli, Sanremo 2006
LUCIGNOLA
Se voglio se ingorda voglio la fune tesa fra l’erba e l’universo se la tua voce voglio toccare come farina se una luna ti impasto sul seno se per cullarti la notte nell’altitudine dove si sperdono i fianchi voglio la bocca che adora le dita fino alle gocce se nella lentezza ti infilzo se ti fiacco nella mia festa se anche il sangue come una perla se ti curvo di punta se nell’utero perdo il singhiozzo se nel morso lo schiocco nella bocca ti sfamo se la selva se ti sfilo nel nodo lo scoppio io svetto dove ha mondo il mare infioro nella placenta nel collo nella saliva mugghio alla luna e luminosa ricanto.
Iole Toini, dal sito personale , settembre 2006
la sedia è in punizione sotto allo scaffale
deve 'spiare le tante ore che mi ha fatto passare seduta
in piedi io aspiro
aspiro a una pelle che mi rivesta la pelle
non una pelle di pelle ma una pelle di vegetale intrisa di clorofilla
la superficie da clororare è raminosa e orlata a giorno
il capo volge al vespro tornando al sole
una seconda pelle per i plantari una suola di cotone per camminare sulla terra leggeri
mentre la mente s'ale
Amilga Quasino, dal sito personale, luglio 2006
| inviato da il 26/7/2006 alle 2:5 | |
|
|
4 maggio 2006
INFERNI MINORI MAGGIORI
lamento della sposa barocca (octapus)
T’avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di Gabriele, che porta un canto ed un profilo che cade, se scattano vele in mille luoghi - sentite ruvide come cadono -; anche solo un Luglio, un insetto che infesta la sala, solo un assetto, un raduno di teste e di cosce (la manovra, si sa, della balera), e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli va a impigliare, la sorte di ricevere; amore ti avrei dato la sorte di sorreggere, perché alla scadenza delle venti due danze avrei adorato trenta tre fuochi, perché esiste una Veste di Pace se su questi soffitti si segna il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.
Claudia Ruggeri, da "Inferno Minore", Nazione Indiana, gennaio 2005
Dipendo da te
... Perché dipendo da te Dai tuoi begli occhi neri Dalle mani, dai piedi Li voglio mangiare Dipendo da te Dai tuoi desideri Dai denti bianchi Dai capelli e dai fianchi Dalle unghie ai vestiti Dalle tue sigarette Dagli stivali di pelle Dal gusto che hai Dalle storie che muovi Dai baci profondi E da quelli che neghi Dipendo da te Dalle labbra sottili Dai lobi e dal collo Dalla pelle del seno Dai buchi del naso Dai tuoi begli occhi neri Dalle mani, dai piedi ...
TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - tratto da " Dipendo da te ", da Allegro Pogo Morto, MC.1995, autoprodotto (ripubblicato su CD da Vitaminic nel 2000)
Nei leoni e nei lupi
Non avevo capito: questo impianto grida. Né il semplice del latte e del petto, la calma della casa, che il dono sta nel sangue, che è semplice tutto e l'apparato che macina, le forze che fanno i parti le particelle vive, le polverine dei corpi.
Si allontanano i fiori.
E i miei figli non sono nati ancora i miei molti foglioli nelle nicchie sul fondo, i miei nuotatori.
Bello qui. Io amo qui. Sono attaccata qui a immagine a luce, passeggio.
Posto chiaro qui, rovinato l'elemento, l'arcatura.
Apri apri il mio lato di sale.
No faccina bella.
Battito spinge braccio e respiro, intorno grida senza gridare vicino asciuga i miei succhi. Palpita. Odo. Sto per udire: no canto no sillaba no articolato no emesso rompe lo scenario noto scaraventa dal canto tremendo spacca gli assi sporge con le bestemmie vecchio come la luce, speso, nei suoi pendii scendente fino qui puntiforme esteso, fermo la casa.
Ho dimenticato.
Io vorrei che dai corpi cadessero le scaglie che la pelle morta dei corpi... che questa pelle morta... che dai corpi cadessero le scaglie nel consolato cielo col chiaro della gioia come di piccole foglie, che questa pelle morta cadesse tutta a scaglie.
Che cosa vi sazia davvero?
Beato andare via, beata larghezza della mente, cordino che strozza il sogno, entità piatta del mare.
Che bellezza chiedete?
Mariangela Gualtieri, da "Nei leoni e nei lupi", ed. Il quaderni del Battello Ebbro, Bologna, 1997
COME SERENI
Potesse la neve mangiarseli tutti
cappotti impronte ombre
e lo sferraglio discreto della filovia
nascondere il funebre teatro
dei ricordi, memoria mobile
di ciò che non accadde
potesse riempire anche quel vuoto
quel buco nel palmo del passato
non solo di parole, dargli un senso
una temperatura eterna simile allo zero.
E invece non muore la memoria
sono io che mi consumo a poco a poco
sulle strade di sempre:
lo vedo
negli specchi degli altri, nei miei laghi.
Potesse la nebbia ingoiare per sempre
voci parole facce che tornano, la strada
via via che scorre alle mie spalle,
questo silenzio ululante
tutto questo passato e tutta
questa lombardia.
Martino Baldi, da "Capitoli della commedia" , Atelier ed., 2005
sono io l'abitatore del sogno
sono io l'abitatore del sogno felice d'abitarlo con il sognatore che fa coppa delle mani per raccogliere dalle piegate cime acqua a gocce e fino al punto di risveglio vive sperando di riceverne molte in premio nell'aria oscura scendendo alle radici
come sistemarlo in vita questo non e' un ingombro e vacilla quando fa la fila davanti agli sportelli e ha freddo e suda e scende dalle gambe e a perturbato infiammamento schizza via che e' un incanto nel canto più sicuro questo corpo incauto e previdente che ama l'alta temperatura e gela male patendo il male uso
ho conosciuto il caid del villaggio e l'ansito che batte da fuori verso dentro nella crivellatura del miglio e il sapore del fico catalano schiacciato dentro il pane ascoltando la voce vaticinante tra la piena di luppoli e melissa meraviglioso odore contro i morbi per uscire dalla latrinosa tenebra ingozzando il desiderio come un pollo
conobbe che la sua vita passò nelle tenebre e non incolpa gli aspri comandamenti e questo è il primo giorno che riconosce più suo dappoiché volò giovinezza e sparve e così allontana la scure dalla radice senza sbarbicare ma rincalzando la zolla insino alle più fragili fibre per allocare il tempo in più vasta dimora
[Jolanda Insana, da Medicina carnale, Mondadori, 1994]
| inviato da il 4/5/2006 alle 1:56 | |
|
|
4 aprile 2006
SPECIALE LILLI HOFER
morgenrot
ho venduto i soldi del viaggio a un'adunata di spettri che passeggia sopra il tratteggio che nella stanza é la luce del giorno
bisogna dire che è stato un affare spalancare le porte e restare schiacciata nelle ombre sul muro
- spicchio spicchio della tua bocca raggio raggio di mandarino quest'occhio sgranato ti succhia uno e trino brinda con te -
qui non proviamo dolore tu non venire di rado
apocrifo
eppure sei nato da un ventre e sai di carne trattenuta nella buccia di un frutto
forse lei ha preso parte al tuo sangue tra le vene del legno lontana da casa oltre le mura di cinta ti ha covato su un ramo e sei rinato da un uovo
- infatti mentre parli con la voce disossata tra le piume bianchissime ti spunta una soffice turbolenza di ala bianchissima e toccante: è la prova che i giorni quaggiù non si sono mai mossi
anche nella foto di famiglia è difficile fissarti le ali mandano all'aria ogni piano -
in conclusione mi spogliò, un michelangelo, un facsimile, mi sbottonò, slacciò cinture, mi benedice ancora se mi tace, stordisce solo coi suoi occhi, spogliandomi dei grumi il marmo, sfogliando chilometri di ali, eva e la mela, l'educazione bestia delle serpi.
proporzione del bianco, tutto indescrivibile, - non temo per il diavolo - le parole leali, sempre l'amore, non a caso, oggi straparlando ad occhi quasi chiusi è il morso, le farfalle che non badano come lo amai
.
mater ja
neve la coscia nella gonna nera concreto bianco a picco sotto un cielo balena
ferma protesa cresta la schiena e parete di passaggio di primo grado quando ripida scollina e ridiscende e sale nei tratti di secondo
roccia dolomitica e rosa fra linea del labbro e fronte spacca la conica crepa erosa dove precipito in guancia nello stacco a vuoto
[ti costeggio un pensiero verso l’occhio dove muove un sentiero che non
ninna nanna
poi creò il piano sentiero l’uomo nero
i blocchi di fango le figure plastiche nel tango
gli occhi rossi gli sguardi di pietà
la perdizione la detersione
l’utisingolo l’antropomorfismo universale
l’ ’’io dico’’ l’immagine del nemico
gli orologi a cucù la milizia della virtù l’inchino a sua maestà
gli operai anziani le stalattiti i vulcani
il marcire a volte dei frutti acerbi gli scoppi bastardi di certi petardi
le pere bianche di collina l’astinenza da nicotina l’alito del mattino
il gelso la vite e il pioppo il biscotto nella pappa
le scale a pioli i concerti di assoli
la poesia profetica le reti sulle parrucche
la parola muta il gemito la folla
i diritti d’opzione il nuovo capitale
altre mode altri idoli
il genio arreso il paradosso esistenziale
i vortici sui catamarani il velluto dei pompini
i sogni dei cani gli orti nei pantani
le superfici piane lo stile le rane
l’occhio suo gigante e nella palpebra cadente creò il suo dormire
tutte tratte da Lilli Hofer, sito suo
| inviato da il 4/4/2006 alle 1:45 | |
|
|
24 gennaio 2006
SPECIALE ROSSELLA DIMICHINA
POESIA DETTA "DELLA MALORA"in un esercito di ciotoli severi lui prese a compatire la sera per la sua meccanica erotica- le mani orfane le mani orfane il raso bianco da sposa appiccicosa le rocce i palazzi e le risa, venne per trascurare la curva dei fianchi e la frontiera della mistica continuando però a benedire quel che restava dei sussurri
l'incubo dei sussurri e l'incubo dei portici nell'opposizione della città avevo paura dei vetri- bianchi e levigati vetri con dei fantasmi nel mezzo vestiti di rosa e pieni di promesse
lei sa delle rose nei canneti e dell'animo marcio e dell'animo desolato e alla sera e al sole dorme di un sonno di nido di fiamme penetrando una fedeltà eroica e il poeta lascia i gigli attorno all'ofelia liturgica nelle tane e lieve UNZA UNZA TIME
io che lui l'ho conosciuto mentre camminava nella stanza e poi seduto nell'anagramma dello stato puro o dello stato spurio comprare gli stessi libri decine di volte eppure avanzare contro il vento ecco cosa ci andava di fare, ognuno dalla sua parte di vento con una fila di peluche e cd a indicare i confini del questo è suo questo non lo prendo io, plastici nella scena della Bella Schizofrenica- e le gambe? le gambe...
c'era stato qualcosa in passato, nel caso di lei: una cauta improvvisazione- qualcosa come un ultimo bicchierino alla sera che poi ti rende uno spirito impuro- oppure come un ricamo di fate, un'enorme matassa di fate dai capelli verdi e gialli per fare luce in cucina- avrei tanto voluto regalargli un libro per bambini due libri per bambini, con i disegni imbronciati, per farmi perdonare la cautela ma sarebbe poi stata una deviazione
I CORPI, AL LETTORE
nel bosco c’è un uccello e nei viali immensi i corpi che avete trovato, nessuno muore della morte di un altro- gli sterminati corpi esausti nella posa, in rima ore sul divano enorme a febbraio o marzo o aprile, illividiti dai bagliori, mentre nessun inferno significa niente se non lo si collettivizza e quindi tutti i fiori si parlano, esecrabili
lui è stomacato, un canto veggente, di notte le bionde o le brune, nella stanza nel balcone nella tortura della differenza, l’osceno ci accarezza
hai un sorriso per me? una punta di lingua, una costituzione? le dame ti reclamano, riorganizzate in esercito, Parigi è bombardata- soffoca la poesia e della poesia soffoca il tulipano, ce lo siamo ben meritato questo riposo
non si parte, riprendiamo il cammino curvo annerito, sotto un vizio, affogato e la nostra icona sarà una ballerina che gira sul piedistallo dorato- le braccia, affascinante, nella posa dell’angelo- noi non amiamo nessuno- uguale e dentro
SOMETHING THAT FLOATS UPON THE SURFACE
una linea, un natale blu, queste vene che non posso vedere pulsare, il mio desiderio di droga, di trip, di allucinazioni, mostri e farfalle, i lividi nelle ginocchia subito viola, lui che minaccia lui che piange lui che legge e recita e la seta del francese ci incanta e qualcosa di vago nel tic tic tic tic, le lancette stonate nella notte e nessuno dorme, le forme, tutte le forme, sorde, così alla moda così dilatate, luglio insopportabile come un menarca e tenere le mani sulla pancia sulla faccia le labbra scomode, abbracciati per finta, sposo appiccicoso, qualcosa che galleggia, qualcosa che gialleggia, appeso appena recitato, la perfetta imitazione di un uomo, navigare la luna, la gravida lattea luna, piccola silenziosa guancia di bimba, non è successo niente, canzoni o tragedie, leggendo shakespeare, assassinando l'icona dormiente, un simbolo morto, i miei amanti erano tutti lì con me, a mezzanotte non succede niente, questa canzone si intitola: no surprises- niente di cui dubitare, crepitare sulla ghiaia, cin cin, tutti sono così... danneggiati, porte scorrevoli segrete in fondo ai fiumi e alghe nel ritmo, qualcosa che galleggia sulla superficie, sacro impero surreale, una colata di nettare un bisogno d'assenzio, cercando di stare bene, appallottolando mollica e i muri diventano così ruvidi- quindi accoltellalo, nel mattino e nell'amnesia
DIETRO AI ROSETI
sono l'effimera sera di rosa- l'abisso amaro in cui le lente file umane tagliano il collo alle strade alle vaghe tombe urbane
non appena l'azzurro recitò la sua preghiera vennero i banchi notturni di caos e di buio sui fiori infantili sulle labbra aranciate sulla flora dal mare dalle viole e la commedia si ripete nei quadri e nelle narrazioni simili a grandi occhi di dio
recintato in un atteggiamento da maddalena, ingenuo- sa mamelle bénie, parlò con me e con altri deserti
| inviato da il 24/1/2006 alle 0:46 | |
|
|
12 settembre 2005
TRASVERSALI ED ESPLOSIVI
"Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre e’ pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il Liceo Artistico, una decina di personali, e nel ‘74 sono diventato socio di una Galleria d’arte a Pescara: Convergenze, centro d’incontro e di informazione, laboratorio comune d’arte. Dal ‘75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ‘71 al ‘73 ai marxisti leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti. Ho la patente da sei anni, ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ‘76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile Frigidaire. Mio padre, anche lui svogliatissimo, e’ il piu’ grande acquarellista che io conosca. Io sono il piu’ bravo disegnatore vivente. Amo gli animali, ma non sopporto accudirli. Moriro’ il sei gennaio 1984".
Andrea Pazienza, da Vario- l'Abruzzo in rivista, 1999 ca.
Brucia Troia
Eccola viene Ha quattro braccia e due teste quattro gambe e due teste ora che lei ha quattro occhi e due teste quattro mani e due teste
ed eccolo il figlio che ti scaccerà che ti ucciderà che si prenderà il tuo posto nel mondo come ora si è preso la carne di lei come ora ha rubato l'amore di lei già ti ha rubato lo sguardo di lei con lui già ti tradisce
l'orrore l'orrore
Barbari della Colchide i vapori s'alzano nell'ombra
il cavallo di troia è ciucco come il mio ciuffo il cavallo di troia è ciuffo come il mio ciucco il cavallo di troia è ciunco...
fai scialo diletto mio delle tue cosce fai scialo amante mia delle tue braccia il vino scorra a sangue nei crateri noi gusteremo il giorno un giorno ancora
Brucia Troia Brucia Troia Troia Brucia
come io brucio per te... per gli anni tuoi abbracciati nell'assedio per i giardini tuoi favi di miele i denti mordano la terra nera noi gusteremo il giorno un giorno ancora
Brucia troia Brucia troia Troia brucia
15 uomini, 15 uomini e 40 teste di porco
Brucia troia Brucia troia Troia brucia
per gli anni che tu hai preso nell'assedio per gli anni tuoi che avanzano nel sole
sono io il mio Minotauro divoro chi arriva fino a me chiuso nel mio labirinto divoro chi arriva fino a me
Zara degli dei madre degli eroi la terra ti bacia Brucia troia Troia brucia Brucia troia Troia brucia come io brucio per te...
Vinicio Capossela, da "Ovunque proteggi", Warner, 2006
Un biglietto del tram
In corso Buenos Aires tutto il giorno ci passano i filobus, e ci passano i carri blindati coi prigionieri ammanettati che guardano, e non vedono. Povero Fogagnolo, che non era un attore del cinema: si presenta, ti dà un'occasione, mormora il suo cognome e nome da elenco delle vittime. E mi ha fatto un regalo: un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto. Esposito ai giardini sta leggendo gli annunci economici, e lo vedi su mille panchine, o in coda a file senza fine chiede giustizia, e subito. A Poletti hanno dato sette lettere sopra una lapide, e la gente che passa e le vede fa un po' i suoi conti, e poi si chiede «Non è una spesa inutile?» «Non bastava un biglietto, un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?»
Stormy Six, da "Un biglietto del tram", Fonit Cetra, 1975
Le Ceneri di Gramsci
I
Non è di maggio questa impura aria che il buio giardino straniero fa ancora più buio,o l'abbaglia
con cieche schiarite... questo cielo di bave sopra gli attici giallini che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere,ai turchini monti del Lazio...Spande una mortale pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l'autunnale maggio. In esso c'è il grigiore del mondo, la fine del decennio in cui ci appare
tra le macerie finito il profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita; il silenzio, fradicio e infecondo...
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore,
quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri - non padre, ma umile fratello - già con la tua magra mano
delineavi l'ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell'umido
giardino) questo silenzio. Non puoi, lo vedi?, che riposare in questo sito estraneo, ancora confinato. Noia
patrizia ti è intorno. E, sbiadito, solo ti giunge qualche colpo d'incudine dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi mucchi di latta, ferrivecchi, dove cantando vizioso un garzone già chiude
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo. Scelte, dedizioni... altro suono non hanno ormai che questo del giardino gramo
e nobile, in cui caparbio l'inganno che attutiva la vita resta nella morte. Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
che mostrare la superstite sorte di gente laica le laiche iscrizioni in queste grigie pietre, corte
e imponenti. Ancora di passioni sfrenate senza scandalo son arse le ossa dei miliardari di nazioni
più grandi; ronzano, quasi mai scomparse, le ironie dei principi, dei pederasti, i cui corpi sono nell'urne sparse
inceneriti e non ancora casti. Qui il silenzio della morte è fede di un civile silenzio di uomini rimasti
uomini, di un tedio che nel tedio del Parco, discreto muta: e la città che, indifferente, lo confina in mezzo
a tuguri e a chiese, empia nella pietà, vi perde il suo splendore. La sua terra grassa di ortiche e di legumi dà
questi magri cipressi, questa nera umidità che chiazza i muri intorno a smotti ghirigori di bosso, che la sera
rasserenando spegne in disadorni sentori d'alga... quest'erbetta stenta e inodora, dove violetta si sprofonda
l'atmosfera, con un brivido di menta, o fieno marcio, e quieta vi prelude con diurna malinconia, la spenta
trepidazione della notte. Rude di clima, dolcissimo di storia, è tra questi muri il suolo in cui trasuda
altro suolo; questo umido che ricorda altro umido; e risuonano - familiari da latitudini e
orizzonti dove inglesi selve coronano laghi spersi nel cielo, tra praterie verdi come fosforici biliardi o come
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie invocazioni...
III
Uno straccetto rosso, come quello arrotolato al collo ai partigiani e, presso l'urna, sul terreno cereo,
diversamente rossi, due gerani. Lì tu stai, bandito e con dura eleganza non cattolica, elencato tra estranei
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra speranza e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato per caso in questa magra serra, innanzi
alla tua tomba, al tuo spirito restato quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa di diverso, forse, di più estasiato
e anche di più umile, ebbra simbiosi d'adolescente di sesso con morte...) E, da questo paese in cui non ebbe posa
la tua tensione, sento quale torto - qui nella quiete delle tombe - e insieme quale ragione - nell'inquieta sorte
nostra - tu avessi stilando le supreme pagine nei giorni del tuo assassinio. Ecco qui ad attestare il seme
non ancora disperso dell'antico dominio, questi morti attaccati a un possesso che affonda nei secoli il suo abominio
e la sua grandezza: e insieme, ossesso, quel vibrare d'incudini, in sordina, soffocato e accorante - dal dimesso
rione - ad attestarne la fine. Ed ecco qui me stesso... povero, vestito dei panni che i poveri adocchiano in vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito la sporcizia delle più sperdute strade, delle panche dei tram, da cui stranito
è il mio giorno: mentre sempre più rade ho di queste vacanze, nel tormento del mantenermi in vita; e se mi accade
di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo
l'odiai, se in esso mi feriva il male borghese di me borghese: e ora, scisso - con te - il mondo, oggetto non appare
di rancore e quasi di mistico disprezzo, la parte che ne ha il potere? Eppure senza il tuo rigore, sussisto
perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando il mondo che odio - nella sua miseria
sprezzante e perso - per un oscuro scandalo della coscienza...
-
IV
-
Lo scandalo del contraddirmi,
-
dell'essere
-
con te e contro te; con te nel core,
-
in luce, contro te nelle buie viscere;
-
-
del mio paterno stato traditore
-
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
-
mi so ad esso attaccato nel calore
-
-
degli istinti, dell'estetica passione;
-
attratto da una vita proletaria
-
a te anteriore, è per me religione
-
-
la sua allegria, non la millenaria
-
sua lotta: la sua natura, non la sua
-
coscienza: è la forza originaria
-
-
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
-
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
-
una luce poetica: ed altro più
-
-
io non so dirne, che non sia
-
giusto ma non sincero, astratto
-
amore, non accorante simpatia...
-
-
Come i poveri povero, mi attacco
-
come loro a umilianti speranze,
-
come loro per vivere mi batto
-
-
ogni giorno. Ma nella desolante
-
mia condizione di diseredato,
-
io possiedo: ed è il più esaltante
-
-
dei possessi borghesi, lo stato
-
più assoluto. Ma come io possiedo la
-
storia,
-
essa mi possiede; ne sono illuminato:
-
-
ma a che serve la luce? |
-
V
-
Non dico l'individuo, il fenomeno
-
dell'ardore sensuale e sentimentale...
-
altri vizi esso ha, altro è il nome
-
-
e la fatalità del suo peccare...
-
Ma in esso impastati quali comuni,
-
prenatali vizi, e quale
-
-
oggettivo peccato! Non sono immuni
-
gli interni e esterni atti, che lo fanno
-
incarnato alla vita, da nessuna
-
-
delle religioni che nella vita stanno,
-
ipoteca di morte, istituite
-
a ingannare la luce, a dar luce
-
all'inganno.
-
Destinate a esser seppellite
-
le sue spoglie al Verano, è cattolica
-
la sua lotta con esse: gesuitiche
-
-
le manie con cui dispone il cuore;
-
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
-
la sua coscienza... e ironico ardore
-
-
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
-
di dandy provinciale, di provinciale
-
salute... Fino alle infime minuzie
-
-
in cui sfumano, nel fondo animale,
-
Autorità e Anarchia... Ben protetto
-
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
-
-
difendendo una ingenuità di ossesso,
-
e con quale coscienza!, vive l'io: io,
-
vivo, eludendo la vita, con nel petto
-
-
il senso di una vita che sia oblio
-
accorante, violento... Ah come
-
capisco, muto nel fradicio brusio
-
-
del vento, qui dov'è muta Roma,
-
tra i cipressi stancamente sconvolti,
-
presso te, l'anima il cui graffito suona
-
-
Shelley... Come capisco il vortice
-
dei sentimenti, il capriccio (greco
-
nel cuore del patrizio, nordico
-
-
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
-
celeste del Tirreno; la carnale
-
gioia dell'avventura, estetica
-
-
e puerile: mentre prostrata l'Italia
-
come dentro il ventre di un'enorme
-
cicala, spalanca bianchi litorali,
-
-
sparsi nel Lazio di velate torme
-
di pini, barocchi, di giallognole
-
radure di ruchetta, dove dorme
-
-
col membro gonfio tra gli stracci un
-
sogno
-
goethiano, il giovincello ciociaro...
-
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
-
-
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
-
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
-
della sua gioventù ricolma ignaro.
-
-
Ciecamente fragranti nelle asciutte
-
curve della Versilia, che sul mare
-
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
-
-
le tarsie lievi della sua pasquale
-
campagna interamente umana,
-
espone, incupita sul Cinquale,
-
-
dipanata sotto le torride Apuane,
-
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
-
frane, sconvolti, come per un panico
-
-
di fragranza, nella Riviera, molle,
-
erta, dove il sole lotta con la brezza
-
a dar suprema soavità agli olii
-
-
del mare... E intorno ronza di lietezza
-
lo sterminato strumento a percussione
-
del sesso e della luce: così avvezza
-
-
ne è l'Italia che non ne trema, come
-
morta nella sua vita: gridano caldi
-
da centinaia di porti il nome
-
-
del compagno i giovinetti madidi
-
nel bruno della faccia, tra la gente
-
rivierasca, presso orti di cardi,
-
-
in luride spiaggette...
-
-
Mi chiederai tu, morto disadorno,
-
d'abbandonare questa disperata
-
passione di essere nel mondo? |
-
VI
-
-
Me ne vado, ti lascio nella sera
-
che, benché triste, così dolce scende
-
per noi viventi, con la luce cerea
-
-
che al quartiere in penombra si
-
rapprende.
-
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
-
intorno, e, più lontano, lo riaccende
-
-
di una vita smaniosa che del roco
-
rotolio dei tram, dei gridi umani,
-
dialettali, fa un concerto fioco
-
-
e assoluto. E senti come in quei lontani
-
esseri che, in vita, gridano, ridono,
-
in quei loro veicoli, in quei grami
-
-
caseggiati dove si consuma l'infido
-
ed espansivo dono dell'esistenza -
-
quella vita non è che un brivido;
-
-
corporea, collettiva presenza;
-
senti il mancare di ogni religione
-
vera; non vita, ma sopravvivenza
-
-
- forse più lieta della vita - come
-
d'un popolo di animali, nel cui arcano
-
orgasmo non ci sia altra passione
-
-
che per l'operare quotidiano:
-
umile fervore cui dà un senso di festa
-
l'umile corruzione. Quanto più è vano
-
-
- in questo vuoto della storia, in questa
-
ronzante pausa in cui la vita tace -
-
ogni ideale, meglio è manifesta
-
-
la stupenda, adusta sensualità
-
quasi alessandrina, che tutto minia
-
e impuramente accende, quando qua
-
-
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
-
il mondo, nella penombra, rientrando
-
in vuote piazze, in scorate officine...
-
-
Già si accendono i lumi, costellando
-
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
-
Testaccio, disadorno tra il suo grande
-
-
lurido monte, i lungoteveri, il nero
-
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
-
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
-
-
Diademi di lumi che si perdono,
-
smaglianti, e freddi di tristezza
-
quasi marina... Manca poco alla cena;
-
-
brillano i rari autobus del quartiere,
-
con grappoli d'operai agli sportelli,
-
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
-
-
verso il monte che cela in mezzo a sterri
-
fradici e mucchi secchi d'immondizia
-
nell'ombra, rintanate zoccolette
-
-
che aspettano irose sopra la sporcizia
-
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
-
abusive ai margini del monte, o in mezzo
-
-
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
-
leggeri come stracci giocano alla brezza
-
non più fredda, primaverile; ardenti
-
-
di sventatezza giovanile la romanesca
-
loro sera di maggio scuri adolescenti
-
fischiano pei marciapiedi, nella festa
-
-
vespertina; e scrosciano le
-
saracinesche
-
dei garages di schianto, gioiosamente,
-
se il buio ha resa serena la sera,
-
-
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
-
il vento che cade in tremiti di bufera,
-
è ben dolce, benché radendo i capellacci
-
-
e i tufi del Macello, vi si imbeva
-
di sangue marcio, e per ogni dove
-
agiti rifiuti e odore di miseria.
-
-
È un brusio la vita, e questi persi
-
in essa, la perdono serenamente,
-
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
-
-
eccoli, miseri, la sera: e potente
-
in essi, inermi, per essi, il mito
-
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
-
-
di chi soltanto nella storia ha vita,
-
potrò mai più con pura passione operare,
-
se so che la nostra storia è finita?
-
|
Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 1957
già conto i secondi
Sono sul punto di saltare per aria/ una bomba umana che vaga per strada/ una furia che nessuno placa seda/ QUAGLIANO ONASSIS MEGA/ roba nuova AREA/ TORINO TORTONA via NOVARA ancora/ data zero zero uomo il mondo intero uomo/ sa quanto sono pericoloso uomo/ ho un flow che sogni perché mi sa che è da un pò che dormi/ cosa? vuoi fermarmi mi sa che è di un pò che perdi/ chiunque tenti di fottermi è fottuto è tutto/ verrai distrutto nel contatto kamikaze atttento/ più avrai osato più sarà enorme il boato/ più realizzerai che sbaglio è stato avermi innescato/ ma sarà tardi per salvarti quindi corri a ripararti soldato/ finché puoi io ti ho avvertito capito/ se mi vuoi mi avrai dove e quando vorrai/ ma scherzando col fuoco ti scotterai prima o poi. Percorrendo una strada/ che a volte pare improvvisata e altre sia sembra sia stata pianificata/ studiata/ se mi sondi gia' conti i secondi la bomba e' innescata/ male che vada fai bella figura nella parata/ ma il palio lo vince la mia contrada/ sono sei anni di affanni danni/ bombe da un paio di grammi. RIT. PIU' AVRAI OSATO PIU' SARA' ENORME IL BOATO / NON DIRE CHE NON TI AVEVO AVVISATO/ SE IO SAL TO PER ARIA TU SALTI PER ARIA SON ME/ F.NO NESSUNO COMPETE CON QUESTI PRO. Prosegue l'incursione tre pro in azione/ tienti pronto per l'esplosione siamo in missione/ da tre zone tre persone/ che tu odi come un prigioniero odia i suoi nodi/ siete idioti?!/ abbiamo troppe doti troppi modi alti scopi/ non vogliamo lodi/ ma soldi ignoti/ si capisce tra di noi è come un cliché cioè si maledice chi tradisce/ li c'è l'ingrato... uso c4 in forma di fiato per l'attentato/ tu sei il passato... sei stato incauto/ l'impatto viene dall'alto/ parto come un dardo da un arco MARCO/ faccio parte del reparto d'assalto/ contro cui ti sfaldi come il lardo nel caldo/ mi criticasti bastardo eri un pagliaccio più di Crusty/ di te sono rimasti solo resti guasti/ spero ti basti ricordati di ONASSIS. Fortuna?!? ma non una/ fra le tappe è stata bruciata piuttosto le si consuma/ 'nduma tu viaggi poi spargi/ merda sugli A.C.GAGGI/ su fondamenti di filosofia storica/ chimica oltre che cronica/ è assurdo fai il furbo/ tieniti il culo e preparati all'onda d'urto.
Sottotono , da "Sotto lo stesso effetto", WEA ,1999
| inviato da il 12/9/2005 alle 20:11 | |
|
|
6 marzo 2005
COMPIANTI
rien ne va plus
non incontrarci è stato facilissimo (salvaguardia familiare al nostro viver lieve) eppure non c’è vuoto da mare a mare ma una tutt’aria, che trema al tuo passare altrove
Guido Conforti, sf 2005
Cattabiano
Si sentono sul sentiero, dalle gaggìe in sospensione tra bosco e bosco. Ho sentito anch'io, d'estate. In un'ora lucida e calma sono di grado dispari per grazia non uguale.
Antonio Riccardi, Il Profitto Domestico, Mondadori, 1996
Mi spiega la luce bruna dal filo del davanzale
e ha sorpreso la notte avvolta nei colori affrescati
e ha sospeso come un’aria incantata, come un suono
finché dai pensieri gocciola il ghiaccio del mondo,
una sconveniente malinconia.
Silvia Molesini, Cahiér de doléances, Inedito.it, 2003
Oceano di gomma
quando ti ho sognato eri una goccia in un oceano di gomma credo in te come tu credevi in me? un fiore d'oppio in porcellana e roccia beh almeno tu sei vero anche se sei solo pensiero chi di noi due è reale tu non sei più vivo e io non sono mai stato capace di amare sento che ho qualcosa qui dentro me che non voglio sapere i giovani cuori falliscono Roby può interessare? che tu per me sei vero sei il mio più dolce pensiero il prezzo sai è un po' il mare ti culla e non ti vuol lasciare tu per me sei vero sei il mio più dolce pensiero è solo tuo e mio il finale credo che per gli altri sia solo imbarazzante e virtuale sai per me sei vero facciamo che sei il mio più dolce pensiero il prezzo è un po' il mare sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare
Afterhours, da Non è per sempre, Mescal, 1999.
Natura
-
- La terra e a lei concorde il mare
- e sopra ovunque un mare più giocondo
- per la veloce fiamma dei passeri
- e la via
- della riposante luna e del sonno
- dei dolci corpi socchiusi alla vita
- e alla morte su un campo;
- e per quelle voci che scendono
- sfuggendo a misteriose porte e balzano
- sopra noi come uccelli folli di tornare
- sopra le isole originali cantando:
- qui si prepara
- un giaciglio di porpora e un canto che culla
- per chi non ha potuto dormire
- sì dura era la pietra,
- sì acuminato l'amore.
Mario Luzi, "La barca", Guanda ed., Modena, 1935
| inviato da il 6/3/2005 alle 20:13 | |
|
|
27 dicembre 2004
VISIONARI
VISIONARI
PIASTRELLE ORTOGONALI
Rabbuio di volta bucato in contumacia a blu vino, tra fronde di nuovi treni e semicerchi risucchiati all’epicentro, in prospettiva, in verticale o una scarpa, un’ala, un viso e l’istrionicità di sguardi che a folla arricchisce la danza d’eventi e sembra bologna.
Si aprono i cancelli e sono torri al bivio di congetture e minuti reali, non confido sia l’aria ma gondola su plachi canali di contraccambio come sillabe limate a dir colore a un"idea a sprigionare lo spirito; trepidanti dita alla bocca inquiete e cavalcate di petto nel lastricare l’esistenza d’essenza autografa ad allegoria che stoppa il fiato sull’aderente sovrapposizione.
Il resto sul tetto alato rianima il respiro una camera accesa all’ultimo piano.
Sweetmidian, liberodiscrivere 2004. |
1. Il bosco bambino
Nato pagato con la metà dell'aria
della vertebra nera, dall'inciso
soffoco gridavo alle ombre dietro c'è il sole
gli occhi, le seppie sugli occhi di mia madre
a colpi a colpi sbriciolavo le cortecce
assordato dai crolli
gli alberi non hanno ferite o palpebre
sgominano bambini e sogni, e i sentieri
parlavo alla madre di sera:" Guarda
l'arcana linfa sull'erba
stremata" e ridevo.
Roberto Mussapi, Vico Acitillo 124, 2003
Impasto sabbia rossa... ... Questo è mio padre, o forse è come era lui, una somiglianza, uno della razza dei padri: terra e mare e aria. Wallace Stevens
Impasto sabbia rossa con acqua del mio fiume per un'idea non esatta quanto l'intenzione. Invento. Qui con me nessuno. Adesso tento l'impresa di spostare la freschezza del fiore che ho in mente su un pensiero duraturo da guardare: voglio che la voce del suo nome s'alzi e s'alzi ancora dall'argilla e tuttavia persista eternamente. Se non è magia, chi noterà il mio gesto? Eppure vivo nel mio delirio un grande inizio.
Sono Lish, di Urùk, sumero. In questo fermo silenzio universale primo nel tempo scrivo.
Silvia Bre, miserabili.com, 2004.
Poesia schiava
da mansueta generavo un frasario insospettabile
elegante quel tanto, mediamente sonoro, raccolto
intorno a spaziature precise come se nulla fosse
frasi che a svincolarle sorprendevano per allucinata
visionarietà come le caramelle con il buco dentro
e il vuoto fuori e conveniva a tutti
leggendomi a me stessa comprendevo quanta
bontà predestinata contenessi e m’impiegavo
in amabili rimbrotti al mio scrittore, dicevo
in ampi sottintesi il mio valore intrinseco
paragonandolo al corrispettivo in termini
d’affetto che ardente m’aspettavo
folleggiavo coperta di veli dal primo
verso all’ultimo, incrinavo bicchieri
con acuti visibilmente fuori legge
cercavo cardinali oltre l’ottava nota
il quinto elemento il sesto senso
e lui (o lei) godeva e me ne innamorai
un giorno chiusi gli occhi per numerose volte
regredendo di palpebra in palpebra
fino alla mente pura di lei (o lui)
pura tramite me oppure ignota;
di me, m’innamorai e vidi chiaramente
che senza lui (o lei) tornavo muta
e mi zittì sentire tutti i miei desideri
calare nell’inferno del bisogno
e il pigmento dell’inchiostro rosso
opacizzare mentre si scuriva
di tono in tono fino al blu metallo
dove barbaglia il sole - spesso piango
Mauro Mazzetti, sito " la letteratura russa ", 2005.
La povertà
La povertà è pulizia.
Non un acino di polvere,
un pelo di gatto,
una penna di gallina
sul coperchio della madia.
Leonardo Sinisgalli, "Infinitesimi", edizioni della Cometa, Roma, 2001
| inviato da il 27/12/2004 alle 2:46 | |
|
|
13 novembre 2004
PAROLIERI
Il Vile
Contano di più centomila modi sfigati di tessere? E contano di più anche se la rosa dei modi è un quarto di tre? Io sono ordito, trama e stoffa: seta! Che cosa credi? Seta! Setaaa-a-a-a-a!!! Ohh, dimmi cos’è che non va Sento la vita volare, è un soffio finire tutto così Senza riuscire a capire Onorate il vile Colpa dove sei? Vedo la spina e il dolore che vibrano Tacere, sai, dopo trent’anni è la cosa più semplice Eppure sono ordito, trama e stoffa: seta! (bruciare i fili) seta! Setaaa-a-a-a-a!!! Capire cosa non va C’è da lasciare al fuoco le maschere La seta non puoi altro che amare, baciare, lambire, sfiorare Onorate il vile Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore Ma è così dura, credi, e sento che non lo so fare Non lo so fare.
Marlene Kuntz, Il Vile, 1996
PER NOME
Ha un nome molto bello che se me lo ricordo lo chiamo quel bel nome. E lei starà non in qualche foresta ma in qualche bestiola che colta sul fatto si volterà di scatto mostrando i suoi tre quarti stupefatti e gli inzuppati come dolci nel latte bianchi degli occhi con il tocco sopra d'amarena. Per nome ma non tanto per davvero starà leggendo un libro nel pensiero e infilerà un segnale nel sospeso. Ha un nome molto bello, molto illeso che se me lo ricordo si apre un fico golosamente arreso se lo dico. E lei starà misurando con calme sequenze di palmi su sé quanto dista la gola fatalista da tutta la tastiera del costato. Avrà accordato il respiro con l'arco della dorsale e sembra l'obiettivo del suo cruciale sbarco. Per nome quell'alone protettivo che la dimenticanza ha rinforzato la punta della lingua m'ha aggredito. Ha un nome molto bello, smemorato. Starà guardando molto da vicino qualcosa che da qui non l'indovino. E lei starà.
Pasquale Panella, L'Apparenza, Numero Uno, 1988
Ah, oh
***
Ah, oh
t 'ho pescato pescato
beccato (per monti e per valli)
ah, oh
t' ho trovato trovato
trovato (dolcissima Clori)
ah, oh
t' ho cantato cantato:
"dolzore d'amie
polzela e Nicolette
polzela viege Annette
la vierge alouette"
ah cantato (per monti e per valli)
oh sperato (soavissima putta)
ah trovato (freschissima potta)
oh beato (Clorannenicolette)
***
E pois l'è vegnest
dal cortois padoàn
dal cortois udenes
dal furlans nel triuixans
quel che l'à strucolà
l'à frugnà soto el nost camìn
l'à frugnà sot el nost palasso
Aulìì!
ah, oh
Aulì
cossa olì? olìu che me masso?
olìu che me impàsso?
olìu ché?
ah, oh pòro putìn
oh, ah pòro pisìn
ah, oh pòro casìn (casòto) casìn
***
E se non fosse da tornar giammai?
el canchero famoxo
el correttor bramoxo
que tant estoit ascoxo
en fin le chief enchìna
***
Ci tourne a rimer
oh, ah de monticulo, seignors,
a l'androna dei todeschi
oh, a la ca' del preve
ah, la complue del communi monte
pour sentence, pour estoirie
poi ch'é freschera
e verde m'é vegnest
la remebranca
con verso e con sentenca
me branco en la lengua de Franca […]
***
torno e te prego
per valli, per monti
dolcissima Clori
che ancora tepesci
chiamo te ser Can
d'estrancere lengua
[…]
et repete la cantinela
***
encore:
per colli
volli scolorire
folli voli
di arf gulp
tu, oh ragazza docile,
giovane Clori
giovane Nicolette
jeune Annette
cloranette-capriolo
(quali prati avrai mai più riservati
quali campagne fiorite: bonjour
monsieur le professeur: bon jorns
seigneur le bon chanteur
ah
oh
Agostino Contò, Anterem n° 47, pp. 60.61,62
POLSONETTO
Ruotavo
nell'intingolo i sensi,
il tuorlo a tempo;
cogliendomi all'incrocio
pronominale,
colori
torti agli orli,
contrite le sostanze,
chiarificato
l'estratto nell'inciso.
(Ad intervalli ben
dosare i verbi...)
Mi candiva l'indocile,
quel sole d'onice
maturo
sulle scansie del ricettario.
(Oh l'erborino
ciprigno e la cicuta!)
Tra gli aromi ammarando
m'inZanellai di nomi:
dentro, più
sfogliate le rune...Rare
presine di parole...Lì, lì,
devote nello scandire
assiduamente i suoni.
Ora, persino!, il rapido
tarlarsi di qualche ramaiuolo
dal velo irrancidito;
di questo tornio
da usare con dovizia
fin dove s'innevi a mente
l'albume del cuore.
Certo: sol per
fecole oscure
s'infilano i carmi.
Poi scalco i nodi
dell'osso preveggente,
al chiodo passo
strazi e cautele
arrangiando di sale
la sorsata d'assaggio.
Servo: pronunziato
a dovere, l'anima
al dente.
Da Poesie senza voce
Marica Larocchi, Anterem n°47, pp.14/15
POESIA
Per M.L.
Ombra penombra
di loquace antica
desolitudine
si sfoglia sfoglia
e la parola perla
dal muscolo mollusco
luminosa exit
rotola fra i dentini
intendi?
serbando e risciacquando
rosebelle e urne
passo passo
l'ombra
del sospetto corpo
fa sospetto velo
al pensar pensiero
che desiato vibra
e desiata vibra
Brandolino Brandolini d'Adda, Anterem n°60, p.37
| inviato da il 13/11/2004 alle 0:14 | |
|
|
30 settembre 2004
FENOMENOLOGICI
LUCI
S'amore o morte non dà qualche stroppio
a la tela novella ch'ora ordisco
e s'io mi svolvo dal tenace visco
mentre che l'un coll' altro vero accoppio…
Petrarca
Oltre la linea fònica
La finestra che si è dimessa
E che non vede Nulla.
Tanti bisbigli
Che vagano alla porta
Ben altro è l'esterno
Di quattro identiche voci.
Aperto
Effetto sul palcoscenico
Sufficiente.
Apparire e scomparire
Facendo a gara
Mentre si manifestava.
Il Capo dell'Alleanza
Trasferiva nel riquadro
Voci di altri esseri.
Colori tenui
Avvertono un fremito
Sembrava casuale
Ma non dipendeva da Chi.
Paolo Badini, Anterem n°65, p.65
Qual è l'ultima parola della verità
In ricordo di Alan Watt
lava le sue stoviglie
una fresca brezza soffia
là dove vive, un tavolo, un vassoio, una sedia,
un focolare e delle finestre,
la mattina presto: come va
la sera tardi: buona notte
Francesco Giusti, Anterem n° 55, p.67
ASTARTE
Astra te mia Astarte
sei Anat in Innini alla Venere di trecce tenere
vita guerra regina dei cieli
morte amore sovrana degli dei
Astar assimilasti in fasti di vento e tempesta
e fluttuava nella cava il tuo abbandono che tradivi nei rivi
(così Gilgamesh raccontava a noi vivi)
ma io ti ricordo retta a bordo d'un leone ritta
sola signora della battaglia contro la paglia
Lucifero e Venere mattutina
poi china ricamavi languori quando trillavi serotina
Nadia Cavalera, Anterem n° 49, p.44
IN FORMA DI AMPLESSO
Derogare
tutto la presenza di un
corpo mio che poi raggiunge luoghi
e tempi mai necessari derogare la relazione
con qualsiasi altra persona il tempo di ritirarsi
è arrivato difficile essere consenzienti al nulla
derogare
delegittimare l'abitudine
a colloqui inespressivi sapere
che ogni profondità con altri è uno
trascorre laterale del tempo derogarmi in
ogni atteggiamento non consanguineo di te
le mani da lavare hanno nessun senso se
non come rito di pre-tua-penetrazione
così colliquare-collimare e non
avere alcun futuro finché
non sia arrivato
il tempo di te il tempo
della fine di me in
me nuovo novità essere
altrove in un luogo
bizantino anzi barocco
recuperare il barocco
vivendo in barocco
essere limen
accettare
tutto
la mancanza
l'impossibilità
il cianotico tuorlo della luna
odiare la luna e i suoi esempi poi
viene il tempo dell'immaginazione che
non tiene il passo della coscienza delle possibilità
del tuo corpo che dovrà essere deiscente senza coscienza
vilipendere il sé con autolesionismo di unghie lacerate
e corpo corpo non essere rappresentazione di nulla
non dire nulla non mostrare nulla che non la tua
violenza di accettare la mia violenza e i
cervelli che non reggono il passo
delle parole più veloce più
rapido di quel fiotto di
consapevolezza di
noi in noi
in pene
penetrante
vagina
estroflessa
nel battere
e nel levare
quattro quarti
non è il nostro tempo
ma metrica sincopata irrazionale
7/11
frazione
estensione
ritmica della
carne che in
sesso di te è sempre
mutante non v'è fissità
più vorace che la tua lingua
dominante il seme bianco e
trasparente vuoi voglio
un silenzio
a scadenza
il tallone nella
bocca la mia bocca
dammi qualsiasi parte
da riverginare con atto di
deflagrante
invaginazione
di me in te
la
limpida certezza
di essere
David Ponzecchi, sito personale, 2004
UNA PARTITA A SCACCHI
I parnassiani ci assecondarono così prendemmo posto, e sfogliammo svogliatamente, io e Adam, questa rivista "Parnasse contemporain", e questo movimento poetico sorto in Francia nella seconda metà del secolo decimonono “Dovremmo osteggiare un sentimentalismo romantico in difesa di un ideale di pura bellezza estetica?” Adam aveva dei tratti infantili, uno di questi era per l’appunto, che faceva domande inoltre se non gli davi attenzione ti veniva a cercare e lo divertivano le cose ripetitive.
“Ascolta” dissi, mettendomi comodo “Il punto della questione è che se cucini non lo fai mai per te anche se sei da solo.” Cercavo di destabilizzare Adam ma lui non sorrideva e non indossava un paio di guanti e nemmeno una collanina Adam sapeva delle cose semplici e mi diede dell’imagista. Ed in effetti, come negarlo, anche io, a volte, sostenevo che l’essenza della poesia è l'uso di precise e concrete immagini che non abbiano la funzione di mera descrizione ma che creino nel lettore una suggestione profonda; Anche il propugnare, inoltre, la libera scelta di temi e di contenuti (soprattutto del periodo in cui si vive) e l'impiego di versi sciolti da ogni vincolo della metrica tradizionale volti alla creazione di nuovi ritmi.
“Lasciami dire” disse Adam che nel frattempo con due dita cercava il cuore del tabacco in una buccia di mela rinsecchita “Lasciami dire che la cosidetta poesia confessionale, che ci ha lasciato una manciata di poesie e due suicidi, nasce da una costola dell’imagismo. Eppure si inscatolò. E vogliamo dirla la verità? Non crederai mica Che la Cina esista sul serio?”
Ovviamente non credevo esistesse la Cina e sapevo bene che il surrealismo con la sua scrittura automatica aveva fallito la vicenda umana ha una bizzarra innaturale composizione la solitudine che ne accompagna la condizione è divisa composta da due come le gambe. Il corpo e il pensiero albume e tuorlo si avvinghiano nel guscio umano e portano avanti in un ossessivo presente che poi si sforzano di catalogare come “passato” o “futuro” un'incoerente affermazione e negazione di sé. “D'altronde, l'unica costante in natura, è il cambiamento.” Disse Adam servendo il thè con dei biscotti al cacao su cui aveva preventivamento cosparso un pò di sale e inoltre aveva raccolto da fuori una strana pianta che profumava di limone (me la piantò sotto al naso e per un secondo temetti fosse ortica) e la mettemmo nel thè, e nel thè mettemmo i biscotti e io dissi mentre preparavamo gli scacchi andalusi che la mente dell'uomo però, geniale proiettore di pensiero cerca di difendersi con una sacralità di riti, pagani e religiosi. I gusci umani, le persone, prima di proiettare il proprio corpo in un viaggio, sono viaggi essi stessi, che si cercano per turismo o si cercano per stabilirsi nelle reciproche terre: il rapporto di coppia ne è il primo segno di tafferuglio.
“Ma turismo o edilizia sentimentale, la divisione avviene già tempo prima.” Adam sapeva delle cose semplici teneva sempre per i più deboli e aveva ragione la fusione era immaginata, il rapporto sessuale, una composizione geometrica, a tutti gli effetti vista da un cane aveva lo stesso significato del tappo d'una penna che ne chiude la punta.
Adam mosse un cavallo che era una strana giraffa (gli scacchi andalusi avevano i pezzi indigeni) e mi mangiò un alfiere, per l’occasione un baffuto ometto con un elmetto e una scimitarra dicendo: “A volte l'uomo tenta di sublimarsi e fossilizzare il suo pensiero al di fuori Per rendersi simile alla musica questa divinità che vive priva di gravità che riconosce solo se stessa che non ha divisione.”
Perdevo pezzi ma sapevo che l'uomo si compone, o scrive, e cerca di riprodurre i modelli con il disegno ma tutte queste arti una volta palesate, lasciavano il guscio umano e entravano nell'enorme corpo che le aveva solo, in quell’attimo che hai bruciato richiamate a sé.
Mentre vincevo la partita a scacchi e finivo di bere il thè tenendo la tazza sbrecciata con due mani affermai, pentendomene subito dopo: “Una poesia cessa di essere tale quando viene letta.” “Una musica smette si essere musica quando viene ascoltata.” Disse Adam, che sapeva i nomi delle piante, che sapeva distinguere gli alberi gli uni dagli altri. “Un dipinto rappresenta quello che è riflesso nell'occhio di chi lo vede.” conclusi ed entrambi capimmo che la poesia non poteva dunque morire per il semplice fatto di nemmeno esistere e perdemmo la vanità penetrandoci le nostre reciproche deduzioni perdemmo la vanità come una verginità e comprendemmo il rischio di rimanerne gravidi.
(quel minuto di panico che dura un’attimo o tutta la vita)
Fuori albeggiava.
Ma sapevamo che era una finzione l’alba come Beirut o il Santo Graal Pechino e le slot machine, gli indici di mercato come Romeo e Giulietta o Katowice sapevamo e tutt’ora sappiamo che alla nascita eravamo stati assunti e nel tempo abbiamo saputo siamo stati informati nel corso del viaggio siamo stati nutriti e ne abbiamo riflettuto.
Alessandro Ansuini, sito O.L.A., settembe 2004
| inviato da il 30/9/2004 alle 1:51 | |
|
|
26 luglio 2004
SOLISSIMI E REGIONALI
C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
Amelia Rosselli, Documento, 1976
CANZONI PER LA CASA
*
ecco la casa
le pareti di sassi
i muri di cucina
con le tacche della crescita
le arelle di canna
le piume di pioppo
i nidi di rondone
le domande indefinite
i fatti che si son fatti
la lavagna la cantina
tutte le cose rifatte
i giochi giocati
il ghiro nel camino
il rosso delle scale
l'intreccio della vite
sulle pareti di sassi
fin dentro la cucina
la cenere della stufa
in conto di tutto questo
ecco la casa
le pareti di sassi
i muri più bianchi
la crescita che s'arresta
in fondo al campo le canne
le piante d'acacia
i nidi di rondone
le domande finite
i fatti e i ritratti
la legna la vite
le scale
i rossastri marroni
la stufa la damigiana
i fiori rastremati
l'intreccio di paglia
nel poco che succede
allora ecco la casa
le stanze da arieggiare
i cantoni l'ingresso
le credenze
le medaglie del papa
le uova in calcina
un vaso un osso
un tuttoquesto di casa
un respiro
in salita
**
rimane senz'ombra
attraversa
spaventa
manca
nel guardare
non trova
quando perde perde un parente
non può rispondere
risponde
si ricorda
s'inquieta
prende in braccio
insiste
non saprà mai
chi scrive
dorme
a cavallo
soldato
nel campo di lavoro
con un cucchiaio d'argento
in tasca
viene dalla strada
lei non esiste
lei esiste se è nella sua mano
che scava il mosto
tra le mele
i rusticani i lazzarini
le albicocche i picciainculo
gli striccadenti i piscialetto
che rastrella
carica
compone attorno alla pertica
a forma di fieno
forcata su forcata
impone convince
piega fa sì che
insiste
lo lascia là
con la differenza che sottrae
decide
ferisce
dice
crede di morire
muore
libera la casa
rivendica la sua parte
la sua storia
la riprende
e tiene "la macchina da presa
al contrario".
Mara Cini, Anterem n° 66, p.52
Bisogna scandire che piace
l'ordinata
selezione, sul tema cortese
dell'amore perfetto; che piace la natura
dei punti dati,
e simili, oscenamente
e non oscenamente- il suo ordine
negli altri, in note, il suo onore calmo della lingua
latina, "ciascuno nel proprio
latino", la divisione
a domande, il bene
di questo modo di dare l'intreccio, il chiudere e aprire
sempre e collegare, sia così, collegare, legare proprio.
Massimo Sannelli, Anterem n° 61, p.72.
ADIEU A LIGONAS
E così il purulento, il cancerese, il cannibalese
s'increspa in onda, sormonta
tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti, Ligonàs, circondato
ormai da funebri viali di future "imprese",
da grulle gru, sfondamenti di orizzonti
che crollano in se stessi
attorno a te.
Eri omphalos del Grande Slargo
che per decenni i più bei cammini resse,
per quel che valessero,
amorosi del tuo essere
in sè e per sè.
Ora la morsa si serra
anche nella sua stessa maniacale
insicurezza di poter durare
senza il gran verbo delocalizzare.
Resta il tuo nome finalmente espresso
sull'arca che tu fosti, dopo tanta latenza:
inutile alzabandiera
in una cosca sera
che tutto copre in pece di demenza.
Andrea Zanzotto, Anterem n° 67, p.32.
POI SE IL SOGNO
Poi se il sogno fa bimbo ed apre aprile
sale negli occhi il ramo del sambuco
ondeggiante di duci
inesausti nel vento
piegano i monti
ne la valle i suoni
lungamente si schiudono
e per gli aditi
dolcissime le voci
dove limbo dà nimbo a udite luci.
Frutti in sussurro vestono le vene
e la luna d'argenti arce fiorisce
Ferdinando Tartaglia, anticipazione dell'antologia Adelphi, Anterem n° 67, p. 9.
| inviato da il 26/7/2004 alle 23:12 | |
|
|
12 luglio 2004
SOPRARREALISTE
da: (IN ITINERE) WEDDING PLAN
alla fine di tutti i tetti noi come pipistrelli ancorati a cercare il nostro cielo tra le lingue di un parquet chiaro che a guardarlo ci scivolavano gli occhi come giochi di bambini vivevi con le ginocchia sbucciate in descrizione di un movimento giungemmo in una mansarda con la pacatezza irrisolta delle preghiere alla sera nelle ore vespertine sapevamo consolare le luci mandate a morire come martiri noi stavamo svegli per la notte - con il mio corpo ti onoro – perché le avances di dio a dormire con lui (nel letto serico del cielo quando è buio) capitolavano tra questo o quel vicolo, i capezzoli di Praga per noi sposi allattati
Rossella Dimichina, Zeropoetry, 2004 (suppongo)
COME CHE SIGNIFICA COSA
come
mi chiedo il gesto la forma sua probabile
ecco
confessarti dell’indole mia scissa quella dei dogmi e c’era una volta Biancaneve bella coi capelli neri poi la vecchia vecchissima in frasi da lavanderia
ritualizzarmi
cosa significati ha cercarmi un es un animale domestico ristretto secondo il calcolo dei vani? un io -ho capito- un io chiamalo come vuoi sincero sì svuotato meglio la canna dell'organo chiamalo che stona però che poi ristona durante un salveregina
mentre c’è un puzzo di benzina verde
che c’incendierei il vestito di capodanno
perdonami r:s= c:f
sono per la danza dell’uguaglianza ma vado a imperativi giovo alla maniera in cui tu usi una spugna naturale o pillola dimagrante
il resto è resto
mi sobbarco in 3cento74 fantasie tipo -sono un’austriaca frocia che battaglia per un’oca in più nel laghetto di casa-
ovvero
sono la fantescapescatrice che sbava per un Sigismondo ( quello stesso figlio di B.)
e ancora non comprendi che un’ora sul water sospirando per il mio amico Francesco e il suo inguaiarsi amoroso accenna al sì per un tan tan tà tàn tan tan tà tàn nuziale comunque sempre conviviale da spinte parti e arrivaci al buffet
su tutto punto 60 euro almeno
dove sei finito Hemingway color arancio?
: io sono
lo penso
tu g n o r r i
Rosamaria Caputi, sf, 2004
bacio k 466 piano concerto
sei il maestoso rondò come piccola traccia alle dita di un ricciolo attorcigliato sei il sospiro tra due tocchi in allegro tra il bianco ed il nero nell’attimo che non ha un suono sopra i tasti sfiorati - l’attesa di me che ti attendo - in romanza e klavier
Lilli Hofer, lds, 2004
"Elvira"
da turista insegnami a costruire boschi e fiamme e siano alte
presso la volta di una scala un’ombra in rinascita apparente in fiato sporco mi disegni
in-segni di agavi in fregola che all’erta mordono
in una coppa di pioggia la pelle secca di luce intermittente
è possibile
Ludovica (Luisa Fava), già pubblicata lds, 2004
TEATRANTE IN CERCA D'ATTORE
Fosse ancora il giorno del saltiamoilfosso e di quel perno nodale tra busto e gambe
E di un serpente di cartapesta di una madonna sul fondo d’un caffè e un campanile la cui punta era un fallo mancato
(e una manina fa ciaociao all’ultimo ometto in carica)
Sono un uomo anatomicamente andato a male
-così diceva mio padre-
Tu piangi in somaresco lesinando le briciole che ho spartito tra fiotti di piccioni per strada disfandomene
I salamelecchi al quarto giorno fermentano - avariandosi - e la verità ha la supponenza della repulsione la faccia a sei d’un dado truccato che si fotte la menzogna -consolandola - ed empiendola tra le natiche
Scomodo interloquire del malpresente (lo so) in fondo ho cinque anelli stretti da riallargare per il cambio della guardia Cinque verette strettissime a calzare i panni corti della puttana -onesta suo malgrado-
Virtual consulto Signori:
al tacco appuntitissimo un altro nano da schiacciare
ma solo perché mi misero alle strette volendomi scalza di purezza e calva nelle parole da riassettare
Urge configurare un cuore a punta nella punta del cuore giacché mi stai all’angolo a fottere le anatomie che me lo smussano inglobando appaiati un quarto di cielo e un quarto d’occhi un quarto di cuore e un quarto di cuore farlocco
Rita Bonomo, lds, 2004
| inviato da il 12/7/2004 alle 1:12 | |
|
|
12 luglio 2004
TROVATORI
ENTRI RAPIDAMENTE
Entri rapidamente senza starmi ad ascoltare rapida come una notte, io che ancora non lo so rimango lì nel futuro a parlare a vanvera: a parlare. Mi si rimanda a immagini di frecce panorami di cui dico "che bel panorama" guardando all'indietro e tu paradossale essenza stessa della matematica: "no, è il settimo." Il quadro o la foto, intendi, ma m'hai già trapassato come l'ora di cena. Lo capivo che quando si guarda si dimentica davanti a un piatto. Brindo da solo e in un lampo in un attimo avvicinandomi a non si sa cosa a te così sensato prolungo la mano verso l'impossibile. "E' come stare al telefono" mormori allora senza previsioni, e scoppi a ridere.
Antonio Koch, sito personale, non datata.
Ruminière
Rumore, fate più rumore Rumore in fine di quanto era stato un rumore- riempire il nuovo di questo vino dai quattro rivoli inietti sul vuoto liscio con voci del rumore con voci
niente in bocca (funziona con: vuoto, - la saliva, -il gioco della lingua) sale con un valido groppello nel tondo lungo vetroso; schiacciata sulla porta osservante lo stipite un singhiozzo poi l’altro un po’ più giù nella gola alla fine dei saluti un cenno un prisma volto nei volti bruni uscendo un altro rumore d’amici, riempite tutto di questo (di questo)
rumore le voci lì e lasciatemi qui mentre finisco a scrivere le ultime gocce lasciate nel pieno del bicchiere lasciate le scarpe svanire lente l’ovatta espansa chimica de l’ultimo ciao l’ultimo vuoto russo spaccato in briciole taglienti il primo l’ultimo e le mani sui fianchi uno stupido trottare nel finale di clamore occluso avvolto nella fiala a tappare il fiato prima che n’esca a bere ancora
col cardine smorzato in fretta dal battito, col ritmo a risalire un cavo di fiele svolto nel gommoso: bam - fece -saluti -in casa -saluti -nel fienile -che alla fine ce ne andremo sanguinando i nostri coltelli nel mercurio della fine agitando le lame per tanto rumore cui nessuno a sentire, alle facce girate strozzate nei capelli appena sciacquati giusto prima cravattati -uscite via forza uscite lasciatemi -uscire lasciatemi qui dentro -che scrivo le ultime spinte del silenzio -nelle spine di spuma con quel matto vino senza mattino mentre sorride fino al limitare di cui nessuno vorrebbe l’imitazione, tantomeno rendonsi poi conto che l’ultimo (il vuoto) fa una fine come groppello -le mani -il sorriso -le ginocchia le preghiere le fiches i baci -le orecchie
sentire due mari due mani in spiaggia collegando in ventosa di serie parallela alla fine dei lobi "parto parto" sussurrale che parto ché egli portò il buio -parto ch’è arrivato il buio a prendere la giacca sulle mani (offerte di cielo) non so che dirò - al buio nudo che seguirlo alla fine | seguirti alla fine mentre che la fine son io a divenir noi che sarai tu (che mi tocca lasciarti solo, davvero - disse nel telefono per terra -dalle mani sparite)
rumore dico -rumore: fatelo -dico- seguitelo- più rumore che (...) ho sentito.
Giovanni Carattoni, lds, 2004
AMNIOTICO
Di bianco ora e sempre, lenta e sublime, rara e superba radice di mare amniotico, tana e mucchio di foglie di me tuo figlio mutato che nulla deve, schiuma protetta immune per te immune da tutto e per sempre, ragnatela di stella e riposo, custodita e benedetta.
Sola come spina sul rovo in piena notte, tu scale granito logorante saliscendi dormi il sonno di grandine rugiada dormi e il chiasso come sgorgante caracolla erboso agitato squarciato, osservalo teso, ora che manca il miracolo del nome mio nuovamente pronunciato.
Notte solitudine devastante filare di buio e lutto sconosciuto, stella-smorfia di spilli che ti prende il respiro, caduta senza fine - foglie pestate.
Per te dunque ferita fiore figlio che ora madre per sempre ti veglia, tu ramo artigliante, acqua perduta, racconto agitato
dannatamente riposante.
Flavio Toccafondi, karpos, 2004
Irreparabile
Mi portavi alla campagna per un giorno vuoto veloce e rustico proprio quello che ci vuole hai detto.
Io cercavo nonostante le promesse di star fermo e con la testa sopra il collo nelle pietre un bel canguro una forma da notare di leopardo mi sentivo come fossi appena partorito visto e rivisto
straordinariamente vecchio
dentro agli atomi nell’aria mi guardavo di nascosto.
Godevamo degli sbuffi degli scherzi entrambi solitari, belli e cristi dermatologicamente quasi muti:
sulla fronte non avevi niente altro che una piccola eruzione.
Se non fosse stato per la prosa degli occhi non saresti mai riuscita a scovarmi.
Me l’ avrei forse cavata col bluastro d’un cielo d’inchiostro un agire da latte e biscotto tra i ricordi delle elementari così romantico con un paio di stampelle sentimentali avanzando tra un quiproquò ripetuto di falsi allarmi umoristici nascondendo ben dentro il cappotto il mio corpo di muschio la mia testa a sonagli dietro a un viso da barbapapà con un cuore che a schiacciarlo fa piii-po’
Fabrizio Pittalis, karpos, 2004
(a Somiglianze di risa)
su ogni superficie piana occorre una spinta anteriore, un provino di corpi poc'anzi esibiti in eleganti cadute di stili. solo così ci si sposta. oppure lo scafo privo di commerci di noi. se poi le crepe fiorissero come bocche di un legno ostile all'acqua a lungo andare, dà sul fondale che mescola le parole sabbiose insidiose senza che si possa dire forse gli annegati hanno sotto di noi ricordi che respirano e ancora più lungamente e avidamente confondersi in una bracciata goffa per indaffarare la riva di te che infine sorridi e mi guardi e ancora qualcuno penserebbe di me come un gitante inesperto a maneggiare il modo in cui tu ti infiltri tra le assi di un dire sospeso e lo affondi. in una mediocre statura di intenzioni. in un dibattito sulle cose dovute. ti chiedi, adesso che l'esito è certo e la grazia ricevuta, perché mi conforta l'osservazione della pioggia all'interno di una stanza, lasciando intendere la fissità di uno schianto e null'altro sul piano inclinato che mi distanzia da te. dove la fisica attuale dei movimenti precede inconcludente le mie mani che ti provano a precipitare in un lago privo di sponde, così e soltanto per non averti, sempre addosso, e quasi mai tempestivamente stranezza. ma i miei anni sono un peso neutrale. una inutile spinta interiore. al largo e dispersivamente in un quadro incorporeo che tiene unito l'insieme esprimere tutto quello vissuto prima di te. e quindi radunare gli oggetti, a cui necessita solo una pacata conversione alle leggi fisiche per cadere. trovarsi in tutto questo e tacere basterebbe a me, che scelgo le labbra per affogare, e salvarmi la vita, e non ricordare più a quale nome appartieni. ogni visuale ha un margine oltre il quale si affonda senza soffrire, senza mutare stanza, lasciando le cose come stanno. un'apertura maldestra di braccia. se si potesse disporre delle finestre e provocare il paesaggio, ora che mobilità e fissità appaiono perseguibili dallo sguardo, e spremerlo in un episodio indipendente da noi dentro un ruolo opaco di rami sullo sfondo, la rotazione delle stagioni susciterebbe un assenso di moto casuale, ossia ci priverebbe di regole e significati, di un'univoca percezione di essere qui, tra i pontili sfollati e gli affreschi del tempo che hai avuto e mancato nella presa. adesso non basta alzarsi dal tavolo e ridurre in un'addizione scomposta di età il difetto scenico di un dovuto. altrove mi reggi da sempre, quasi un leggìo che urta il vetro e riga dove tu taci lo schermo. un viso sott'acqua si gonfia e galleggia e di nuovo respira e torna ogni sera tra le tue dita: un pensiero insistito che si apre e all'occorrenza ti muove. un semplice spostamento d'aria.
Pier Maria Galli, sf, 2004
| inviato da il 12/7/2004 alle 0:25 | |
|
|
6 luglio 2004
SESSUATE
"Bruciavo d'amore e voluttà"
Bruciavo d’amore e voluttà nei calzoni fiorenti dell’estate il latte versavo chiaro sull’erba matta dei giardini solo le panche ci erano amiche. Senza legge l’erotico abbandono usciva illividito al suo bel bagno sotto l’innaffio del chiodato airone puro amore ribadito invano le membra calde ribadiate intanto rischiano lo sfacelo e il malefizio delle generazioni possedute dalla morte.
Dario Bellezza, Libro d'amore. Guanda, 1982
Nel luglio altero, lui tenero audace,
sensualmente a me lanciava da là:
prima di sera io ti scopo. Ah.
Fra trafficar di sguardi dove pace,
dove l'incompenetrabilità...
dove il tempo in quest'ombra... Lui tace
in un empio silenzio a farne fornace.
Poi apri, m'intima, apri... più dentro già
si spinge con suo tal colpo segreto.
Umidore, pare bacio di calore
su ammucchiarsi d'umano, alto m'accappia.
O inverni e lirici slanci (con metodo).
Mi sale... mi scende... io come granata
esplosa, contusa, to', che si sappia.
Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, Einaudi, 1989
E lui mi aspetterà nell’ipertempo, sorridente e puntuale, con saluti e storie che alle poverette orecchie dell’arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico? In poche note o versi qui raccolgo i messaggi essenziali. Un alto raggio, aria diversa glieli tradurrà.
Maria Luisa Spaziani, I fasti dell'ortica, 1996
A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto, a me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di magico pensiero. Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto malvissuto e scostante, meglio l’acre vapore del vino indenne, meglio l’ubriacatura del genio, meglio sì meglio l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite; io amo le osterie che parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco, e poi nelle osterie ci sta il nome di Charles scritto a caratteri d’oro.
Alda Merini, Vuoto d'amore, Einaudi, 1991
   
Mentre mio padre moriva ti vidi la prima volta.
Da quel tempo sempre stavo con te, ti cercavo,
anche tu mi cercavi: in mezzo alla gente eravamo soli,
trepido il tuo sguardo, triste – contento il mio.
Il primo giorno dell’anno dovevi venire a una festa,
io avevo al collo dei fiori di carta bianca,
piansi quando vidi che erano le tre,
e ancora il tuo volto caro non appariva. Ma il giorno
secondo dell’anno – qualcuno
ti aveva informato – corresti dalla piccola donna,
e tutta la sera per lei come una luna splendesti.
Dicesti dolci parole e non avevi chitarra,
le dame che erano in sala si fecero tristi.
«Bene, è ora di andare». Saliti in vettura,
tu e io come ragazzi, mi guardavi:
io non osavo muovermi. Mi accarezzasti la fronte.
Piegando il viso, vergognandomi, carezzai la tua fronte.
Nascondesti il tuo viso dietro il mio collo. La mano
era ferma sul mio ginocchio. Pensavo:
così fanno tutti, domani neppure si ricorderà.
Ma sono passati due mesi e ogni sera c’incontriamo,
il tuo cappotto è povero, non hai guanti né berretto,
ma la tua fronte ogni sera
è più chiara, i tuoi occhi
più teneri e gravi, la mano
che mi stringe più calda, più forte;
trascorrono ore che paiono solo alcuni momenti.
Al buio camminiamo, ed io
poso la fronte ogni tanto con umiltà sul tuo petto.
Passano case e strade, passano ponti e canali,
passano muti giardini, cade tranquilla la neve.
Le dita intrecciate, le tempie
unite in un solo tepore,
gli occhi vicino agli occhi, come una sola persona
che all’anima sua mormori tenere cose, come
la neve che scende e risale
senza rumore né moto, leggero noi andiamo.
Anna Maria Ortese
| inviato da il 6/7/2004 alle 0:2 | |
|
|
3 luglio 2004
ULTIMA AVANGUARDIA
PENSANDO A EMILY
Per la durata d'un lampo d'un alone spento intorno a due righe d'ombra capita di ammirare infinitamente qualcuno
Predilezioni perpetue sono cerimonie (mai attingiamo tanto gloriose altezze) lo sguardo appeso al lumino sepolcrale della costernazione
Di veloci fervori si vive impensate disarmonie consonanti paradossi naturali buffi traffici e guerre di formiche gioia e strazio in un seme a sperdere
Per la durata d'un lampo ho perfino ammirato mestesso come fosse un altro di cui so quasi niente e lo salutavo con un cenno d'imbarazzo quel me distratto passante e sùbito allegro gracidavo: grè grè grè gragrak gré gré gré gragrak I'm Nobody! Who are you?
Non sono una rana dello stagno Non ammiro più
Alfredo Giuliani, 
Aprire
1
Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l'impronta impressa sulla parete, sotto,
l'auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più scura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d'inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica sul soffitto,
la mano si appoggia, il fuoco della mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita dal chiodo, il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.
2
Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calza maglia,
all'indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c'è, c'è il salto all'indietro, le cuciture,
l'impronta della mano, all'indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.
3
Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c'è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, inquieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.
4
La punta, la finestra alta, c'era vento,
si è alzato adagio, stride, in un istante,
ovale, un foro nella parete, con la mano,
in frantumi , l'ovale del vetro, sulle foglie,
è notte, mattina, fitta, densa, chiara,
di sabbia, di diamante, corre sulla spiaggia,
alzato e corso, la mano premuta, a lungo,
fermo, contro il vetro, la fronte, sul,
il vetro sulla mattina, premette, oscura,
la mano affonda, nela terra, nel vetro, nel ventre,
la fronte di vetro, nubi di sabbia,
nella tenda, ventre lacerato, dietro la porta.
5
Ruota delle gambe, la tela sbatte nel vento,
quell'uomo, le gambe aderiscono alla corsa,
la corda si flette, verso il molo, sulla sabbia,
sopra le reti, asciugano, le scarpe di tela,
il molo di cemento, battono la corsa,
non c'è il mare, sempre più oscuro, il cemento,
nella tenda, sfilava le calze coi denti,
la punta, ha premuto un istante, a lungo,
le calze distese sull'acqua, sul ventre.
6
Di là, stringe la maniglia, verso,
non c'è, né certezza, né uscita, sulla parete,
l'orecchio, poi aprire, un'incerta, non si apre,
risposta, le chiavi tra le dita, il ventre aperto,
la mano sul ventre, trema sulle foglie,
di corsa, sulla sabbia, punta della lama,
il figlio, sotto la scrivania, dorme nella stanza.
7
Il corpo sullo scoglio, l'occhio cieco, il sole,
il muro, dormiva, il capo sul libro, la notte sul mare,
dietro la finestra gli uccelli, il sole nella tenda,
l'occhio più oscuro, il taglio nel ventre, sotto l'impronta,
dietro la tenda, la fine, aprire, nel muro,
un foro, ventre disseccato, la porta chiusa,
la porta si apre, si chiude, ventre premuto,
che apre, muro, notte, porta.
Antonio Porta, I rapporti, Feltrinelli,1966
LEZIONE DI FISICA
A Elena
Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all'inizio del secolo (dispute se era il princi-
pio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d'a-
zione fossero alla base
dell'energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste oppo-
sizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle
particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica - scuola di Cope-
naghen -
e da quella ondulatoria del principio di Broglie che ben
presto i fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate
su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e ef-
fetto
affermando che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull'elettrone per il-
luminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell'effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i ca-
pelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere
la penna
scrivendo a Roosevelt " Caro presidente, facciamola
l'atomica sennò i nazi" l'azione dell'energia
dell'energia moltiplicata per il tempo l'epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il
sangue dal naso
che ti libera
Se si vuol sapere se A è causa dell'effetto di B
se il microggetto in sé è in conoscibile
se l'onda di Broglieper i fisici di Copenaghen
non è altro che l'espressione fisica della probabilità pos-
seduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un
altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l'atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l'atomica
Poi la teoria dell'onda pilota e quella, così cara al nostro
tempo
Della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se
la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi
con l'universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente men-
tre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
Delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milio-
ni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario
per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un
ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti
Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L'odore delle erbe di campagna nel piatto
da Cesaretto ruchetta
pimpinella un'insalata d'erbe della terra tenere espansive
degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente oriz-
zontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza
Ma non credi che sia stufo anch'io di
coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c'è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l'a-
nima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e
tentazione
perché l'opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi
testimoni.
Elio Pagliarani, Lezione di fisica, Scheiwiller, 1964
XVI. |
INTERMEZZO: LA SIGNORINA RICHMOND VALUTA I PRO E I CONTRO DEL SUO SPORCO MESTIERE |
|
Una che si interroga perennemente sui materiali che la compongono e li racconta per decostruirli e distruggerli o per rifondarli
- un diceniva così perennemente
in fieri la cui intenzione è sempre un po' debordante rispetto alla realizzazione costringe a
- continui processi di adeguamento
che sono poi salutari facciamo degli esempi provatevi in un minuto a costruire la casa più alta possibile
con le carte fischiare un motivo con la bocca piena di biscotti accendere il maggior numero possibile di candele con un solo fiammifero
cantare quanti più fagioli possibile una così improbabile orgasmica destabilizzante ricomporre una cartolina illustrata che sia stata
precedentemente tagliata con le forbici in circa 12 pezzi irregolari far rotolare su un tavolo 6 pedine della dama in modo che passino tra
comunicazione e dell'abitudine mistifica sotto un'apparente innocua neutralità la violenza del sistema anzi esprime un risentito bisogno di agire diceniva
- due libri posti a 7-8 centimetri
l'uno dall'altro la distanza tra le pedine non deve superare all'incirca i 60 centimetri trasferire da una
- coppia all'altra i piselli prendendoli
uno alla volta con tre cannucce per bere o tre bastoncini di legno infilare il più gran numero possibile
- di acini di ribes con ago e filo
saltare su un piede solo quante più volte possibile scrivere più parole possibili che comincino con le lettere
- erre ri vi tuttavia se ripercorriamo
mentalmente l'itinerario di questa costituzionalmente sperimentale non possiamo non rintracciare l'unità
- di fondo nell'assunzione del eccetera
nella caparbia volontà di scavo spinta sino all'esaurimento nel senso ampio del termine di ogni risorsa posta in
atto dagli artefici e adesso provatevi a indovinare la distanza in centimetri tra due oggetti qualsiasi posti su un tavolo scrivere le prime parole di
ciascuna pagina di questo libro partendo da una pagina qualunque far rimbalzare più volte possibile una palla sul pavimento stare zitti il più a lungo
possibile con i piedi uno davanti all'altro la punta di uno contro il tallone dell'altro e con gli occhi chiusi senza guardare l'orologio
- sembra eludere il ricercatore mettendo
in atto meccanismi di difesa che sono altrettante fogge di travestimento e disparate modalità di rinvio dice
- valutare il trascorrere di mezzo minuto
dicendo via e alt al momento opportuno sbucciare un'arancia in modo che al termine dell'operazione la buccia
- risulti divisa nel minor numero di
pezzi tenere in equilibrio sulla punta dell'indice una pila di monete partendo da una e via via aggiungendo sopra
le altre una alla volta servendosi solo di un cucchiaio tenuto fra i denti trasferire il maggior numero possibile di fagioli da una scodella
a un'altra ancora qui emerge la volontà che ha di assumere dimensioni spaziali di divenire presenza fisica ma insieme si delinea nell'impazienza del tutto
in una volta una più decisa scelta eversiva improbabile orgasmica destabilizzante è per la repressione la fanciulla straniera senza passaporto
- dialettico e viene perciò espulsa
dalla polizia critica del paese tagliamola allora a pezzi in un cappello mescoliamoli in una ballata e poi
Nanni Balestrini, Le ballate della signorina Richmond, Coop. scrittori, 1977
|
6.
la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così: con questa poesia molto quotidiana (e molto da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica, anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell'articolo di Fortini che chiacchiera della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il "Corriere" dell'11, lunedì, e che ha per titolo, appunto, "perché è difficile scrivere chiaro" (e che dice persino, ahimé, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio perderle che trovarle, in fondo): perché io sogno di sprofondarmi a testa prima, ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire, questa volta, lo sai): oggi il mio stile è non avere stile:
Edoardo Sanguineti, Postkarten, Feltrinelli,1978
| inviato da il 3/7/2004 alle 0:23 | |
|
|
19 giugno 2004
INFERENTI
ah, sì, è sicuro, invidio davvero
la tua scorza di tartaruga gigante,
la vita ben salda sul non-senso del
progetto middle-class.
Piango invece le tue salutari
dimenticanze, l'effusione della
primavera fiorita che slontani
di sottecchi, solo perchè di un poco
ti ha defraudato. Pure piango lo sterno
martoriato e le fitte alla milza,
in definitiva i segni della gioia.
Remo Pagnanelli, da "Prose quasi invettive", Anterem n. 34, p. 42.
Bersaglio primo
Da intime di noi centralità
fondamentali - donde proiezioni
d'esteriori tutti possibili stati
successorii - scaturir una fiamma
d'intensità violetta, espandentesi
sub stantia, vivificante. Suscitarsen
qualitative indulgenze vers'ogni
possibile, vivente volontà collaudata
a sconfigger stat'informale.
Potenza di geni dicotomi fuoco
accoglierne, repentine godendone
istanze, pazientemente accette
per activa, contemplazione
Maria Pizzuto, Anterem n. 61, p. 66

O poesia poesia poesia Sorgi, sorgi, sorgi Su dalla febbre elettrica del selciato notturno. Sfrenati dalle elastiche silhouettes equivoche Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso Sopra l’anonima fucileria monotona Delle voci instancabili come i flutti Stride la troia perversa al quadrivio Poiché l’elegantone le rubò il cagnolino Saltella una cocotte cavalletta Da un marciapiede a un altro tutta verde E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram Silenzio – un gesto fulmineo Ha generato una pioggia di stelle Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso In un mantello di sangue vellutato occhieggiante Silenzio ancora. Commenta secco E sordo un revolver che annuncia E chiude un altro destino.
Dino Campana, Inediti.
Come un polpo sbattuto
Come un polpo sbattuto ancor vivo contro lo scoglio
si arricciavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola - un'altra pena -; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.
Vittorio Bodini, Dopo la luna, Sciascia (Caltanissetta), 1956.
Sotto i colpi
C'è gente che ci passa la vita che smania di ferire: dov' è il tallone gridano dov' è il tallone, quasi con metodo sordi applicati caparbi.
Sapessero che disarmato è il cuore dove più la corazza è alta tutta borchie e lastre, e come sotto è tenero l'istrice.
Nelo Risi, Pensieri elementari, Mondadori 1961.
| inviato da il 19/6/2004 alle 0:35 | |
|
|
18 giugno 2004
CONCENTRICI
Contro l'intelligenza
Se veniste da queste parti, viaggiando dal luogo dal quale giungereste, prendendo una strada a caso da quelle che probabilmente scegliereste, non ci trovereste alberghi o piazze, rombi d’aerei e tuoni di pioggia né deserto né foresta, né sole né pioggia.
E lascereste a casa fondi di caffè e rubriche dell’oroscopo, tarocchi o carte da gioco, buste paga e cene di lavoro, capelli da stirare o da tagliare, visi da ricomporre, corpi da mutare, polmoni da curare, birre, fumo, preghiere, tv.
Le stanze non sono pitturate di fresco, e il tempo è fermo, orologi disciolti che non contano i minuti, non offre riparo il tetto sgocciolante della chiesa, non danno conforto i venerdì santi e le ascese al monte della Passione, quando le bacche selvatiche crescono nel bosco, la primavera che sta fra l’autunno e le prime stelle della cintura d’Orione svanisce lasciando di sé solo ricordo. Non ci sono le prostitute di città, non ci sono monumenti né fontane, palazzi o torri, ma luce fioca eppure brillante, all’orizzonte dove la Gran Madre suona i battiti di un cuore artificiale, quando si mette in marcia l’esercito dei soldati mattutini e le finestre si spalancano sui fili dei tram, senza pretendere troppo, si capisce.
La passione travolge anche le piccole vite, fiori e insetti non ne sono immuni, ricalcitrando s’accoppiano nascosti dalle scarpe, dall’asfalto, dalle pietre, dai battistrada e inanimate vite s’intrecciano fra loro, brulicando nei cortili delle case, nelle piazze, nei mercati. Non sia amano, non si parlano, si guardano di sfuggita e di sfuggita vanno.
E l’intelligenza fa il suo corso, coltivando radici di follia al mattino quando il sole picchia sul vetro e si riflette sul crocifisso della parete, eccitando la mente dopo mezzogiorno, quando le nuvole portano il buio e la pioggia e il crocifisso è caduto sul marmo duro, rubando amore e odio la sera, quando le stelle affogano nel fiume e gli uomini s’incontrano a meditare chiusi nelle stanze degli alberghi.
Di scintilla in scintilla, come goccia nel lago che genera anelli, si tende come corda di arco, scagliando frecce finché la forza la sostiene, degenera in follia, stanca vecchiaia, vecchiezza malata e sola, oppure travolge la potenza giovane, la inerme maturità, denuda grasse vite fino a spogliarle come rami d’autunno, le brucia come carta guasta.
E il tempo nuota a largo, dove non ci sono scogli né dighe, e dov’è fiume le dighe lo ingrossano fino a sfondarsi inondando paesi e raccolti, usurpando troni e libertà, morendo poco alla volta di troppa vita, nefasta, brada conoscenza innominata, gelando frutti appena nati e marcendo grano appena raccolto, frantumando città in immagini inutilizzabili, tessere di mosaici che non vogliono completarsi, per seguir virtute e canoscenza, e fradicia come una porta all’umido si gonfia e non si apre più.
Se veniste quaggiù, scavando nel sottosuolo, o ritornando di sopra, trovereste piccole vite colme di passione e null’altro, la bacca selvatica, il verme strisciante nello sporco, i ratti sguscianti nelle fogne, piccole vite agitate, contorte, inutilizzabili per risolvere algebra o sistemi comparati, incapaci di pregare o trovare la Trinità, piccole vite, tenute al caldo d’inverno dalla legna umida e dalla terra smossa che brulicano senza degnare di sguardi il mondo cinguettante.
Annullando annullando annullando la mia mente, Oh Signore, annullando annullando annullando la mia mente, non in te ma nella vita che sta sotto la vita.
Taci. Alle soglie della terra
Non odo più parole che dici umane o divine.
Gian Marco Griffi, lds 2003.
Diserzione in balcone alto
Pomeriggio trascorso Sull’angolo del terrazzo Stemmo muti a guardare il silenzio disfarsi Il silenzio soffiarci sulle dita E slacciare una stringa A un tratto Ci salì al viso Un argentare di alberi inquieti Certe livide nozze di campane e vento Sentii istradarsi a cercarmi le labbra e seccarle
Ci colse che eravamo insieme lo zoppo autunno Ci colse ad occhi bassi Per tenderci dalla vallata cento braccia di querce Come dritti moncherini di vecchi Spogli, infissi nel bosco a gelare. Dove il prato ora è sole Era tremolare d’orecchini di ruggine Granuli silverici ondeggiavano come mare senza più comando Era dolce incamminamento Fogliame incastrato in una liberazione A misura di spago di vento
Quel pomeriggio Non eravamo ancora di quelli Che addentano pane e credono per questo di vivere Ancora il gene del volto si conformava ad una carezza invece ,Fatti di freddo e di distoglimento, ,Fatti di case vuote e neve, desistevamo sulla terrazza, E mi insisteva sulle ossa Una vestina leggera
Chiara Yorke, lds 2002
Il Cane degli oVulvi è d’Ecate Mistica
La matrigna partorisce pensierosa e novilunia;
Il Khamsin spregia il petto dal collo bulimico,
poi
Trafigge il costato grezzo di undici requie,
prossimali, autentiche, perle e bazar
d’aurora vestite in guanto mitena
e cappalunga nell’agognare gli avanzi
Ciò che stordisce è un sigillo cordone,
si appende per il cappio e storpia d’urlo
MOoordi: “non vuoi che prendere le misure,
in bara tre per tre manipolata nel palato”
grasso che stride in schiocco tra (i) denti
grasso che pigola di spuma tra oc(r)a e saliva
Inrecipienti da conoscere morbosi Inforze
E sobillanti agitazioni che pregano al fianco,
sotto l’inguine, sotto il germe dell’acciaio
che poncho mi ricopre di fango e moffette,
fanno così,
prima ti depilano dai vermi, dalle spine e dalle
cerniere per l’ossigeno che striscia via stordito,
poi,
qualcuno ti dice che è la sveglia delle sei e tre,
quando il caffè
sembra il rumore di un continente che ormeggia
le sue luci lontane dall’amantide in soffio greco
Gourmet-y (nome proprio di Gargolla): ”Non cedere
Nel trascritto corvino che scompiglia gli arcobaleni,
considerando legge di coreutica l’ovulo migrerà”
Che fame, mi sfamo, lo sputo che sorveglia,
mioide in carnali di burro,
albeggio, figura infrangibile di Parca avvinta
e fredda si dimena nel tuo bagnato che - respira
Salvatore Pietro Anastasio, lds 2003
2. nel regno del perturbante
ti nascondi negli anfratti mio scivoloso colubro per sfuggire ai fantasmi che tu stessa hai evocato.
ti rannicchi dietro la letteratura anche se dici di non volerlo fare mario e pino e verlaine e shakespeare piccoli baluardi per sublimare.
e il vecchio freud per ragionare sul sosia il doppio il ritorno del rimosso il perturbante e tu piccolo ramarro screziato prolunghi das unheimliche come i bambini con le storie paurose.
ma tutto non hai detto lucertolina senza coda non hai detto del vecchio che amava il mare e se n'e' andato portandosi i ricordi si vede la capraia diceva domani sara' brutto e preparava i palamidi stricando ingarbugliati fili di nylon stasera quando si alza la brezza di terra andremo a pesca diceva.
non hai detto del tuono dell'altra notte hai aperto la finestra dormendo vediamo se brucia il quirinale e' da quella parte e la pioggia ti ha inondato.
e tutto non dirai del padre e delle guerre e della morte pero' tu instancabile anaconda nuoti in gurgite vasto e peschi relitti di antichi naufragi.
ti circondi di amuleti la sfinge bambina il bruco pittore e l'anellino rotto che fine ha fatto dimmi.
eccolo qui decifro la scritta peace si e' spezzato adesso capisci quello che voleva dirti.
vieni ti invito alla mostra di joan fontcuberta cosi' vedrai quanto e' sottile il diaframma tra vero e falso sentirai il grido lamentoso di animali inesistenti carezzerai l'alopex stultus porta anche la bambina ma non il bruco si potrebbe spaventare.
Paola Musarra, sito personale, settembre 2001
ETERNELLE
Eternelle Nemica esatta Scrittura turbata Turbate, la nostra via è una pagina intatta Miranda Molle poetessa Non fare che il sogno capiti durante il mio regno Le penne indicano il sepolcro, esso è teatro di corna di bovi. Non tu non io innaffieremo o coveremo globi di struzzo Né miti di lotta né cataloghi né berberi racconti.
Sono intatta e tu per me, mia primitiva anatomia, Tesoro mio Maddaleno Orni la vasca di piastrelle damascene Con vertiginosa complessità Ma senza sfarzo né crescenza Come ephemera larva.
Trave eburnea Nell'ombra Nerbo di Donna virile Se è Menarca di Padre Immagine di padre Cannibale Orbo calibro di finta benefazione Tu allora, mia Cerere in fasce, setosa vacca stellata Spoglia la sua Arma Alma sedere di Sfinge Ottima morte sarebbe la sua Incenerire nell'Acqua perenne Eternelle Incenerire sommerso fino a ornare di gemme le mani Tue mani di Giudice Nova Rigurgitanti vita - con te Orgia compiuta Sotto il palato del Tauro Castrato - E Tua causa Mia causa Plaudere ridestando lingua sepolta.
Il Committente manifesta claudicanti eloqui Cova totem, audace e tellurico si crede Un membro coperto di veli è il suo Ministro Manifestati, eternelle nemica E con Morso di Siderea Fanciulla Aurea Mater Fai tuonare il suo capo fluttuante - di filastrocche - et mille sorcières pour lui.
Copulante naufragio ancora ti teneva in vincolo Segno di donna, pacata colonna Per l'intatto suo orgoglio Che non vede Germinare membra da un liquore azzurro di sirena Né la pozza copiosa e vivida Delle piume del collo dei suoi Pavoni Su cui begli occhi ovarici lacrimeranno versi Tempestosi di banshees.
Rossella Valentino, lds 2002.
< div>< div>
| inviato da il 18/6/2004 alle 23:45 | |
|
|
2 giugno 2004
RINASCIMENTALI
Prima era facile il pensiero lieve
boccio di garofano
che ambiva solo a aprirsi vanitoso,
che se restava chiuso poi appassiva.
Ora questo nuovo pensiero duro
che non s'apre e non decade,
questo cespo spinoso sempreverde
che il gelo non secca, che il sole
non accende, che cresce basso basso
attorto su se stesso sempre uguale
e complicandosi non sale, costretto,
soltanto perché è nato a perdurare.
Patrizia Cavalli, L'io singolare proprio mio, Einaudi 1992
"Che la materia"
Che la materia provochi il contagio se toccata nelle sue fibre ultime recisa come il vitello dalla madre come il maiale dal proprio cuore stridendo nel vedere le sue membra strappate;
Che tale schianto generi la stessa energia che divampa quando la società si lacera, sacro velo del tempio e la testa del re cade spiccata dal corpo dello stato affinché il taumaturgo diventi la ferita;
Che l'abbraccio del focolare sia radiazione rogo della natura che si disgrega inerme davanti al sorriso degli astanti per offrire un lievissimo aumento della temperatura ambientale;
Che la forma di ogni produzione implichi effrazione, scissione, un addio e la storia sia l'atto del combùrere e la Terra una tenera catasta di legname messa a asciugare al sole,
è incredibile, no?
Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992
Facevo il viale: per arrivare al campo.
Attorno, uomini coi badili,
e io piangevo poco.
Ma davanti alla scatola col tuo vago sorriso,
bellissimo, con la camicia scura aperta
e il distintivo del ferito,
il gelo mi è venuto dentro.
<<Cosa vuoi che ti dica?>> ho fatto allora
con le mie rose in mano e con paura,
<<forse è già il tempo dell'indifferenza>>
Forse sono decotto, forse io stesso,
sono solo memoria di me stesso.
Maurizio Cucchi, L'ultimo viaggio di Glenn, Mondadori 1999
A cercarsi i viventi, a darsi nomi,
a porre sui presenti sentimenti e onori,
a colmare distanze per incontrarsi,
voler raggiungere la certezza dei cuori.
La mente rimane ferma, con i suoi
segni millenari, non va in cerca,
sa che non c’è altra vita.
Cesare Viviani, Una comunità degli animi, Mondadori 1997
NOSTRA SIGNORA DEGLI INSONNI
Nostra Signora degli insonni, custodisci queste vene che furono marea, voce spartita in assemblea e inchiostro, polvere di una gioia colpita ad altezza d'uomo, mentre la sostanza attraversa oscuramente la camicia, muove il parabrezza, scatena la magia di un'altra età.
Milo De Angelis (da: Le Somiglianze, Guanda 1976)
|
|
| inviato da il 2/6/2004 alle 1:50 | |
|
|
|